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EIT, il Digital Enabler

Quali sono gli effetti della trasformazione digitale? E soprattutto, cosa si intende con tale termine, talvolta nebuloso? Ancora: come si stanno adattando le aziende ai cambiamenti in corso e in che modo il contesto italiano differisce – in positivo o in negativo dagli altri? Alla lista  di manager ed esperti che stiamo intervistando per trovare risposte, si aggiunge oggi il Direttore del Nodo Italiano di EIT Digital, Gian Mario Maggio. Maggio è uno degli interlocutori più adatti ad affrontare l’argomento: EIT Digital è infatti uno degli attori centrali di questo processo a livello europeo.

Non a caso fa capo all’Istituto Europeo di Innovazione e Tecnologia (EIT), di cui rappresenta un’articolazione indipendente e autonoma, che si concentra appunto sul promuovere e coordinare iniziative che facciano leva sul digitale per migliorare la vita dei cittadini e creare opportunità per le aziende. Fra i partner di EIT Digital si annoverano colossi come Ericsson, Philips, SAP, Siemens, STMicroelectronics, accanto ad università e centri di ricerca di primo livello come il CEA, Cefriel, FBK, Fraunhofer Institute, KTH, Imperial College London, Politecnico di Milano e TU Berlin.

In Italia l’organizzazione ha la sede principale a Trento, all’interno di un polo di formazione e ricerca di eccellenza che comprende anche la Fondazione Bruno Kessler e alcuni dipartimenti dell’Università di Trento.

Il manager: Gian Mario Maggio ha più di vent’anni di esperienza in ambito aziendale, accademico e nel campo della ricerca. Ha contribuito all’innovazione digitale in Italia e all’estero lavorando fra gli altri per Philips, STMicroelectronics, COST (European Cooperation in Science and Technology) a Bruxelles, senza dimenticare l’EPFL in Svizzera, l’Università della California San Diego e la Fondazione Bruno Kessler.

È autore di oltre cento articoli e pubblicazioni su riviste internazionali e co-autore di importanti brevetti, oltre ad aver contribuito a alla definizione di standard internazionali. Prima di diventare Node Director, ricopriva sempre per EIT Digital, l’incarico di Co-Location Centre Manager, responsabile della operatività della sede di Trento e di quella del centro satellite di Milano.

M.M.: EIT Digital è una realtà importante, forse non ancora conosciuta in Italia come meriterebbe. Ci può spiegare brevemente chi siete e cosa fate?

EIT Digital è un’organizzazione leader nell’innovazione digitale e nella formazione imprenditoriale, che opera attraverso un ecosistema europeo comprendente oltre 150 partner, tra grandi aziende, PMI (piccole e medie imprese), prestigiose università ed istituti di ricerca. Nella nostra veste di Comunità della Conoscenza e Innovazione (“Knowledge and Innovation Community”) dell’Istituto Europeo di Innovazione e Tecnologia, miriamo a favorire la convergenza e l’integrazione tra alta formazione, ricerca e impresa, promuovendo l’incontro e lo scambio tra studenti, ricercatori, ingegneri e imprenditori.

Per far questo ci serviamo di una rete europea di centri (“Co-Location Centres”), che in Italia comprende un centro principale a Trento ed un centro satellite a Milano.

M.M.: Si parla tanto di “trasformazione digitale”, ma non sempre in modo chiaro. Ci può dire che cosa significa per voi quest’espressione e in che modo il digitale potrebbe davvero creare opportunità per le aziende?

Per EIT Digital la cosiddetta “trasformazione digitale” ha un significato olistico che va oltre gli aspetti tecnologici, legati appunto al mondo digitale. Per “trasformazione digitale” intendiamo la profonda trasformazione derivante dall’applicazione delle tecnologie digitali in tutti i campi di attività umana, il che implica una innovazione in termini di processi, modelli di business ed organizzazione della nostra stessa società.

In altre parole, riteniamo che la trasformazione digitale debba essere accompagnata da un cambiamento culturale, e quindi di “mindset” delle persone. Ciò comporta anche l’esigenza di formare dei talenti in grado di interpretare al meglio le sfide e opportunità legate alla rivoluzione digitale, e su questi aspetti si focalizzano appunto i programmi di alta formazione nonché di formazione professionale di EIT Digital.

Quest’anno gli investimenti in tecnologie per la trasformazione digitale supereranno in tutto il mondo i 1,200 miliardi di dollari per arrivare attorno ai 2,200 miliardi di dollari nel 2020 (secondo IDC). Le aziende potenzialmente possono trarre benefici enormi dalla trasformazione digitale, a patto che siano disponibili a ripensare ed adeguare i propri prodotti/servizi, nonché i propri modelli di business, al nuovo paradigma digitale. Ciò coinvolge virtualmente tutti gli aspetti organizzativi e processi aziendali, dai modelli operativi che saranno sempre più “data-driven”, all’innovazione di prodotto e servizio, che si sta orientando verso la co-creazione e personalizzazione, per giungere alla “customer experience”, tale per cui il cliente deve essere in grado di interagire agevolmente, ed indipendentemente dalla piattaforma (es. mobile), con l’ecosistema digitale formato dall’azienda, il prodotto o servizio e la comunità di clienti/utenti.

Chiaramente, l’effetto della trasformazione digitale sulle aziende potrà essere di diversa natura ed intensità, anche a seconda del settore, dalla semplice ottimizzazione ed automatizzazione dei processi industriali, per arrivare a modelli di business innovativi abilitati dal digitale e l’effetto dirompente che hanno avuto nei rispettivi mercati.

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Fra i vostri partner italiani si annoverano aziende molto importanti, come TIM, Engineering, Reply, British Telecom e molte altre. Ci può citare un paio di esempi di progetti da voi portati avanti con queste organizzazioni?

Certo, ad esempio con Engineering, ATOS, Telefonica ed altri partner di ricerca (es. Fondazione Bruno Kessler) si sta portando avanti un progetto di innovazione di nome CEDUS (“City Enabler for Digital Urban Services”). Scopo principale del progetto, è la realizzazione di un prodotto software, il “City Enabler”. Questa è una soluzione che contribuisce ai processi di innovazione della città, intesa come un sistema complesso su scala urbana o metropolitana, permettendo l’integrazione sostenibile di infrastrutture materiali ed immateriali presenti sul territorio con processi, modelli e tecnologie innovative, per sviluppare soluzioni tecnologiche che rispondono alla domanda emergente di nuovi servizi urbani.

In particolare, il City Enabler si rivolge a tre utenze specifiche. Primo il City Manager, in particolare fornendo uno strumento per raccogliere automaticamente e visualizzare su una mappa interattiva i dati presenti nella città (es. open data, dati provenienti da sensori e/o social network) al fine di supportarne le decisioni; secondo, i cosiddetti Urban Service Providers, ovvero le aziende che forniscono servizi urbani, fornendo loro uno strumento per rendere agevole lo sviluppo di nuovi servizi urbani, ad esempio il servizio di controllo della qualità dell’aria nelle varie zone della città, che sfruttano i dati raccolti per renderli fruibili; terzo, ma non meno importante, i cittadini, poiché permette loro di fruire dei servizi urbani e per trarre vantaggio della ricchezza dei dati presenti nelle città in cui essi vivono.

Il City Enabler valorizza due elementi caratterizzanti lo sviluppo delle città del futuro: la gestione integrata del ciclo di vita del dato e l’adozione di una “Open Service Technology Platform”. In questo percorso uno degli elementi di forza del City Enabler è l’adozione di FIWARE, appunto un esempio prominente di Open Service Technology Platform promossa dalla Commissione Europea, che definisce gli standard di comunicazione e di condivisione dei dati nella città e fornisce componenti software pronte per essere usate (i cosiddetti “Generic Enabler Implementations”), che permettono ad aziende e start-up di sviluppare rapidamente servizi sostenibili con un buon ritorno sull’investimento. FIWARE sta giocando un ruolo di primissimo piano a livello Europeo, e non solo, garantendo l’indipendenza da specifici fornitori (“no vendor lock-in”) e la replicabilità delle soluzioni su larga scala, coinvolgendo altre città (“no city lock-in”). Ciò sta avvenendo effettivamente, anche grazie all’adozione di FIWARE da parte della rete di città OASC (“Open and Agile Smart Cities”), che ad oggi conta circa 90 città in 19 paesi, per facilitare lo sviluppo di soluzioni portatili e interoperabili.

Ritornando al City Enabler, questa è una soluzione concepita per essere mobile, facilmente installabile nelle città, e vuole porsi come un punto di contatto unico per i servizi urbani. Nello specifico, City Enabler è una soluzione che, rendendo disponibili i dati a livello urbano, abilita la creazione di nuovi servizi in modo da rendere maggiormente sostenibile l’intero ecosistema urbano coinvolto. City Enabler si pone dunque come volano della “data economy” a livello urbano, favorendo l’utilizzo ottimale, e quindi più efficiente, delle informazioni in formato digitale per aumentare la produttività delle aziende e migliorare la qualità della vita del cittadino.

Progetti pilota che hanno fatto uso del City Enabler sono stati condotti nelle città di Trento (Italia), Malaga (Spagna) e Rennes (Francia). Nel prossimo futuro l’iniziativa CEDUS intende rivolgersi ad altri mercati, fra i quali Argentina, Belgio, Brasile, Germania, Norvegia, Serbia e Stati Uniti. Nel frattempo, questa attività di innovazione è stata selezionata per la seconda fase del bando internazionale di procurement pre-commerciale (PCP) Select for Cities, lanciato dalle città di Anversa, Copenhagen e Helsinki.

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Un altro esempio rilevante di progetto EIT Digital riguarda l’iniziativa Street Smart Retail, che vede la partecipazione di aziende quali TIM, Olivetti, Reply e British Telecom. Il progetto in questione mira a sostenere il vantaggio competitivo delle grandi catene di distribuzione, dei centri commerciali e delle piccole e medie imprese, consentendo loro di sfruttare le opportunità derivanti dalle tecnologie digitali e i dati provenienti dai cosiddetti “omnichannel”. Per omnichannel si intende di fatto la gestione integrata dei canali di comunicazione e di vendita, al fine di garantire un’esperienza fluida e continua al cliente indipendentemente dai canali di interazione.

In particolare, il progetto integra le soluzioni più avanzate per l’analisi del comportamento dei consumatori, gestione dei rapporti tra proprietario del negozio e venditore, nonché diverse tecnologie per migliorare l’esperienza dei clienti all’interno dei negozi, favorendo dunque il collegamento tra il commercio fisico e quello online (e-commerce).

All’interno dell’iniziativa sono stati ad esempio creati dei “Pop-up Stores”, dei negozi temporanei configurabili e personalizzabili digitalmente, dotati di connettività, schermi interattivi e illuminazione intelligente. Questo genere di negozi rende più efficace il processo di acquisto dei clienti, grazie alla maggiore quantità di informazioni a loro disposizione, e allo stesso tempo consente alle aziende di conoscere meglio la propria clientela, analizzandone i comportamenti.

 

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Il concetto di Pop-up Store è già stato testato da diversi clienti in Italia, sia nel settore della moda che dei servizi bancari. Tale soluzione “intelligente” consente ai rivenditori di fornire un’esperienza di shopping omnichannel, sviluppando una conoscenza approfondita dei propri clienti e implementando una strategia CRM (Customer Relationship Management) integrata, ovunque si trovi il punto vendita.

In tale contesto, assistiamo all’emergere di “digital consumers”, ovvero clienti che prevedono livelli di convenienza e personalizzazione costanti a prescindere da come e dove acquistano. Ciò significa che i rivenditori necessitano di soluzioni per supportare i propri clienti nel gestire la convergenza tra mondo fisico e digitale. I Pop-up Stores aiutano in tal senso i rivenditori a raggiungere questo obiettivo, consentendo loro di cogliere opportunità di mercato continuando a fornire il servizio che i loro clienti si attendono. In altre parole, i Pop-up Stores permettono ai rivenditori di creare un’esperienza di shopping nei loro negozi temporanei, coerente con gli altri punti vendita fisici e digitali. Ciò include la raccolta e l’analisi in tempo reale dei dati relativi alle preferenze e al comportamento del cliente, supportando in tal modo il processo di vendita. Il servizio comprende soluzioni modulari, che sfruttano tutti i potenziali punti di contatto (es. smartphone) e un’app mobile multiservizio, ed inoltre abilita un’esperienza multisensoriale (es. diffusione del profumo, radio in negozio, segnaletica digitale).

Sempre nell’ambito di Street Smart Retail, è stato siglato un accordo con la maggiore catena di mobili tedesca Ostermann che ha adottato, all’interno della propria catena di negozi a marchio Trends.de, una Digital Retail Suite, sviluppata da Reply, che funge da ponte fra l’esperienza di acquisto online e quella offline, consentendo al consumatore di trovare velocemente in negozio i prodotti che aveva visualizzato sul computer.

In pratica, con la soluzione sviluppata i clienti Ostermann non avranno più bisogno di trascorrere il tempo a cercare negli scaffali dei negozi. Una soluzione di navigazione interna, basata sull’utilizzo dello smartphone e di appositi “beacons” disseminati nel negozio, assicurerà di trovare i prodotti che cercano con facilità.

L’aspetto interessante, dal punto di vista della Trasformazione Digitale, è che tale soluzione può effettivamente fare molto di più che aiutare i clienti a trovare la loro strada attraverso i negozi: di fatto si tratta di una soluzione di “contextual marketing” che consente alle aziende di aprire un nuovo, personale e diretto canale di comunicazione con i loro clienti.

Infine, nell’ambito dell’iniziativa Street Smart Retail, Olivetti ha lanciato un nuovo servizio che promette di trasformare la gestione dei rapporti con i clienti e dei piani di fidelizzazione per i piccoli rivenditori. La soluzione WCards potenzialmente può permettere ai piccoli rivenditori di creare un vantaggio competitivo rispetto ai giganti dell’e-commerce (es. Amazon). Di fatto il sistema sfrutta una funzione di “proximity marketing” che può essere utilizzata per inviare promozioni e informazioni sul prodotto quando i clienti si trovano davanti o all’interno di un negozio o quando si trovano in prossimità di prodotti specifici. Le risposte provenienti dal sistema possono anche essere utilizzate per analizzare l’esperienza del cliente nello spazio commerciale ed identificare le aree o prodotti che attirano più interesse. Oltre ad offrire un servizio, WCards si basa sul concetto di creazione di una comunità utente reale, che facilita le promozioni dei prodotti, aumenta il numero di clienti raggiunti e incoraggia la fidelizzazione dei clienti.

M.M.: Com’è l’ecosistema italiano dell’innovazione, visto dal punto di vista di una grande organizzazione pan-europea? Siamo davvero “indietro” come spesso ci accusano di essere? Cosa manca alle aziende italiane per essere più competitive in ambito innovazione?

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In generale, gli indicatori Europei relativi all’innovazione e all’implementazione dell’Agenda Digitale collocano l’Italia nelle retrofile. Ad esempio, con riferimento all’European Innovation Scoreboard (2017), l’Italia si colloca al 19esimo posto nella categoria dei “moderate innovators”.

Tuttavia, in ambito EIT Digital, siamo in controtendenza e a livello italiano siamo riusciti ad aggregare una massa critica assai significativa di imprese, università e centri di ricerca, dunque mettendo in campo l’eccellenza e le competenze di punta del nostro paese. In tale contesto, i risultati sia in termini di attività di innovazione che di investimenti attratti ci pongono ai primissimi posti, al pari di altri ecosistemi notoriamente avanzati, quali Germania, Finlandia e Svezia.

Per quanto riguarda le aziende italiane, a mio avviso, la sfida riguarda soprattutto le PMI (piccole e medie imprese) tradizionali, a basso tasso di innovazione, che costituiscono una fetta consistente del tessuto industriale italiano. Molte di queste aziende, infatti, non sono adeguatamente preparate alla trasformazione digitale e spesso beneficiano soltanto parzialmente dei vantaggi legati alle tecnologie digitali (es. servizi cloud). L’altro aspetto potenzialmente critico che rilevo, nell’era del mercato unico digitale a livello europeo, è il perimetro di azione prettamente locale o al più nazionale di tali aziende. Detto questo, ad ogni sfida corrisponde una opportunità e come EIT Digital stiamo cercando di fornire il nostro contributo al sistema paese sia in termini di trasformazione digitale che di internazionalizzazione.

Digital Wellbeing, Digital Infrastructure, Digital Industry, Digital Cities sono le „action lines” da voi scelte. In quali di questi settori ritiene ci sia maggiore spazio per impiantare business davvero innovativi?

Come dicevo prima, le tecnologie digitali stanno avendo un impatto pervasivo su tutti i fronti dell’attività umana, per cui la creazione di business particolarmente innovativi e con effetti dirompenti in linea di principio può riguardare tutte le aree strategiche prescelte da EIT Digital. Personalmente, credo soprattutto nel potenziale trasformativo che le tecnologie digitali, in questo caso sviluppate in ambito Digital Infrastructure, possono avere in altri settori applicativi e di mercato. A livello italiano ci stiamo focalizzando in particolare sulle aree Digital Cities e Digital Industry. Infatti, in ambito Digital Cities riteniamo che vi siano opportunità di business interessanti per fare leva sui dati, generati anche dai cittadini stessi, al fine di sviluppare dei servizi innovativi. Analogamente, i nuovi paradigmi di mobilità legati ai veicoli connessi e alla guida autonoma aprono nuovi scenari, su cui impiantare business e servizi futuri. Per quanto concerne Digital Industry, siamo nel mezzo della quarta rivoluzione industriale, abilitata appunto dalle tecnologie digitali, quali l’Internet of Things, Cloud Computing e l’utilizzo estensivo dei dati in tutte le fasi dalla produzione alla distribuzione e alle vendite, il che offre nuove opportunità, ad esempio in termini di personalizzazione dei prodotti, e che può avere un impatto rilevante sul sistema manifatturiero italiano, anche grazie agli investimenti del governo, tramite il piano Calenda.