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Buon compleanno, Humanistic Management!

Collaborative Intelligence

 

Dieci anni fa, quando ha visto la luce, il Manifesto dello Humanistic Management   sembrava ancora il sogno di un manipolo di visionari. Eccellenti certo – da Domenico De Masi ad Enrico Bertolino, passando, tra gli altri, per Piero Trupia, Francesco Varanini, Enzo Rullani, Giampaolo Azzoni, Pino Varchetta, Duccio Demetrio, Paolo Costa (il fondatore di Twitteratura), Andrea Notarnicola, l’intera famiglia Varvelli – ma pur sempre degli inguaribili idealisti.

Oggi invece è sempre più diffusa la consapevolezza che per realizzare un modello di impresa 2.0 ciò che occorre è proprio quello che scrivevamo in quel testo: “non un nuovo paradigma, non una nuova verità assoluta, assiomatica, ma piuttosto un nuovo tipo di       discorso. Un discorso che  metta al centro l’“arte”, quale ci è mostrata in massimo grado da poeti, romanzieri, drammaturghi: da “umanisti” nel senso rinascimentale, narratori di storie, “facitori di senso” (sensemakers) tramite il romanzo, la poesia, l’autobiografia, il teatro, il cinema, ma anche  il social networking e il web 2.0”.

In questo quadro nasce  il Modello di Sviluppo Organizzativo, messo a punto in un anno di studi e ricerche attraverso la Cattedra di Humanistic Management dell’Università di Pavia (dal prossimo anno potenziata con un nuovo Laboratorio di formazione), per la trasformazione delle aziende in social organizationun nuovo modo di fare impresa che consente ad un vasto numero di persone di lavorare insieme valorizzando le singole riserve di competenza, talento, creatività ed energia.
Qui la creazione di valore  passa per la capacità di generare la cosiddetta mass collaboration, anche sfruttando le enormi potenzialità dei social media, attraverso l’istituzione di community collaborative. La pubblicazione della nuova edizione del volume L’intelligenza collaborativa. Verso la social organization per le edizioni Cambridge Scholars sancisce il riconoscimento a livello internazionale di un approccio strategico che anche nella mia attività di consulente sto applicando in aziende quali Reale Mutua Assicurazioni e Banca Sella, grazie anche allo sviluppo di partnership con player di primo livello sul mercato delle piattaforme collaborative come IBM e CISCO.
A dimostrazione della validità di quanto affermavamo a conclusione dell’ultima Variazione Imparmanente: “Questa è utopia! Sicuramente lo è. Come l’habeas corpus, la Magna Charta, l’abolizione della schiavitù, il suffragio universale, la fine del colonialismo e dell’apartheid, la condanna costituzionale del razzismo, le pari opportunità. Il cammino dell’utopia coincide con il progresso della civiltà. Chiudiamo con una testimonianza di colui che è forse il più grande innovatore nel campo della scienza organizzativa, Jonathan Swift. Egli era un conservatore e un aristocratico. Aveva però capito che il controllo, la gerarchia, il fiscalismo sono destinati all’insuccesso e, in aggiunta, a scatenare una devastante, incontrollabile controffensiva secondo una tecnica guerrigliera avanti lettera. Sapeva anche che anche i più aperti tra i suoi colleghi di classe sociale e politica, i tories, consideravano le proposte di riforma sociale che all’inizio del 700 cominciavano ad apparire, unworkable utopias. Ma egli era convinto che, nonostante tutto, fossero l’unica alternativa al sabotaggio sistematico dei sottoposti. Dà tuttavia voce, nei Viaggi di Gulliver, ai filosofi dell’Accademia di Lagado, quasi a smentita di se stesso e in appoggio agli scettici. “Quei disgraziati architettavano nientemeno che dei disegni per persuadere i Sovrani a scegliersi i favoriti fra la gente più assennata, capace e virtuosa; per insegnare ai ministri a consultare il pubblico bene; per compensare il merito, le grandi abilità, i servigi eminenti; per fare capire ai principi che il loro interesse coincide con quello del popolo; per affidare gli uffici ai competenti; e per altrettali pazze chimere, mai saltate prima in mente d’uomo, le quali, se mai, servirono solo a darmi conferma di ciò che ab antico è stato osservato: non esservi nulla di così stravagante e irrazionale che certi filosofi non sostengano come la verità stessa”. Swift era convinto che l’uomo, pur non essendo un animale razionale, era tuttavia “capace di ragione.” In base a tale convinzione minimale, egli portava avanti il suo discorso e, alla fine, riscattava il suo pessimismo. Non ascoltare i filosofi di Lagado avrebbe avuto come unico risultato lasciare il mondo com’era”.