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I #neoluddisti non muoiono mai, 2: Internet annulla la conoscenza

La volta scorsa abbiamo avviato una riflessione su quella nuova forma di luddismo (ergo, di “neoluddismo”) che si esplicita nell’attaccare  Internet ed in particolare il Web 2.0, stigmatizzandolo come origine e fonte di ogni Male. Nonostante la recente presa di posizione di Papa Francesco, secondo cui Internet è “un dono di Dio”, questa idea fondamentale continua a declinarsi in una molteplicità variegata e anche fantasiosa di forme. In questa serie di post ci proponiamo di offrirne una sintetica ma rappresentativa rassegna. Dopo avere esaminato il “padre di tutti i neoluddismi” (Internet ci rende stupidi!), esaminiamo oggi le argomentazioni di chi sostiene che il Web annulla la conoscenza.

Neoluddismo n. 2: Internet annulla la conoscenza

La Repubblica, il 1 giugno 2013, ha pubblicato un articolo di Massimiliano Bucchi dal titolo La solitudine dell’esperto, in cui si sostiene che la bolla informativa creata da Internet “annulla la conoscenza”. L’allarme arriva da una ricerca curata da due professori dell’Università di Cardiff: il numero delle pubblicazioni è ormai fuori controllo. Non basta una vita per aggiornarsi: “la ricerca dell’Università di Cardiff stima che al ritmo tutt’altro che disprezzabile di un articolo letto al giorno (ovvero 250 articoli all’anno), la probabilità che il dottor Jones e un altro suo collega leggano lo stesso studio nello stesso anno è di 1 a 79. In altre parole, è sempre più difficile per gli esperti, anche in un settore specifico, trovare un terreno stabile, comune e condiviso di risultati; il risultato è una crescente frammentazione e divergenze che si manifestano sempre più frequentemente anche in ambito pubblico.

Diventa infatti sempre più agevole, pescando in questo inesausto e sempre più articolato serbatoio informativo, sfidare e mettere in discussione pareri e competenze espresse dagli esperti su questioni di rilevanza pubblica. Questo contribuisce ad alimentare quella “crisi degli esperti” che si esprime ormai a vari livelli e in molteplici forme: dalla critica alle previsioni meteorologiche da parte di esponenti del mondo politico e imprenditoriale, al complesso intreccio tra competenza e responsabilità, fino al recente “Excelgate” che su blog e siti web di tutto il mondo ha messo in discussione un influente studio sul rapporto tra indebitamento e crescita economica, attribuendogli un macroscopico errore di calcolo”. Dello stesso tenore anche le accuse mosse a TED e a cui ha efficacemente replicato Chris Anderson nel post TED isn’t a recipe for ‘civilisational disaster’.

I Neoluddisti e i talebani di Wikipedia

Il punto è che il Web 2.0 spazza via il concetto di divisione del lavoro (fondante lo Scientific Management) e quindi la reificazione del sapere disciplinare specialistico, a favore di quella di metadisciplinarietà propugnata dallo Humanistic Management 2.0 che, proprio sfruttando le nuove piattaforme collaborative, può essere efficacemente messa in pratica. Il che non significa ignorare che le forme emergenti di social education non pongano dei problemi: io stesso in tempi non sospetti ho sollevato una forte critica a come vengono gestite le pagine italiane di Wikipedia (cfr.  Quando a censurare è WIKIPEDIA) sollevando le ire di alcuni talebani impermeabili alle critiche costruttive alla retorica del Web 2.0 (e alla loro in molto casi palese incompetenza ed incapacità gestionale) tanto quanto e forse ancor più di quanto i neoluddisti siano accecati dalla loro furia distruttiva. E così i sopra citati talebani me la hanno giurata: dopo un periodo di tregua la pagina sullo Humanistic Management è stata ancora messa all’indice sulla base di argomentazioni ispirate unicamente dalla gretta incapacità di comprendere ciò di cui la voce tratta: ad esempio, si tratterebbe di un tema di “interesse locale”, nonostante le numerose istituzioni dedicate alla tematica in molti Paesi del mondo (indicate nelle voce); il fatto che sempre più numerose siano le aziende che si ispirino ad essa; che alla declinazione italiana dello Humanistic Management abbiano contribuito personalità che vanno da sociologi come Domenico De Masi a politici come Walter Veltroni ed Enrico Letta, passando per artisti come Milo Manara, nonchè decine di altre personalità dell’economia e della cultura; e proprio mentre una casa editrice come Cambridge Scholars sta realizzando la versione internazionale del mio ultimo libro dedicato al tema.

Resta il fatto che, con tutti i suoi numerosi limiti, Wikipedia ha avuto la meglio sull’Enciclopedia Britannica, l’autorevolezza sancita dalla community ha avuto il sopravvento sul medioevale “ipse dixit”, garanzia di un sistema di potere, prima ancora che culturale, gerarchico e assolutistico. Come si rende conto, sia pure confusamente, lo stesso Bucchi: “La portata del fenomeno appare tale da rendere difficile indicare una via d’uscita. Gli autori dello studio gallese si interrogano su come ridurre la quantità ed elevare la qualità delle pubblicazioni specialistiche, ipotizzando ad esempio nuove forme di diffusione dei risultati aperte e collaborative (“wiki”)”. Caro Bucchi e cari studiosi gallesi, qui non si tratta più di “ipotizzare”, si tratta di prendere atto che una rivoluzione cognitiva, economica e organizzativa è in atto: i ragazzi della “generazione F” lo hanno già capito da tempo, così come gli autori del Cluetrain Manifesto (1999) o, in tempi più recenti Dan Tapscott: è la Wikinomics bellezza!

La conoscenza come proprietà della Rete

E’ Enrico Giammarco nel suo L’Uomo Digitale a ricordare che “David Weinberger ha scritto un saggio fondamentale, intitolato “La stanza intelligente: la conoscenza come proprietà della Rete”, che descrive questo passaggio epocale. I tratti salienti della nuova conoscenza sono i seguenti:

Ampia: nella sua accezione fondamentale, Internet è territorio “di tutti”, ed è (con le opportune distinzioni puntuali) accessibile “da tutti”. Date le dimensioni illimitate, può attingere ad un pozzo di conoscenze ed esperienze in grado di sopperire a qualsiasi esigenza.

Senza Confini: la Rete è in grado di travalicare qualsiasi “muro” creato da vincoli geografici, sociali, politici e culturali. I filtri presenti esistono soltanto ad uso, vantaggio e consumo dell’utente, ma non sono invalicabili.

Populista: la conoscenza su Internet non è discriminatoria, in quanto tutti vi possono contribuire, senza paletti all’ingresso.

Accreditata: il principio di autorevolezza su Internet è strettamente basato sul riconoscimento altrui. Una formula mutuata in parte dal meccanismo delle citazioni accademiche, lo stesso che ha dato vita all’algoritmo Pagerank di Google.

Irrisolta: abituati a secoli di “risposte definitive”, non possiamo non notare come sulla Rete qualsiasi idea/pensiero/teoria è controvertibile e contro-argomentabile. Questo non impedisce alle varie “fazioni” di andare ciascuna avanti per la propria strada.

“Inclusiva: l’eliminazione del vincolo fisico (carta) ha reso obsoleto anche il vecchio approccio selettivo. Internet è illimitata e può contenere tutto, pertanto non è più necessario preoccuparsi di cosa archiviare e cosa no.

Cumulativa: l’assenza di vincoli pesa anche sul fattore temporale. Mentre l’archiviazione cartacea prevedeva che con il passare degli anni alcune informazioni del passato fossero destinate all’oblio, la conoscenza della Rete cresce con il tempo, ma resta un archivio integralmente consultabile.

In pratica la struttura della nuova conoscenza non è più piramidale, ma è liquida, trasversale e ramificata come la Rete. Anzi, è la Rete”.

Il Rinascimento tecnologico: Internet ci costringe a diventare intelligenti

Le conclusioni di tutto questo le ha ben sintetizzate nel più puro spirito dello Humanistic Management 2.0 Michele Serres nel saggio Il Rinascimento tecnologico. Quelle banche dati che ci obbligano ad essere intelligenti, pubblicato in versione integrale su Vita e Pensiero, e successivamente sintetizzato su La Repubblica: “Da quando siamo uomini, abitiamo in uno spazio polarizzato attorno a luoghi di concentrazione, case, villaggi e tesori diversi; in particolare, il luogo stesso in cui vivo e al quale riferisco il mio indirizzo. Viviamo in questo spazio perché costruire lo forma, abitare lo consolida e pensare consiste nel riprodurlo….

Le reti sostituiscono la concentrazione con la distribuzione. Da quando disponiamo, su una postazione portatile o sul telefonino, di tutti i possibili accessi ai beni o alle persone, abbiamo meno bisogno di costellazioni espresse. Perché anfiteatri, classi, riunioni e colloqui in un dato luogo, e perché una sede sociale, dal momento che lezioni e colloqui possono tenersi a distanza? Gli esempi culminano in quello dell’indirizzo. In tutto il corso della storia è stato riferito a un luogo, di abitazione o di lavoro, mentre oggi l’indirizzo di posta elettronica o il numero di telefono cellulare non indicano più un determinato luogo: un codice o una cifra, pura e semplice, basta. Quando tutti i punti del mondo godono di una sorta di equivalenza, la coppia qui e ora entra in crisi. Heidegger, filosofo oggi assai letto nel mondo, nel chiamare esserci l’esistenza umana, designa un modo di abitare o di pensare in via di estinzione. Il concetto teologico di ubiquità – la capacità divina di essere ovunque – descrive meglio le nostre possibilità rispetto al funebre qui giace…

I piagnoni antichi e moderni deplorano la perdita dell’oralità, della memoria, della concettualizzazione e di tante altre cose preziose per i nostri avi. In realtà la perdita della memoria, nell’epoca che seguì quella in cui si declamavano a mente i poemi di Omero, liberò le funzioni cognitive dal carico impietoso di milioni di versi; apparve allora, nella sua semplicità astratta, la geometria, figlia della Scrittura. Allo stesso modo nel Rinascimento una perdita ancora più importante sollevò i saggi dallo schiacciante obbligo della documentazione, che allora si chiamava dossografia, e li riportò bruscamente alla nuda osservazione che fece nascere le scienze sperimentali, figlie della stampa. A bilancio, i vantaggi prevalgono in maniera preponderante sui pregiudizi, poiché in tali circostanze nacquero due altri mondi, che permisero di comprendere questo. Sapere consiste allora non più nel ricordare, ma nell’oggettivare la memoria, nel depositarla negli oggetti, nel farla scivolare dal corpo agli artefatti, lasciando la testa libera per mille scoperte. Ho impiegato molto a capire che cosa volesse dire Rabelais, quando i professori mi obbligavano a dissertare sulla celebre frase: Preferite una testa ben fatta a una testa piena.

Prima di poter allineare i libri nella loro libreria, Montaigne e i suoi antenati dotti dovevano imparare a memoria l’Iliade e Plutarco, l’Eneide e Tacito, se volevano averli a disposizione per meditare. L’autore degli Essais li cita ormai ricordandosi solo del loro posto sugli scaffali per consultarli: quanta economia! All’improvviso la pedagogia, che quel Rinascimento auspica, vuoterà la testa un tempo piena, e ne modellerà la forma senza preoccuparsi del contenuto, ormai inutile in quanto disponibile nei libri. Liberata della memoria, una “testa ben fatta” si volgerà ai fatti del mondo e della società per osservarli. Rabelais, in quella frase, in realtà, loda l’invenzione della stampa e ne trae lezioni educative. Decisamente, bisogna riscrivere Pantagruel o gli Essais.Come vecchi cadenti, i bambini di oggi non ricordano neppure la trasmissione vista ieri sera in televisione. Quale scienza immensa promuoverà quest’altra perdita di memoria? Questo sapere recente si può già apprenderlo o almeno visitarlo sulla rete, come il nuovo oblio l’ha già modellato. Sì, l’enciclopedia, la cui rete mondiale gronda informazioni singolari, ha appena cambiato paradigma, sotto l’effetto della nuova liberazione. Il nostro apparato cognitivo si libera anche di tutti i possibili ricordi per lasciare spazio all’invenzione. Eccoci dunque consegnati, nudi, a un destino temibile: liberi da ogni citazione, liberati dallo schiacciante obbligo delle note a piè di pagina, eccoci ridotti a diventare intelligenti!

Come nel Rinascimento, giungono una nuova scienza e una nuova cultura, i cui grandi racconti producono un’altra cognizione che li riproduce a loro volta arricchiti. Questo cambiamento d’intelletto ha avuto luogo più volte nella storia, ad esempio quando arrivarono i modelli astratti della geometria o gli esperimenti in fisica, quando appunto cambiavano le tecnologie. Così la storia della filosofia e la storia stessa, tributarie della storia della conoscenza, seguono quella dei supporti”.

Precursori ed epigoni di Taylor

Meraviglioso: se non fosse che il sistema di potere consolidatosi nel corso della storia e soprattutto in Italia ancora dominante è quello descritto dall’editoriale di ieri sul Corsera da Ernesto Galli della Loggia e il cui metodo è stato perfettamente analizzato oggi da Alberto Stadera su La Repubblica.  Analisi che condivido completamente con una integrazione essenziale: il modello cognitivo, culturale e organizzativo che caratterizza il “blocco burocratico-corporativo” ovvero l’oligarchia al potere in Italia è quello dello Scientific Management (comando e controllo) cui le nuove forme di social organization e di intelligenza collaborativa si oppongono radicalmente. Di qui la difficoltà a ridare vita ad innovazione, produttività, capacità competitiva del nostro Paese.

Cosa è lo Scientific Management? Cento anni fa, nel 1911, l’ingegnere Frederick Taylor pubblicava i suoi Principi dello scientific management, opera che affondava le sue radice ne La ricchezza delle nazioni di Adam Smith ed era  destinata ad avere una straordinaria importanza. Il modello operativo ma soprattutto mentale che veniva in questo testo sviluppato sarebbe infatti divenuto rapidamente non solo il riferimento imprescindibile delle teorie e delle prassi manageriali nell’ambito industriale, ma avrebbe pervaso le organizzazioni sociali a tutti i livelli. Oggi quel modello e molto spesso le specifiche indicazioni operative date da Taylor (one best way, distinzione fra chi progetta e chi esegue, parcellizzazione delle attività, standardizzazione, eccetera) sono alla base del nostro vivere quotidiano sia all’interno che all’esterno del contesto lavorativo. Basta guardare le sequenze iniziali del primo mitico Fantozzi e confrontarle con le prime ore di ogni nostra giornata per avere una amara conferma di quanto il tayloristico modello Tempi e Metodi domini ogni aspetto della nostra esistenza.

La ragione di questo straordinario successo è ben descritta da Petrus, uno dei protagonisti del romanzo collettivo La Mente InVisibile:  Taylor ha saputo dare consistenza (solidità, direbbe Bauman)  in epoca moderna al “sogno dei costruttori di ordinamenti perfetti, di istituzioni totali, siano essi l’impero di Hammurabi o una cosca mafiosa: (quello) di poter disporre di sudditi perfettamente flessibili e del tutto autonomi, nel senso di semoventi, rispetto al compito e solo rispetto al compito. Sudditi religiosamente devoti oppure schiavi, iloti, meteci, liberti, servi della gleba, picciotti, operai manchesteriani, operai-massa, operai tayloristi, robot, manager integrati e integratori nella e della macchina organizzativa”.

2 – continua