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Vita e destino – Alice annotata 48


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Il Mondo come Comando e Controllo

Vita e Destino              di Vasilij Grossman                 è      un vasto romanzo polifonico che si svolge durante l’assedio di Stalingrado. E’ uno di quei libri che possono risultare ostici inizialmente (in questo caso, soprattutto per via dei nomi russi della maggioranza dei protagonisti e per la complessità delle relazioni che legano fra loro i numerosissimi personaggi anche minori), ma che non si abbandona più superate le prime classiche cinquanta pagine, una volta entrati in sintonia con il ritmo e il linguaggio proposti dall’autore.

Nell’ambito del progetto              Alice Annotata, costituisce un punto di riferimento ideale per concludere      la serie     di post     dedicati al quarto capitolo del Wonderland carroliano, iniziata con quello intitolato Fra Scientific Management e Social Organization – Alice Annotata 37     e basata appunto sull’assunto          che                        l’organizzazione domestica vigente nella casa del Bianconiglio sia una perfetta rappresentazione del Modello tayloristico del Comando e Controllo, ancor’oggi imperante nella maggior parte delle aziende private e pubbliche.

Uno dei temi del libro di Grossman, forse il principale, infatti è che stalinismo e nazismo si rispecchiano l’uno nell’altro: Istituzioni Totali, modellate sugli stessi principi dello Scientific Management di Taylor, che, insieme all’organizzazione fordista, genereranno modelli mentali, processi culturali e comportamenti, agiti sia in tempo di pace sia in tempo di guerra nei decenni successivi in maniera analoga in tutto il mondo, rendendo in fondo superficiali le differenze fra capitalismo occidentale e comunismo sovietico e, sotto questo profilo, del tutto indifferente il fatto che la guerra sia vinta dai tedeschi e dai giapponesi o dagli americani alleati con i russi. Una tesi, per inciso, sostenuta anche da uno degli scrittori postmoderni più amati dal pubblico contemporaneo, P.K. Dick, nel suo eccellente      The man in the high castle         (in italiano diffuso anche con il titolo    La svastica sul sole) e da Zygmunt Bauman in             Modernità Liquida, dove il celebre studioso non esita a mettere sullo stesso piano (dal punto di vista del significato sociologico) i lager nazisti, il Grande Fratello di Orwell, il Panopticon e la catena di montaggio fordista.

In questo quadro, ricordo anche che il 13 settembre su       La Repubblica        è apparso      un articolo                in cui si sottolinea come “il romanzo Noi       di Evgenij Zamjatin, la prima grande distopia novecentesca, modello e stimolo per i successivi Huxley (Il mondo nuovo) e Orwell (1984)       ma anche di film come    Matrix, non è – e non poteva essere – una critica del nascente stalinismo così come prospettato, con gran dispendio di toni propagandistici, dall’emigrazione russa fin dagli anni Venti…

La grande intuizione di Zamjatin è però rendere la soppressione della personalità in atto, indicando i membri di quella moderna società totalitaria non con dei nomi ma con dei numeri (preceduti da una vocale per le donne, da una consonante per gli uomini), numeri che questi portano affissi sul petto, così come i robot di Karel Capek nel coevo   R.U.R.                   (1921), anche se la coincidenza temporale – e il fatto che       Noi              uscirà (e solo in traduzione inglese) soltanto nel 1924 – escluderebbe influenze reciproche.

Anzi, Zamjatin va anche oltre, e in                 Noi                         i sudditi dello Stato Unico vengono dall’autore chiamati freddamente «numeri» (stupisce quindi che la nuova traduzione di Alessandro Niero, alquanto deludente quanto a precisione e resa stilistica, li definisca invece – con più ambiguità e meno forza icastica – «unità»). Ma proprio dietro quei lavoratori-numeri si cela la polemica di Zamjatin con le leggi del taylorismo, suo vero bersaglio, l’organizzazione razionale del lavoro che – già esplosa nel fordismo statunitense – sta avanzando anche in Urss se l’importante rivista   Proletarskaja kul’ tura    ospita nel 1919 un articolo che, nella «psicologia del proletariato industriale», sottolinea il carattere spersonalizzato, per cui – si legge – è possibile «qualificare una singola unità proletaria come A, B, C, oppure come 325 o 075»”.

Cosa c’entra tutto questo con Alice? Se questo dubbio ancora vi attanaglia, nonostante i ragionamenti sviluppati nelle Note precedenti, leggete      Adolf in Wonderland      di Mellick, una novella ambientata in un universo finzionale in cui l’utopia nazista ha vinto (“un tributo a Franz Kafka e a Lewis Carroll”, si legge nella retrocopertina) e vi renderete conto che l’abbinamento non è poi così bizzarro.

La vita in un’Istituzione Totale

Ma torniamo a Vita e Destino.       Il lettore si muove nel mondo descritto da Grossman tenendo come riferimento i quattro punti cardinali segnati dalla vicende parallele che si svolgono in un campo di concentramento nazista, in un gulag stalinista, all’interno dell’esercito russo di stanza a Stalingrado ed infine in un laboratorio di ricerca civile situato nella cittadina di Kazan’ durante l’assedio e quindi riportato a Mosca dopo la vittoria sui tedeschi.

Il percorso narrativo sviluppato lungo l’asse che vede alle sue estremità il lager nazista e quello stalista sottolinea continuamente la loro specularità. Ad esempio nel Capitolo 41 della Prima Parte uno degli ispiratori della rivoluzione bolscevica, Magar, che è stato imprigionato per sovversione nel gulag creato dagli stessi rivoluzionari da lui un tempo capeggiati, dice ad un altro prigioniero politico (un fedelissimo del Partito e di Stalin, rimasto tale nonostante l’imprigionamento, ma che pure, per imperscrutabili ragioni kafkiane, viene considerato dal sistema un traditore): “Non abbiamo mai capito cosa fosse la libertà. L’abbiamo soffocata. Neanche Marx la teneva in gran conto, mentre invece è la base, il senso, il fondamento di ogni fondamento. Senza libertà, la rivoluzione proletaria non esiste”. E nel capitolo successivo, il cambio di scena dal lager stalinista a quello nazista è preparato dalle parole: “Era il momento di attuare i punti più atroci del programma nazionalsocialista, quelli che colpivano l’uomo, la sua vita e la sua libertà”.

Qualche pagina dopo un capitolo è dedicato alla figura del ragioniere Rozenberg, obbligato a tenere la contabilità dei morti ammazzati – che il Kapò gli ordina di indicare sempre non come “corpi”, ma come “pezzi” – e dei costi connessi alla loro sopressione (quanta legna bruciata, quante tombe scavate, quanti soldati impegnati negli scavi…). Il tutto finalizzato a redarre un bilancio da consegnare a “Buchman, il capocontabile della Banca di Stato”. Un passaggio significativo di come le logiche del lager siano, allora come ora, omogenee a quelle della grande industria e dell’amministrazione statale.

Un altro parallelismo esplicito fra nazismo, stalinismo e democrazie occidentali lo troviamo al Capitolo 50: “La gloriosa rivolta del ghetto di Varsavia, a Treblinka e a Sobibor, per esempio, l’imponente movimento partigiano in decine di Paesi che Hitler aveva asservito, i disordini di Berlino del 1953 e in Ungheria nel 1956, dopo la morte di Stalin, così come le rivolte nei lager della Siberia e dell’Estremo Oriente sovietico, i moti di liberazione della Polonia, il movimento studentesco per la libertà di pensiero in numerose città, gli scioperi in molte fabbriche, hanno dimostrato che il desiderio di libertà non può essere sradicato… lo si può soffocare, ma non distruggere. Il totalitarismo non può fare a meno della violenza. Se vi rinunciasse, cesserebbe di esistere. Il fondamento del totalitarismo è la violenza: esasperata, eterna, infinita, diretta o mascherata. L’uomo non rinuncia mai volontariamente alla libertà. E questa conclusione è il faro della nostra epoca, un faro acceso sul nostro futuro”.

Le considerazioni che Grossman sviluppa intorno a questo argomento lungo tutto il libro fanno il paio con quelle di Galimberti che riporto in     Nulla due volte    commentando la poesia         Lode della cattiva coscienza di sè:

“Esaminiamo una delle settanta interviste che Gitta Sereny fece a Franz Stangl, direttore generale del campo di sterminio di Treblinka, raccolte in un libro che ha per titolo        In quelle tenebre         (Adelphi). Troviamo che alla domanda: «Che cosa provavate quando compivate quegli eccidi?», Franz Stangl risponde: «Quello era il nostro lavoro. Il lavoro di uccidere con il gas e bruciare cinquemila e in altri campi fino a ventimila persone in ventiquattro ore esigeva il massimo di efficienza. Nessun gesto inutile, nessun attrito, niente complicazioni, niente accumulo. Arrivavano e, tempo due ore, erano già morti. Questo era il sistema. Funzionava. E dal momento che funzionava era irreversibile». Prima di indignarci di fronte a una simile difesa, nota Galimberti, dovremmo considerare che «gli autori di quei crimini, o per lo meno molti di loro senza i quali l’ente di gestione criminale non avrebbe potuto funzionare, non si sono comportati nelle situazioni in cui commisero i loro crimini molto diversamente da come erano abituati a comportarsi nell’esercizio del loro lavoro, e come ciascuno di noi è invitato a comportarsi quando inizia il suo lavoro in un’organizzazione… La divisione del lavoro che vigeva nell’apparato di sterminio di Treblinka e che oggi vive in ogni struttura aziendale fa sì che all’interno di un apparato produttivo tecnicizzato, l’operatore, sia esso un lavoratore, un impiegato, un funzionario, un dirigente, non ha più niente a che fare con il prodotto finale, anzi gli è tecnicamente impedito, per la parcellizzazione dei processi lavorativi, di intendere realmente l’esito ultimo a cui porterà la sua azione. Così l’operatore non solo diventa irresponsabile, ma gli è precluso anche il diritto alla cattiva coscienza, perché la sua competenza è limitata alla buona esecuzione di un compito circoscritto, indipendentemente dal fatto che, concatenandosi con gli altri compiti circoscritti previsti dall’apparato, la sua azione approdi a una produzione di armi o a una fornitura alimentare»”.

Come sopprimere un Mondo Vitale

Ora, che le situazioni descritte in campi di concentramento, lager ed eserciti siano coerenti con il Modello Comando e Controllo non sorpende:  sono Istituzioni Totali per definizione. Più interessante allora appare soffermarci sulle vicissitudini di Victor Strumm, scienziato russo e Direttore del più importante laboratorio di fisica sovietico. La sua storia dimostra come, in un mondo dominato dallo Scientific Management, anche un                      Mondo Vitale                      per eccellenza come dovrebbe essere un laboratorio, finisce per piegarsi alle logiche omologanti dell’Istituzione Totale.

Victor Strum è un fisico nucleare di straordinario valore, anche se con le debolezze di un essere umano: è vanesio, autocentrato, tradisce (sia pure platonicamente) la moglie con la consorte del suo migliore amico. Con la famiglia ha dovuto abbandonare Mosca, dopo l’invasione tedesca del suolo sovietico nel 1941, e insieme ai colleghi scienziati si è rifugiato a Kazan’.

Nel libro Victor Strum incarna il tormento dell’intellettuale sovietico che non riesce a capire e a tollerare le crudeltà compiute da Stalin, pur di pervenire alla edificazione del socialismo in un solo Paese. Strum, mentre si trova nei salotti modesti di Kazan’ a parlare di politica e letteratura in tempo di guerra con i suoi colleghi e con gli altri intellettuali, ha la netta sensazione di non potere esprimere liberamente il proprio punto di vista; teme che fra i suoi interlocutori si nasconda un delatore, che potrebbe denunciarlo e provocarne la rovina umana e intellettuale.

In una premonizione di quella che sarà la realtà all’interno della cortina di ferro descritta dalla poesia di Wislawa Szymborska Un parere in merito alla pornografia           che ho approfondito ancora in                    Nulla due volte                (    vedi anche il post             Wislawa Szymborska, Kafka e il circo aziendale),                  Strum ricorda, inorridito e addolorato, il silenzio degli intellettuali sovietici al cospetto delle purghe staliniste avvenute nel trentasette, dinanzi al processo farsa contro Bucharin e gli altri oppositori di Stalin, di fronte agli orrori legati alla collettivizzazione forzata delle terre.

Ma la tragedia di Strum si consuma quando lui e la sua famiglia rientrano nella loro casa di Mosca. A Kazan’ aveva avuto una straordinaria intuizione scientifica, chiedendosi se la conoscenza derivi dalla osservazione dei fenomeni fisici oppure dai pensieri che nascono spontaneamente nella mente umana. Strum riprende a lavorare nel suo laboratorio di ricerca, per dare attuazione all’intuizione scientifica che ha avuto intorno all’atomo e alla fisica nucleare.

Presto, poiché non accetta l’idea che la ricerca scientifica debba essere subordinata alle direttive del partito, entra in conflitto con i suoi colleghi scienziati, dai quali viene accusato di avere elaborato una teoria fondata su elucubrazioni talmudiche, essendo di origini ebraiche (la persecuzione degli ebrei rappresenta un altro elemento comune a Hitler e Stalin).

Strum, allontanato dopo un sommario processo politico tenutosi dinanzi al consiglio accademico dal suo laboratorio di ricerca, si trova da solo, prova sensi di colpa, si dispera, perché non può più attuare le sue ricerche sull’atomo. Ma ecco che, grazie ad una telefonata di Stalin, ricevuta nella notte, Strum viene riabilitato e riammesso nel suo laboratorio di ricerca. Proprio mentre suo cognato Krimov, accusato di essere un seguace di Trotskii ed un traditore, viene rinchiuso nel carcere della Lubjanka, dove è costretto con la tortura a rendere una falsa confessione di colpevolezza, come accadde a tanti bolscevichi nel periodo fosco dello stalinismo.

Siamo davanti alla vittoria dell’individuo sul sistema? Niente affatto. Nelle ultime pagine del libro Strum viene posto davanti ad una scelta: o firma un documento in cui si accusa ingiustamente un collega divenuto inviso al potere stalinista, o sarà costretto a rinunciare a tutto, denunciato come traditore e quindi internato. Strum cede al ricatto divenendo così parte integrante del sistema e complice dei delitti perpetrati dallo stalinismo.

Credo che il destino di Strum sia comune a tantissimi impiegati e operai ogni giorno vittime o testimoni impotenti di infiniti atti di mobbing, di soprusi, di abusi di potere perpetrati all’interno delle organizzazioni tradizionali. Una violenta mascherata, come la definisce Grossman, ipocrita, senza spargimenti di sangue: ma sempre di violenza si tratta. Una violenza cui potremo sottrarci solo con l’avvento di un nuovo modello di lavoro basato su fiducia, trasparenza, meritocrazia: quello della            social organization                                    basato sull’emersione dell’               intelligenza collaborativa                                       abilitata da strumenti di comunicazione web based e non sulla stupidità di massa imposta dal taylorismo: non molto dissimile da quella banalità del male su cui si fondava il nazismo secondo la lezione sempre attuale di Hanna Arendt.

Alice annotata            48. Continua.

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