ADAPTability/13 Il congresso CGIL e quei lavoratori invisibili

Giovedì 8 maggio si è chiuso il XVII congresso nazionale della CGIL. Molti ne hanno parlato, soprattutto in chiave politica e ovviamente sindacale. Pochi hanno colto invece l’occasione di questo evento per riflettere sulla rappresentazione e la stessa rappresentanza di quel mondo invisibile di lavoratori e imprese che non si sente più di appartenere alla stagione della concertazione e della fabbrica fordista.

Eppure un acuto osservatore della trasformazione del lavoro come Dario Di Vico ha evidenziato, con sottile ironia, il persistere nel congresso della CGIL di riti e logiche del Novecento industriale: a partire dalla stagione pre-congressuale, durata ben sei mesi, fino alla lunga relazione di un’ora e mezza di Susanna Camusso che difficilmente competono con i tempi politici di un Matteo Renzi e i suoi graffianti tweet da 140 caratteri.

I lavoratori di oggi, e non solo quelli delle tante imprese invisibili, si sentono ancora parte di questa ritualità? E soprattutto, il sindacato stesso rappresenta davvero i lavoratori, o un’ampia fetta di esclusi (giovani, donne, esodati, precari) resta senza rappresentanza?

Sono queste le domande che emergono guardando ed ascoltando l’apparato della CGIL in azione in questi giorni. Spesso i temi trattati dal sindacato oggi infatti sembrano lontani dai veri problemi dei lavoratori italiani, fatto dimostrato soprattutto dai dati dell’iscrizione dei giovani alle organizzazioni dei lavoratori.

Che il modello congressuale non sia il metodo migliore per comunicare i propri progetti per il futuro del lavoro la CGIL l’ha sicuramente colto. Recentemente infatti è stato lanciato il Piano per il Lavoro lavoro in 100 tweet, attraverso il quale si annunciava il passaggio dal job act al job fact. Un segnale questo di consapevolezza che ormai il dibattito e le esigenze del mondo del lavoro italiano non viaggiano più sui canali tradizionali. Nonostante ciò il congresso è stata un’occasione di visibilità predisposta in modo oculato.

Di quali lavoratori si è quindi parlato al congresso? Partendo dalla relazione del segretario possiamo dire che esistono ancora diversi “invisibili”. Lo aveva ammesso anche Gaetano Sateriale durante un’intervista rilasciata a bollettinoADAPT: il sindacato non ha mai storicamente distinto molto tra il piccolo imprenditore e il lavoratore autonomo. Il sindacato ha poi compreso che la maggior parte dei lavoratori autonomi non aveva intenzione ad essere assimilata al lavoro dipendente, auspoicando lo sviluppo di diverse forme di tutela. Uguale discorso vale per i lavoratori della conoscenza mobile che mettono alla prova la capacità del sindacato di contrattare l’organizzazione del lavoro e i criteri di misurazionde della produttività, due delle leve contrattuali storicamente più manovrate.

Ma di lavoratori autonomi, telelavoratori e smartworkers non si rileva ancora traccia nei discorsi principali della CGIL, a meno che non si vogliano leggere le 4 sfide lanciate dal segretario (riforma delle pensioni; riforma degli ammortizzatori sociali; contrasto al lavoro povero e misure fiscali con al centro la lotta all’evasione) anche come un vago richiamo al bisogno di considerare le necessità espresse dalle nuove tipologie di impiego.

La sfida del cambiamento che è stata colta attraverso il piano del lavoro via Twitter deve quindi ancora attecchire anche nella sovrastruttura ideologica del sindacato, nonostante Susanna Camusso abbia più volte sottolineato come tutti gli argomenti espressi si collocassero nel solco tracciato con quel documento programmatico. Infatti i tanti lavoratori oggi non rappresentati non sono “invisibili” nella realtà del mercato del lavoro, e, alla pari degli altri, hanno l’esigenza di essere rappresentati. Scommettere sulla modernizzazione del sindacato significa oggi allargare il ventaglio dei lavoratori coinvolti, con un guadagno immediato di tutte le componenti.

L’altra categoria “invisibile” al congresso della CGIL è stata quella dell’impresa. La reiterazione di uno schema conflittuale tra impresa e lavoratore rischia di lasciare indietro il sindacato italiano rispetto alle buone pratiche europee. E’ necessario un ripensamento totale del rapporto con l’impresa, che inizi in primo luogo dall’istituzione di questo rapporto nella logica del dialogo. La crisi impone anche al sindacato di adottare un atteggiamento nuovo, di prendere in considerazione quei modelli organizzativi partecipativi che ormai da decenni hanno portato le relazioni industriali tedesche a risultati impensabili in termini di produttività e quelle forme di autoimpiego che costituiscono sempre più di frequente il prologo di nuove imprese soprattutto nel campo dell’innovazione tecnologica.

Francesco Nespoli

Scuola internazionale di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT-CQIA, Università degli Studi di Bergamo

 twitter@FranzNespoli

 Francesco Seghezzi

 Scuola internazionale di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT-CQIA, Università degli Studi di Bergamo

 twitter@francescoseghez