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La misura dei fatti – Alice annotata 23

Il ragionamento che abbiamo condotto in queste settimane e che ci ha portato a discutere sul valore della   “verità dei fatti”  ci induce a ritenere che  siamo probabilmente ad uno snodo storico critico. Persino Baricco, presentando qualche tempo fa  al festival della letteratura di Mantova il suo Benjamin annotato, ha manifestato dei dubbi: “Nel nostro mondo le storie sono centrali. Noi compriamo ogni giorno delle storie, votiamo delle storie, spesso crediamo persino di essere noi stessi delle storie, storie da narrare quotidianamente tramite blog e social network vari, trattandoci da personaggi di un intrigo, di una storia, per l’appunto. Viviamo insomma immersi in una narrazione senza soluzione di continuità. Eppure nel 1936, all’alba del secondo conflitto mondiale, Walter Benjamin temeva il contrario, era convinto che il gesto del narrare fosse in declino, che fosse con un piede nella tomba.Come è possibile, si chiederà allora il lettore, che il timore di Benjamin non solo non si sia avverato, ma che, al contrario, si sia ribaltato? Come è possibile che da una situazione di quasi-morte, l’arte della narrazione si sia ripresa talmente tanto da diventare praticamente l’unica dimensione di vita della nostra società? La risposta è semplice: la narrazione di cui parla Benjamin…  non è la stessa arte che intendiamo ora. Benjamin viveva a cavallo di due mondi, di due tempi. Due tempi che lo stesso Benjamin ha genialmente riassunto nella migliore delle sue pagine, l’Angelus Novus. Il primo mondo, o meglio il primo tempo, era quello fatto di macerie del passato, della civiltà basata sui tempi compassati dell’uomo, un mondo che conosceva la nozione del limite. L’altro era il mondo all’epoca della sua riproducibilità tecnica, quello che sarebbe diventato il nostro, il mondo veloce delle macchine, un mondo che Benjamin avrebbe visto crescere, se non avesse perso la speranza e la vita a Port Bou ingerendo una dose massiccia di morfina per sfuggire ai nazisti. Quando Benjamin nel ’36 scriveva Il narratore, parlava di un’arte del narrare che era fondamentalmente quella classica, quella di Omero, dei contadini, dei mercanti, dei viaggiatori, degli stranieri. Era proprio quella che stava soccombendo, e a dargli la morte erano quelle stesse dinamiche che oggi ci hanno portato a vivere all’interno di una grande e unica narrazione: il romanzo da una parte, dall’altra l’informazione.

Dov’è dunque che ci siamo sbagliati? Quando abbiamo commesso l’errore che ci perseguita? Baricco cita due bei scritti di Pascale e Rastello, contenuti nel volume Democrazia, cosa può fare uno scrittore?, e poi indica la via d’uscita dal tunnel: tornare a parlare dei fatti, a misurarli, smettere di narrarli. Ma, nello stesso tempo, dichiarandosi ancora una volta, e per sempre, narratore, innalza palesemente bandiera bianca, lasciando la platea nel dubbio dopo averglielo abilmente nutrito.”  [i]

Più che sui tormentosi dubbi  dell’ondivago Baricco[ii] è allora forse più utile ragionare sui dati  che analizzano le ultime tendenze degli utenti Internet, da cui emerge che sui social network si sta assistendo alla produzione di meno contributi, meno scrittura di articoli e meno produzione di informazione, mentre aumenta la tendenza a caricare video e immagini. Secondo MEDIA DUEMILA la tendenza è quella di un ritorno dei media tradizionali. “Gli utenti Internet continuano a pubblicare contenuti quali immagini, video e testimonianze su avvenimenti: ai media tradizionali va il compito di dar loro un senso.”

Mi sembra questa una interpretazione veramente pericolosa: se così fosse, significherebbe che il potenziale alternativo della Rete sta per essere risucchiato nel gorgo del Pensiero Unico degli Esperti Consacrati come tali dal Padrone del Linguaggio. Fortunatamente,  l’esperienza di Alice Postmoderna conferma la mia idea secondo cui un buon utilizzo di Internet a fini di informazione ed education interattiva ed alternativa può darsi prevedendo un mix di fonti istituzionali e social network.  Agendo in questo modo si offre l’autorevolezza della fonte che in un periodo di crisi di certezze come l’attuale è “tornata di moda” (vedi tutta la discussione che abbiamo fatto sul New Realism, la morte presunta del postmodernismo, ecc.) e al tempo stesso si combatte la “passività” e la stanchezza emergente dal popolo del web (sono significative le difficoltà incontrate da Wikipedia che fatica sempre più a trovare contributori che scrivono e soprattutto aggiornano le pagine), favorendo l’emersione del talento individuale e lo sviluppo dell’intelligenza collettiva.

Alice annotata   23. Continua.

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[i] http://www.festivaletteratura.it/news.php?azione=dettaglio&id=179

[ii] Che potrebbe essere stato influenzato dalla recente rivisitazione del pensiero di MacLuhan, ricordata da Claudia Consolini in un Commento ad Alice Annotata 3: “Il pensiero del teorico del “villaggio globale” è stato reinterpretato, con acume, dallo scrittore canadese Douglas Coupland in un saggio di recente uscita “Marshall McLuhan”, in cui rivendica la contaminazione tra cultura alta e cultura pop propria di McLuhan, ma ancor di più spinge ad una riflessione sul suo più intimo spirito antimoderno.
A dispetto di chi lo ha eletto a paladino delle nuove tecnologie e dei nuovi media, Coupland fa emergere uno studioso (Mc Luhan) che si occupava, invece, con distacco degli “orrori” provocati dai media elettronici del presente mentre aveva uno sguardo fiducioso su un futuro che, paradossalmente, sarebbe nato dall’apocalisse tecnologica. E questa fiducia nel futuro la traeva da una visione che profetizzava la nascita di una coscienza collettiva dell’umanità unificata dai media: McLuhan teorizzava infatti un ritorno all’oralità, al tribale, attraverso un cammino nel futuro, complice le tecnologie, che alla fine avrebbe potuto restituire all’umanità l’innocenza perduta. Tra suggestioni quasi mistiche il suggerimento è, forse, quello di leggere una spinta naturale e più genuinamente partecipativa delle persone che, insieme, anche attraverso una comunicazione virale e “tribale”, molto rapida ma efficace perché basata sul forte senso di appartenenza ( del resto il passaparola all’interno di una tribù è potente: il tamtam, infatti, è il mezzo di comunicazione tribale per antonomasia) riscoprono la propria forza e la capacità di interagire e reagire al sistema di Comando e di Controllo.”