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Digital Awards 2014: Winter Beach Tales vince nella categoria Mobile Editorial

Winter Beach tales CoverDigital Experience Awards 2014

Non posso negarlo: mi ha dato una certa soddisfazione vedere Winter Beach Tales, il mio esperimento narrativo articolato in una serie di brevi testi  a commento di 115 foto scattate con un iPhone ed elaborate tramite Instagram, da fruire attraverso la app mobile di Facebook per iPad, vincere i Digital Experience Awards 2014 nella sua categoria (Mobile/Editorial), per il mese di febbraio.

Giunti alla 2° edizione, nei Digital Experience Awards  si confrontano le web agency, le imprese che comunicano online, i web designer, i web developer, sviluppatori software, web content manager, social media manager e tutte le professionalità che applicano il proprio talento nella creazione di progetti digital.

La sfida, aperta dal 15 gennaio fino al 15 aprile, si articola su cinque fronti: web, mobile, app, social media e blog. Ognuno è composto da 4 categorie: e-commerce, corporate, editorial e game. Il regolamento del Premio è disponibile online all’indirizzo www.digitalawards.it.

A giudicare i progetti digital in gara, una giuria e i voti del pubblico, che decretano il vincitore mensile di categoria, facendolo entrare di diritto nella short list di finalisti in lizza per il premio Digital Experience Award.

I progetti giunti in finale saranno giudicati una seconda volta dalla giuria alla luce di tutti i “the best of”. A vincere sarà il migliore di ogni categoria, che sarà premiato durante la IV edizione del Digital Festival, l’evento dedicato al digitale organizzato dall’Associazione Culturale Luoghi di Relazione, in programma a maggio 2014.

1482934_10202804814067505_1945380395_nUna nuova tappa nel percorso crossmediale dello Humanistic Management

Winter Beach Tales  è senza dubbio un progetto ambizioso. Per diverse ragioni: ad esempio, mentre il dibattito mainstream si focalizza sulla crescita esponenziale di una app come Instagram soprattutto per dimostrare che i social network creano disordini della personalità (Selfie Syndrome), qui si esplora una strada innovativa per coglierne le potenzialità narrative.

L’idea di fondo riprende quella  sviluppata da William Least Heat-Moon in Prateria, ovvero consiste innanzitutto nella scelta di un oggetto da narrare. Dico oggetto perché Prateria non narra una storia, bensì analizza un oggetto: un’area geografica del Kansas, una prateria nel centro esatto degli Stati Uniti. La descrizione della prateria, o meglio il settore messo a fuoco da Least Heat-Moon, la piccola Chase County, si polverizza in centinaia di storie, di tipo e portata diversi, mantenendo tuttavia la propria unitarietà a livello di struttura narrativa.

Allo stesso modo procedo nel mio esperimento narrativo: solo che, nel mio caso, la porzione geografica presa in esame è il lungomare di Rimini (dal porto al bagnino numero 100) e le storie che vengono evocate non hanno l’intenzione di tracciarne una “mappa in profondità” (giusto il sottotitolo del libro di Heat Moon), ma di aprire ad un mondo fantastico che dai luoghi percorsi si allontanano anche sideralmente. E questo proprio perchè per lo Humanistic Management il controllo totale del mondo, o di un pezzo limitato di mondo, anche tramite il suo racconto, è una mera illusione che permea la cultura occidentale da Esiodo fino a Melville, passando per il Robinson Crusoe di Defoe (cfr. Wislawa Szymborska: dalla prosa del taylorismo alla nuova poesia manageriale).

1532161_10202781403082245_1637036387_nWinter Beach Tales, insomma, si inserisce nel filone progettuale crossmediale dello Humanistic Management, icasticamente sintetizzato dalla domanda: “What is the use of a book without pictures or conversation?”.  Ovvero  dalla prima frase articolata da Alice, nell’incipit di Alice in Wonderland. “A che serve un libro senza figure e dialoghi?”, che anticipa le forme contemporanee di comunicazione: il film, la televisione, l’ebook.  E cosa è Facebook, il più rilevante fenomeno del web 2.0, se non un libro con immagini e conversazioni?

Dunque non sorprende scoprire nel primo pensiero di Alice, cui è dedicato il Progetto multipiattaforma di Education 2.0 Alice Postmoderna, il perché delle strane strutture assunte dai testi e dagli strumenti che hanno segnato le tappe  dello sviluppo dello Humanistic Management dal 1997  a oggi (ehi, lo Humanistic Management è Nativo Digitale!):  L’Impresa shakespeariana  (sintesi dei concetti elaborati nel laboratorio della rivista Hamlet fra il 1997 e il 2003, illustrata da Milo Manara), Il Manifesto dello Humanistic Management (2004, frutto delle conversazioni con 12 personalità “mutanti”),  Nulla due volte (2006, libro-portmanteau in bilico fra la grande poesia di Wislawa Szymborska, fotografia, testimonianze metadisciplinari e riflessione personale),  Le Aziende InVisibili (2008, romanzo collettivo a colori, mutazione de Le città invisibili calviniane,  scritto a duecento mani e con i disegni di Luigi Serafini, che diviene blog, cortometraggio, Web Opera), La Mente InVisibile, 2011, ideato come Romanzo Nativo Digitale e pubblicato sperimentando le nuove frontiere del self publishing su Internet.

A modest proposalTutte modalità di espressione di quell’intelligenza collaborativa che ho descritto nel mio ultimo libro e che contribuiscono a dimostrare quanto inconsistenti siano gli allarmi quotidiani lanciati dai neoluddisti secondo cui Internet uccide la conoscenza e rende impossibile praticare arte e letteratura.

Ma soprattutto con i Winter Beach Tales lo Humanistic Management dimostra ancora una volta quanto il suo approccio metadisciplinare sia difficile da digerire per gli esperti verticali di ogni tipo e di ogni età, espressione spesso inconsapevole di quella divisione in silos organizzativi e mentali rafforzata da oltre cento anni di dominio incontrastato dello Scientific Management. Lo prova il fatto che, a fronte di un ottimo gradimento da parte della community, la valutazione più bassa (una bella serie di 1/10, in cui si distingue un isolato 1/3), non a caso è stata espressa da uno dei giurati ufficiali: Mirco Pasqualini, UX Design Director di Ogilvy New York, azienda che, se tanto mi dà tanto, evidentemente non brilla per approccio umanistico, attenzione ai contenuti culturali e capacità di comprensione delle nuove forme di comunicazione collaborative sul web 2.0.