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I paradossi di Alice e quello di Wile Coyote – Alice annotata 21a

Rabb Fra i processi che si svolgono in Rete da “studiare e comprendere meglio” (vedi la chiusura della Nota precedente) vi sono quelli della selezione delle informazioni e della loro contestualizzazione, che, come ci dice Weick, sono comunque essenziali anche per il processo di sensemaking          offline (vedi il post Hard Boiled Alice).

ImagesPer affrontare adeguatamente il tema può essere utile la distinzione fra la  memoria    di stock e la memoria  di flusso che io e Giorgio Del Mare proponevamo già nel testo Le cose e le parole  (Sperling & Kupfer, 1995). La memoria di stock è il ricordo cristallizzato, testimoniato da tracce scritte e documenti, che nella organizzazione 1.0 diviene la one best way definita dagli esperti del taylorismo una volta per tutte. Questa tensione a definire in maniera univoca i ricordi e a trasmetterli così ai posteri è antichissima (ne abbiamo parlato nel post dedicato agli elenchi: Wislawa Szymborska e Roberto Saviano uniti dalla vertigine della lista), ma anche attualissima. E’ testimoniata dal disegno rupestre preistorico e arriva  alla foto contemporanea archiviata su Flicr. Come scrive Barthes “nella foto, la pipa è sempre una pipa, inesorabilmente”. La memoria di flusso è invece impermanente, viva e consente ad ogni momento  di essere ripensato e rivissuto, assumendo sempre nuovi significati. E’ a questo tipo di memoria che facciamo riferimento quando parliamo di retrospettività (cfr i post  Alice la sensemaker: il futuro crea il passato – Alice annotata 16a

e                           Alice la sensemaker: la visione retrospettiva – Alice annotata 16b).

Entrambi i tipi di memoria presentano dei rischi, che sono ben evidenziati dal “paradosso di Wile Coyote”, proposto da molti esegeti del famoso cartone animato. In sintesi, si tratta di questo. Wile Coyote vive insieme all’inefferrabile Bip Bip (Road Runner) in un paesaggio metafisico, un deserto dalla luce accecante, senza ombre. Non sembra neppure uno spazio fisico, sembra più uno spazio mentale, onirico: spesso ho pensato che il Bip Bip sia solo una allucinazione del Coyote, che lo insegue come Alice  il Bianconiglio e Amleto il fantasma del padre, dubitando forse come il Principe danese della sua effettiva realtà e cercando disperatamente la “mouse trap” (la Bip Bip trap) che gli consenta, prima ancora che di mangiarlo, di dimostrarne la reale esistenza (mentre Alice scoprirà alla fine che il Bianconiglio era parte di un sogno). Non a caso il Coyote è stato spesso paragonato a Don Chisciotte, un altro celebre visionario e sognatore.

Sia come sia, il Coyote sosta in un flusso di memoria perenne, cancellando continuamente il passato. Ad ogni nuovo episodio sembra scordare le centinaia di tentativi falliti nei cartoni precedenti (nonché i fallimenti prodotti in serie all’interno di uno stesso cartone) e si ostina pervicamente a rincorrere il Bip Bip, dimentico persino del fatto che nel corso dei suoi precedenti tentativi è già morto migliaia di volte. Perché è questo il segreto della memoria di flusso: è un antidoto contro la morte che però conduce alla follia (come insegnano appunto Amleto, Don Chisciotte e la stessa Alice -a lei lo certifica lo Stregatto).

Ma quando il nostro eroe esce dal suo personalissimo “flusso di coscienza” e cristallizza l’esperienza, precipita. Così descrive il fenomeno Giorgio Vasta: “Il coyote ha una volontà predatrice, un’intenzione ben precisa, catturare Bip Bip.    È puro genio delirante, febbrile, invaso dal suo stesso desiderio. Tutto questo, questa densità di coscienza, lo espone al male.     Quando durante l’inseguimento lungo i tornanti delle montagne rocciose, all’ennesima curva il coyote esce fuori strada, non precipita subito di sotto. Gli sceneggiatori gestiscono la sua piccola morte (comunque sempre reversibile) in maniera accurata, utilizzando una tecnica chiamata “take”.    Il coyote esce fuori strada, continua a correre nel vuoto, rallenta, cammina sospeso, a quel punto guarda in basso, il vuoto sul quale procede, risolleva lo sguardo verso lo spettatore, si ferma, sorride e precipita. Essere diventato cosciente della sua vulnerabilità lo ha zavorrato talmente da farlo crollare. Del resto “take” è inteso come presa di coscienza, consapevolezza. Una variante del “take” è il “double take”. Semplicemente, dopo aver guardato di sotto una prima volta e avere poi risollevato lo sguardo, il coyote continua a camminare nel vuoto, facendo finta di niente; dopo qualche passo, come colto all’improvviso da una sensazione strana, guarda di nuovo di sotto, ha conferma del suo presentimento, risolleva lo sguardo, sorriso, caduta. Diventare consapevoli del male rende vulnerabili. La consapevolezza produce il male”.

Direi di più, produce la morte stessa. Lo stesso succede ad  Amleto: quando prende atto della veridicità della versione del passato fornita dal fantasma e ne accetta la univoca realtà, muore.E quando Alice prende consapevolezza della statura (morale e fisica) da lei assunta in Wonderland, si sveglia (ovvero muore la sua identità onirica). La memoria di stock è letale. Ferma il flusso del pensiero in un rigor mortis tipicamente cadaverico. Così Maurizio Ferraris ha ragione a sostenere che le tracce indelibili, immodificabili, che lasciamo su blog o hard disk, social network o iPad ci “imbalsamano” proprio come i Faraoni nelle Piramidi. L’eternità che ci consentono è della stessa natura di quella concessa a una mummia.

In questo quadro qualche giorno fa ho appreso dal Corriere della Sera che l’editore Aliberti ripropone il testo di un’intervista a Enrico Berlinguer con un nuovo titolo:     La consapevolezza del futuro. Il pezzo firmato da Battista si conclude con queste parole, che sanciscono in maniera definitiva e apocalittica l’equazione consapevolezza=tracciabilità(memoria di stock)=morte: “Oggi una delle conquiste più preziose della civiltà borghese, la libertà della vita privata, è stata distrutta, rendendo l’esistenza quotidiana dei cittadini molto più simile a quella di Winston Smith, il protagonista-eroe del romanzo di Orwell. L’occhio del potere pubblico oramai non dà scampo: come nella prima scena di 1984. Non c’è atomo della vita privata che non sia controllata, catalogata, registrata da un potere pubblico armato di tecnologie infallibilmente pervasive e intrusive sino al parossismo. La carte di credito, ma anche i telepass, le tessere dei supermercati, i bancomat, i microchip dicono di chiunque cosa sta facendo, chi frequenta, cosa consuma, quali itinerari percorre, quali abitudini alimentari ha contratto. La «tracciabilità» di ciascun individuo è totale e senza residui. E non c’è solo un potere centralizzato che controlla tutto, come avviene invece nell’incubo orwelliano. Ci sono tanti poteri che accumulano dati e possono usarli a loro piacimento anche se l’ipocrisia dominante produce tonnellate di carta per onorare norme sulla privacy tanto meticolose, pignole, addirittura demenzialmente dettagliate quanto ignorate nei fatti, trascurate, considerate un orpello inutile. Le agenzie pubblicitarie, intrufolandosi nella vita privata violata dei consumatori, possono scegliere con grande precisione i loro target. Con le intercettazioni telefoniche a raffica chiunque, anche non indagato, può essere sorpreso in una conversazione privata o intima. Con il commercio online, i dati personali vengono messi a disposizione dei malintenzionati. Non importa ciò che accade: importa ciò che potrebbe accadere. Anche se in questo preciso istante nessuno sta ispezionando ogni frammento di un individuo, quell’individuo è comunque alla mercé di qualcuno che un giorno, mutate le circostanze, potrebbe fare un uso ostile o maligno delle informazioni possedute. Non esiste il Panopticon di Bentham, ma ne esistono tanti quante sono le agenzie pubbliche adibite al controllo sociale. Non esiste forse il Grande Fratello, ma esistono tanti fratellini che spiano, origliano, controllano, riferiscono, immagazzinano dati. E tutto questo viene retto da una nuova ideologia sempre più diffusa e morbosa: l’ideologia della trasparenza. C’è sempre una buona ragione, socialmente encomiabile, per esercitare un controllo sempre più asfissiante sulla vita privata: la lotta all’evasione fiscale, o alla pedofilia, o al terrorismo. «Intercettateci tutti» è il motto del nuovo 1984. «Non ho nulla da nascondere» è il segno della resa, dell’illusione che ad essere colpiti dalla morte della vita privata siano solo gli altri. Mentre la morte della vita privata è l’archiviazione di un’epoca in cui una sfera personale protetta dalle intrusioni del potere pubblico, del potere del vicinato, del potere della società esterna ha elaborato un’arte, una letteratura, una filosofia politica della libertà. Era questa la differenza fondamentale tra le democrazie liberali e l’assoluta illibertà degli Stati totalitari. La tecnologie e l’ideologia della trasparenza (che si avvalgono del poderoso aiuto dei social network e dei reality televisivi) hanno assottigliato questa differenza fin quasi ad annullarla. Berlinguer non aveva ragione sul comunismo, ma i difensori delle democrazie liberali non avevano ragione quando pensavano che il sistema «occidentale» non sarebbe mai caduto nello stesso abisso dei sistemi a loro antagonisti. La fine della vita privata non era stata prevista in queste dimensioni. E con questa velocità, solo a pochi anni dal 1984″.

C’è una strada che consente di evitare la Scilla della memoria di stock e la Cariddi della memoria di flusso? Sì: ne parleremo la settimana prossima.

Alice annotata           21a. Continua.

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