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Wislawa Szymborska, il primo amore e il Simposio del XXI° secolo

Il primo amoreIl primo amore

Mentre in libreria continua a dominare le vendite l’antologia La gioia di scrivere edita da Adelphi, arriviamo al nostro quarto appuntamento con la poesia di Wislawa Szymborska rivista alla luce delle analisi proposte nel volume Nulla due volte. Il management attraverso la poesia di Wislawa Szymborska.

Dopo avere letto e commentato Ad alcuni piace la poesia, Possibilità e appunto La gioia di scrivere, il componimento da cui partono oggi le nostre riflessioni si intitola     Il primo amore.

Una nuova tappa nel percorso teso a mostrare come la poesia possa rivelare la mutevole molteplicità del reale, denunciando così l’illusione dello scientific management, che presume  di poterne dominare  la complessità. Viceversa, proprio l’arte narrativa più antica del mondo può ispirare un nuovo modo di leggere e gestire l’impresa: lo humanistic management, per il quale, partendo da  una riflessione su sé stessi, si può arrivare a costruire insieme agli altri il mondo vitale dell’impresa conviviale.

Dicono

che il primo amore è il più importante.

Ciò è molto romantico

ma non fa al mio caso.

 

Qualcosa tra noi c’è stato e non c’è stato,

accadde e si è perduto.

 

Non mi tremano le mani

quando mi imbatto in piccoli ricordi,

in un rotolo di lettere legate con lo spago

– fosse almeno un nastrino.

 

Il nostro unico incontro dopo anni:

conversazione di due sedie

accanto a un freddo tavolino.

 

Altri amori

ancora respirano profondi dentro me.

A questo manca il fiato anche per sospirare.

 

Eppure proprio così com’è,

è capace di fare ciò di cui quelli

ancora non sono capaci:

non ricordato,

neppure sognato,

mi familiarizza con la morte.

 Individualismo e convivialità

Benché sia essenziale partire dalla propria autobiografia per creare autoconsapevolezza e quindi autosviluppo, dicevamo nel nostro ultimo post, la scrittura non deve limitarsi ad essere un esercizio arido, al limite dell’onanismo: deve consentire di produrre un mondo interiore ricco in quanto condiviso con gli altri. Deve quindi condurre alla comprensione che anche l’impresa è al tempo stesso oggetto e soggetto di molti discorsi – economici, giuridici, sociologici, gestionali – ma anche di “storie individuali e collettive, eroiche o tristi, comiche o esemplari che hanno, a seconda del narratore, intenti normativi, di sanzione morale, di creazione di identità aziendale, di recupero di spazi individuali che la gerarchia compulsa, e così via” (Marco Viviani). E questa l’area in cui si situa la dimensione “conviviale” dell’azienda. Come già sapeva Platone, le nostre labirintiche vite possono avere un senso solo se armonicamente interrelate con quelle di coloro che ci sono vicini, con cui collaboriamo ogni giorno,  di cui abbiamo quotidiana  e reciproca cura, che godono della nostra fiducia, che amiamo.

Sull’importanza di un approccio conviviale all’esistenza Symborska torna spesso. Ha dichiarato:  “Sartre disse una delle cose più orrende che siano state dette: gli altri sono il vero inferno. Accidenti, dico io, gli altri sono il vero paradiso. Che significa che gli altri sono l’inferno? Certo, quegli altri devono essere persone care, vicine, non chicchessia – non mi riferisco affatto solo all’amore, ma alla parentela, amicizia, interessamento d’un vicino di casa, ecc. Dove saremmo senza gli altri? Chi saremmo? Niente, un inferno.” L’idea torna in Solitudine cosmica, dove si considera l’ipotesi che solo sulla Terra ci sia la vita. “Proviamo a riflettere sulle conseguenze di una simile rivelazione. Sarebbe forse la peggior notizia fra tutte quelle possibili? O, al contrario, non potrebbe renderci più forti e lucidi, insegnandoci un reciproco rispetto e costringendoci a immaginare un modo di vita più umano?….Forse la vita altrui, ogni singola vita, acquisirebbe finalmente il valore che merita, il valore di un fenomeno unico, di una rivelazione su scala universale…Si può ancora parlare di solitudine, se è una solitudine variegata e complessa?”

Ogni volta che perdiamo  il senso della comunione con gli altri, quando la conversazione con un’altra persona (collega o amico o amante) è solo “una conversazione di due sedie accanto ad un freddo tavolino”, ci avviciniamo alla morte, come accade a Szymborska con il suo “primo amore”. Il mondo vitale dell’impresa è invece un’“azienda conviviale”, con riferimento al  Convivio o Simposio platonico: un luogo dominato dall’eros (cfr. Marco Minghetti, L’erotismo aziendale, Persone & Conoscenze n. 4, settembre 2004)    e dalla cooperazione discorsiva, regolata da un simposiarca. Il modello conviviale  è l’attualizzazione del potere di parola e d’iniziativa attribuito a tutti i soggetti-persone presenti nell’organizzazione. E’ una traduzione sistemica della cooperazione attiva integrale, condizione essenziale della qualità totale e dell’innovazione continua: ma, prima ancora, del ben-essere individuale e collettivo. “La componente sensoriale-affettiva del vivere nell’impresa e della comunicazione è un trend più che affermato ormai….Nell’accezione più ampia del people caring, tutte le attività di sostegno alla persona sono oggi prevalentemente di carattere sensoriale-affettivo: spese on line, asili e aree relax puntano a ridurre il livello di stress connesso al sovraccarico di impegni…E’ l’affermarsi di quei segnali che svariati precursori hanno definito il teorema del benessere. Le persone cercano in azienda la stessa possibilità di stare bene e di realizzare relazioni accrescitive e piacevoli che inseguono nella vita privata” (Barone e Fontana, Prospettive per la Comunicazione Interna e il Benessere Organizzativo). Sono queste le premesse indispensabili per arrivare alla social organization basata sulla co-creazione di valore e la collaborazione di massa.

Creatività e genius loci

Ci si può tuttavia chiedere se questo genere di coinvolgimento non si fonda in realtà sulla crescita abnorme della dimensione soggettiva, che rischia di divenire  una forma esasperata di edonismo solipsistico in tutti i campi della vita quotidiana: dallo svago al consumo, dalla vita professionale alla sfera privata dei sentimenti e delle relazioni.

Non è di questo avviso il guru della classe creativa, Richard Florida: “L’esistenza moderna  è sempre più scandita da impegni contingenti. Passiamo da un impiego all’altro con pochissime preoccupazioni e senza sforzo. Mentre un tempo i singoli erano tenuti insieme dalle istituzioni sociali e si formavano un’identità nel gruppo, una fondamentale caratteristica della vita di oggi è che cerchiamo di crearci una identità individuale. Questa creazione e ricreazione di sé, spesso ricercata in modi che riflettono la nostra creatività, è la caratteristica chiave del nuovo ethos”. E così descrive lo “stile di vita esperienziale”: “il nuovo stile pone l’accento sull’individualismo, l’affermazione del sé, l’accettazione delle diversità e il desiderio di esperienze ricche e sfaccettate…spinti dell’ethos creativo fondiamo lavoro e stile di vita per costruirci una nuova identità…Una persona può essere al tempo stesso scrittore, ricercatore, consulente, ciclista, rocciatore, appassionato di musica elettronica/world music/acid jazz, cuoco o gourmet dilettante, enologo appassionato e microbirraio…Questo tipo di sintesi è essenziale per affermare una personalità creativa originale”. Le possibili controindicazioni di questa strategia esistenziale sono messe però in luce da  Bauman: “Facciamo shopping esistenziale: cerchiamo i modi per fare nuove amicizie liberandoci delle vecchie, i modi per acquistare l’amore e i modi meno costosi per troncare una relazione allorché l’amore svanisce, i modi per far credere agli altri che siamo ciò che appariamo, i modi per cercare lavoro e per licenziarci appena questo non ci soddisfa.” Così le nostre storie finiscono per essere sempre e solo “cose temporanee”:

now baby, you better pack your things

get outta here quick

Maybe your blood’s getting, oh,  too rich

It ain’t like we ain’t never seen

this thing before

And if it turns you

bend around then you better hit the door

But I know, oh, it’s just a temporary thing

Oh yeah, it’s just a temporary thing

(Lou Reed, Temporary thing)

Lo stesso Florida ammette: “Noi creativi viviamo e spesso produciamo, al lavoro e a casa, alti livelli di stress emozionale e mentale. Aspiriamo alla flessibilità, ma poi abbiamo meno tempo per dedicarci alle cose che vogliamo veramente.“ Conclude Bauman, ”quelli per cui lo spazio conta poco o niente sono leggeri e volatili quanto la nuova economia, non possiedono fabbriche o terre e non occupano cariche amministrative. Vivono in una società di valori volatili, indifferente al futuro, egoistica e edonista.” In una parola, nichilista: “ovunque l’accento cade su atti come dimenticare, cancellare, mollare, sostituire… la vita liquido-moderna è la storia di fini successive. E l’apoteosi della vita liquida di successo emerge meglio se le tombe di cui è lastricato il suo cammino si notano poco, invece di sfoggiare lapidi commemorative”.

Si tratta di rischi da non sottovalutare. Per molti individui la velleità di emulare gli esperienziali creativi  glorificati da Florida è solo una maschera per coprire il vuoto esistenziale rivelato da Bauman. Tuttavia, la sempre più diffusa esigenza di occasioni conviviali da parte di ampi gruppi di persone, sia nella vita privata che sul lavoro, può essere letta come un recupero non solo della tradizione greca del Simposio, ma anche, ha scritto Francesco Morace, del concetto di “cordialità” espresso da Aristotele nell’Etica nicomachea: “quel rapporto personale fra amici, quel volersi bene l’un l’altro, su cui si fonda la comunità, passando dalla stima e ammirazione per l’altrui carattere ai rapporti di reciprocità basati sul piacere e sull’utilità, ma pur sempre autenticamente amichevoli”.

Aggiunge Richard Florida: “dall’Atene classica a Roma, dalla Firenze dei Medici alla Londra elisabettiana, al Greenwich Village e alla Bay Area di San Francisco, la creatività ha sempre gravitato su località specifiche….i luoghi che finiscono per affermarsi sono quelli pluridimensionali e diversi…quelli che offrono stimoli e interscambi culturali”. Così non  sorprende che uno dei bestseller degli ultimi anni sulla creatività e l’innovazione, scritto da Frans Johannson, per la Harvard University Press, si intitoli The Medici Effect. Come la Firenze dei Medici fu il fulcro del Rinascimento perché consentì a scultori, filosofi, poeti di incontrarsi ed entrare in relazione, così l’azienda contemporanea può diventare un centro creativo se riesce a pensarsi come una zona in cui si realizzano tutte le “intersezioni” possibili fra culture anche molto lontane fra loro: entrando in contatto,  contaminandosi, ibridandosi. L’autore mostra come sia possibile “creare l’effetto Medici” in campi diversissimi (dalle neuroscienze alla ristorazione, dal cinema d’animazione alla musica pop, passando per le biotecnologie), attraverso l’abbattimento delle barriere interculturali o interdisciplinari, combinando in un ambiente conviviale idee apparentemente senza nulla in comune e sviluppando modi diversi di vedere le “stesse” cose.

Siamo qui di fronte a due temi chiavi dello Humanistic Management:   metadisciplinarietà     e   genius loci        (sulla fondamentale importanza della valorizzazione di quest’ultimo Piero Trupia ha scritto su questo blog una importante serie di post, Genius loci e (s)regoltezza).

Il Simposio del XXI° secolo

La convivialità contemporanea inoltre, grazie anche allo sviluppo delle nuove tecnologie, può dare vita a quello che nel Manifesto dello humanistic management abbiamo chiamato “il Simposio del XXI secolo”: una modalità di relazione che ha al suo centro una forte progettualità condivisa e che trova la sua espressione più avanzata nelle comunità che si creano a livello globale su Internet così come sulle Intranet aziendali. Parliamo qui delle organizzazioni virtuali studiate da Powell già nel 1987, delle community of practice di cui negli anni Novanta si sono occupati Brown e Deguid o delle community of knowledge    descritte da Boland e Tenkasi. Wenger definisce questo genere di        community come “un gruppo di individui accomunati dal sentimento di appartenenza ad una particolare comunità e che percepisce le ragioni dell’esistenza di tali comunità a fronte di un repertorio di linguaggi e routine comuni”, mentre per Bradley e McDonald costituiscono il fulcro della social organization: “Le community sono degli insiemi di persone che si riuniscono per ottenere un obiettivo comune. Radicata nell’obiettivo comune, una comunity può raccogliere diversi gruppi di persone provenienti dall’interno e dall’esterno dell’azienda che sono spinti da una stessa visione a lavorare collettivamente in maniera efficiente. Senza community non ci può essere collaborazione di massa”.

Che community online, social network, reti digitali possano essere luoghi di relazione autenticamente “umana” è tuttavia oggetto di discussione. Proprio oggi su La Lettura de Il Corriere della Sera “l’antropologa del cyberspazio” Turkle afferma che “quando è la tecnologia a costruire l’intimità tra le persone «le relazioni si riducono a semplici connessioni». La differenza tra virtuale e reale caratterizzata dall’esistenza di un mondo altro — il cyberspace — a cui era permesso accedere solo attraverso uno schermo, ha lasciato il posto al «multilifing»: «Viviamo contemporaneamente online e offline: parliamo con i nostri figli mentre controlliamo Twitter, cuciniamo leggendo le mail, stiamo a tavola con il cellulare accanto alla forchetta ipnotizzati dalla luce intermittente del BlackBerry»”. E ancora “I Mud (multi user domain) degli anni Novanta, le identità multiple che tanto appassionavano la studiosa, hanno lasciato il posto all’itself: «Un sé diviso tra lo schermo e la realtà fisica». Siamo immersi in una rete «debole» formata dai follower di Twitter e dagli amici di Facebook che assicurano una sensazione di compagnia mentre il telefono a portata di mano assolve dal senso di colpa dell’assenza: «Gli scambi sono brevi — dice Turkle — ma l’importante è avere un riscontro immediato, che qualcuno sia lì per noi»”.

Personalmente non sono d’accordo con questa visione tecnopessimista. Il processo di costruzione individuale e collettivo di senso (sensemaking) si può costruire anche online. E’ significativo che lo stesso numero de La lettura     sopra citato ospiti un altro articolo dal titolo     Blog ergo sum (non in Italia), in cui si mostra proprio come dagli Usa alla Francia i creatori di senso per eccellenza, i filosofi, siano attivissimi online e come i nuovi peripatetici discutano muovendosi sul Web. Ne stiamo parlando negli ultimi post dedicati ad Alice Postmoderna  -cfr Il segreto di Alice fra testo e contesto (Alice annotata 17a), La dittatura dello Standard e il Nonsenso di Alice (Alice Annotata 17b), L’Ambiguità che favorisce la comunicazione       (Alice Annotata 18a)- e in quella sede proseguiremo nei prossimi giorni questa discussione. Al momento ci limitiamo ad affermare che anche su blog e social network  può attecchire e prosperare lo spirito di Walt Whitman, il quale, interrogatosi sul senso della vita, si rispondeva:

Che tu sei qui – che esistono la vita e l’individuo,

che il potente spettacolo continua, e che tu puoi

contribuirvi con un tuo verso.”

 

La foto di Fabiana Cutrano è tratta da        Nulla due volte. Il management attraverso la poesia di Wislawa Szymborka