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Wislawa Szymborska e Roberto Saviano uniti dalla vertigine della lista

In molti mi hanno chiesto di scrivere altri post analoghi a quello dedicato alla scomparsa di Wislawa Szymborska, dove, riprendendo alcune riflessioni proposte nel volume Nulla due volte. Il management attraverso le poesie di Wislawa Szymborska,  discutevo la composizione Ad alcuni piace la poesia.

Aderisco volentieri alla richiesta, visto anche il      massiccio     ritorno    di      interesse verso la grande poetessa dovuto, a quanto almeno scrive La repubblica,  anche alla lettura televisiva eseguita da Saviano qualche giorno fa a Che tempo che fa. Colgo dunque l’occasione per riprendere in mano la poesia Possibilità e dimostrare per inciso una volta di più che le coincidenze non sono mai casuali.

Possibilità

Preferisco il cinema.

Preferisco i gatti.

Preferisco le querce sul fiume Warta.

Preferisco Dickens a Dostoevskij.

Preferisco me che vuol bene alla gente

a me che ama l’umanità.

Preferisco avere sottomano ago e filo.

Preferisco il colore verde.

Preferisco non affermare

che l’intelletto ha colpa di tutto.

Preferisco le eccezioni.

Preferisco uscire prima.

Preferisco parlare d’altro coi medici.

Preferisco le vecchie illustrazioni a tratteggio.

Preferisco il ridicolo di scrivere poesie

al ridicolo di non scriverne.

Preferisco in amore gli anniversari non tondi,

da festeggiare ogni giorno.

Preferisco i moralisti,

che non mi promettono nulla.

Preferisco una bontà avveduta a una credulona.

Preferisco una terra in borghese.

Preferisco i paesi conquistati a quelli conquistatori.

Preferisco avere delle riserve.

Preferisco l’inferno del caos all’inferno dell’ordine.

Preferisco le pagine dei Grimm alle prime pagine.

Preferisco foglie senza fiori che fiori senza foglie.

Preferisco i cani con la coda non tagliata.

Preferisco gli occhi chiari perché io li ho scuri.

Preferisco molte cose che qui non ho menzionato

a molte pure qui non menzionate.

Preferisco gli zeri alla rinfusa

che non allineati in una cifra.

Preferisco il tempo degli insetti a quello siderale.

Preferisco toccar ferro.

Preferisco non chiedere per quanto ancora e quando.

Preferisco considerare persino la possibilità

che l’essere abbia una sua ragione.

La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo questa poesia è l’affermazione di Bauman, secondo cui il modello del manager liquido di successo è il Bill Gates descritto da Richard Sennett: una persona  che si trova “a proprio agio nel disordine” e sa muoversi “all’interno di una rete di possibilità”. Più in generale, nelle aziende contemporanee è decisivo coltivare il sapere interno  come spazio plurale di possibilità, affermiamo nel Manifesto dello humanistic management: un processo collettivo fondato sulla approfondita consapevolezza individuale delle molteplici potenzialità che ciascuno ha in sé. Perciò  il manager oggi più che mai deve sapere  “conoscere sé stesso”, il proprio io fatto, come scrive Szymborska,  di “chiaroscuri e semitoni/…capricci, ornamenti e dettagli,/ stupide eccezioni,/ segni dimenticati,/ innumerevoli varianti del grigio,/ gioco per il gioco/ e tu, lacrima del riso” (Nell’arca): le proprie specifiche, uniche ed irripetibili possibilità, appunto.

Per avviare questo processo introspettivo si può trarre ispirazione da versi come quelli dedicati da Raymond Carver alla Paura – che in qualche modo rappresentano la faccia oscura, la versione maschile, una sorta di doppelganger  della poesia Possibilità di Szymborska:

Paura di vedere la macchina della polizia fermarsi davanti a casa.

Paura di addormentarsi la notte.

Paura di non addormentarsi.

Paura del ritorno del passato.

Paura del presente che fugge.

Paura del telefono che squilla nel cuore della notte.

Paura delle tempeste elettriche.

Paura della signora delle pulizie con un neo sul viso!

Paura dei cani che mi hanno detto che non mordono.

Paura dell’ansia!

Paura di dover identificare il cadavere di un amico.

Paura di finire i soldi.

Paura di averne troppi, anche se a questo non ci crederanno mai.

Paura dei risultati dei test psicologici.

Paura di essere in ritardo e paura di arrivare prima degli altri.

Paura della calligrafia dei miei figli sulle buste.

Paura che muoiano prima di me e che mi sentirò in colpa.

Paura di dover vivere con mia madre anziana, anziano anch’io.

Paura della confusione.

Paura che questo giorno finisca su una brutta nota.

Paura di svegliarmi e scoprire che te ne sei andata.

Paura di non amare e paura di non amare abbastanza.

Paura che quel che amo risulterà letale per quelli che amo.

Paura della morte.

Paura di vivere troppo.

Paura della morte.

                    L’ho già detta.

Siamo fatti di speranze e di paure, di limiti e di possibilità, in un groviglio inestricabile. E contraddittorio, confuso, incomprensibile. Carver ha paura di addormentarsi ma anche di non addormentarsi; del ritorno del passato e del presente che fugge; di non amare e di non amare abbastanza. In ogni caso, mi interessa qui sottolineare come sia Carver che Szymborska  affrontano il compito improbo di auto-definirsi con il rigore e la concretezza della madre di famiglia che si appresta a fare la lista della spesa. Una metodologia che nella poesia di Szymborska torna spessissimo. Quando qualcuno le fece notare che “l’amore per le liste è tipico della sua opera”, replicò: “Può darsi che abbia ragione”. Può darsi. Lei adora la tecnica dell’elenco, dell’enumerazione, dell’accumulo. E forse è proprio questa la co-incidenza che la unisce a Saviano, non a caso autore insieme a Fazio di una fortunata trasmissione televisiva fondata sulla produzione di elenchi.

Si tratta di una tecnica antichissima  che risale ad Esiodo e Omero arrivando, attraverso  romanzieri come Melville, ai giorni nostri. Come ha osservato recentemente Ennio Franceschini: “Scriviamo liste sull’agenda, sul diario, sul calendario appeso al muro, le digitiamo sul telefonino, le appiccichiamo con i post-it gialli sul frigorifero, sul computer, in bacheca, e ciononostante non le finiamo mai, ogni giorno cancelliamo un po’ di voci dalla precedente ma ne aggiungiamo un’ infinità alla successiva. Pagare la multa, andare dal dentista, prenotare il ristorante, depositare l’assegno, fare gli auguri alla mamma, accompagnare i figli a pallavolo: siamo tutti oppressi dalla tirannia della lista delle cose da fare. Scrivi e cancella, scrivi e cancella, arrivare in fondo è impossibile: secondo uno studio britannico, ogni lunedì ce ne sono mediamente 150 nuove all’orizzonte… Il libro di Baumeister e “Getting things done” (Portare a compimento le cose), un altro volume sullo stesso tema, firmato da David Allen, forniscono le istruzioni per compilare la “lista perfetta”. Deve avere tutte le cose da fare, dalle triviali alle importanti, dalle private alle professionali; essere il più specifica possibile (al punto da indicare se contattare qualcuno per email o per telefono); essere realistica, nessuno può aspettarsi di fare tutto in un giorno; e seguire la regola dei “2 minuti”, se bastano quelli per fare qualcosa, farla subito, altrimenti aggiungere una voce alla lista. Lo studio della “lista dei doveri” è una cosa seria. Nasce dalla frustrazione di supermanager sempre più impegnati e sempre più a corto di tempo, che vedono riempirsi sulla scrivania la vaschetta dei documenti da sbrigare e non riescono mai a trasferirli tutti in quella dei documenti sbrigati… Ma in fondo, osserva il Times di Londra, anche la Bibbia si apre con una lista di cose da fare: lunedì la luce, martedì il cielo, mercoledì la terra, e così via. E il Signore Iddio, arrivato in fondo, deve avere tirato un bel sospiro di sollievo, proprio come succede a tutti noi”.

Degli elenchi prodotti dall’umanità nel corso della storia,  è stato fornito un meraviglioso catalogo da Umberto Eco nel volume Vertigine della lista – anche questo a suo tempo presentato a Che tempo che fa. Secondo Eco è possibile distinguere gli elenchi in tanti modi diversi, ma a suo avviso, la distinzione principale è di tipo filosofico.  “Il sogno di ogni filosofia e ogni scienza sin dalle origini greche è stato quello di conoscere e definire le cose per essenza, e sin da Aristotele la definizione per essenza è stata quella capace di definire una data cosa come individuo di una data specie e questa a sua volta come elemento di un dato genere. […] Se ci pensiamo bene questo è lo stesso procedimento che segue la tassonomia moderna […] Naturalmente il sistema delle classi e sottoclassi è più complicato, per cui la tigre apparterrebbe alla specie Felis Tigris, del genere Felis, famiglia dei Felidi, subordine dei Fissipedi, ordine dei Carnivori, sottoclasse dei Placentalia, classe dei Mammiferi (p. 217).

Ma, continua Eco, se la definizione per essenza prende in considerazione le sostanze (che sono conosciute e limitate), è possibile anche operare una definizione delle cose per proprietà, prendendo in considerazione ogni possibile accidente. Questa distinzione è cruciale, perché le definizioni per essenza danno origine a liste finite, ordinate e coerenti (vale a dire liste i cui elementi sono tenuti assieme da un unico principio ordinatore ben individuabile); mentre quelle per proprietà danno origine a liste infinite, apparentemente disordinate e incoerenti (liste i cui elementi sono tenuti assieme da molteplici criteri o da meccanismi analogici non chiaramente  ma  potenzialmente individuabili). L’esempio più celebre di questo secondo tipo di lista è probabilmente l’enciclopedia citata da Borges ne L’idioma analitico di John Wilkins: “Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in: a) appartenenti all’Imperatore, b) imbalsamati, c) ammaestrati, d) lattonzoli, e) sirene, f) favolosi, g) cani randagi, h) inclusi in questa classificazione, i) che s’agitano come pazzi, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello, l) eccetera, m) che hanno rotto il vaso, n) che da lontano sembrano mosche”.

Pur comprendendo questo punto di vista, credo sia più utile quanto osserva Alessandro Baricco in Balene e sogni: “Quando leggiamo e commentiamo l’Iliade – spiega –  ci accorgiamo che la descrizione dello scudo di Achille serve anche a tramandare di padre in figlio alcune informazioni certe, di cui si è avuta esperienza. Quale è la pelle migliore che si deve scegliere per costruire uno scudo robusto, per esempio”. In altre parole, originariamente, l’elenco era un modo di catalogare la realtà con l’obiettivo di dominarla, di definire la one best way, direbbe lo Scientific Manager di Taylor, di fare le cose. Questo modo di usare la tecnica dell’elenco sopravvive fino a Moby Dick, ma poi sempre più frequentemente gli scrittori denunciano l’impossibilità di questa operazione. Basta pensare all’“elencazione elittica” di Montale, che ha un precedente ironico-crepuscolare in Gozzano, ma anche agli irresistibili anticlimax di Campanile o, se si preferisce qualcosa di più “serio”, all’accumulo caotico frequente nei monologhi interiori di Joyce (Cos’è che vola? Rondine?Pipistrello probabilmente. Mi piglia per un albero, è così cieco. Gli uccelli non hanno odorato? Metempsicosi. Si credeva che uno potesse trasformarsi in albero per il dolore. Salice piangente. Pip. Eccola là. Bestiolina buffa. Chissà dove vive. Lassù sul campanile – Ulisse).

I due “usi” della tecnica dell’enumerazione si collegano alla diatriba fra Parmenide ed Eraclito, ieri,  e fra l’Enciclopedia Britannica e Wikipedia, oggi: due modi opposti di catalogare la realtà, che si fondano su due antitetiche visioni “metafisiche” della sua più intima essenza – che a loro volta determinano due modalità differenti di gestire politicamente la società: quella scientifica e quella umanistica. Diciamo che potremmo tracciare un asse ideale che ad un estremo pone la prescrittività totalitaria delle Leggi platoniche, all’altro lo spirito anarcoide de  L’originale miscellanea di Schott.

Dove stia Szymborska, risulta chiaro da una delle sue ultime poesie intitolata -sorpresa, sorpresa…- Elenco:

Ho un elenco di domande

a cui ormai non otterrò risposta,

poiché o sono premature,

o non farò in tempo a comprenderle.

L’elenco delle domande è lungo

tocca questioni più o meno importanti

….

Cos’era reale

e cosa sembrava esserlo appena

….

Di cosa scriveranno

l’indomani i giornali

Perché ho preso per buone

cose cattive

e cosa mi occorre

per non sbagliarmi più?

 

Certe domande le annotavo

un istante prima di risvegliarmi.

Al risveglio

non riuscivo più a decifrarle.

 

A volte ho il sospetto

che questo sia un vero codice.

Anche questa è una domanda

che mi abbandonerà un giorno.

Così come questo elenco di domande più o meno importanti, anche l’inventario di Possibilità finisce per essere altrettanto arbitrario e illogico (diciamo pure: umano) di quello delle paure carveriane. Quando arriva a scrivere che preferisce molte cose che non ha menzionato ad altre che pure non ha menzionato, l’artista polacca ammette, non troppo diversamente dal collega d’oltreoceano, che nemmeno lei sa esattamente cosa vuole. Eppure siamo unici e diversi l’uno dall’altro come due gocce d’acqua (Nulla due volte): non solo perché maschi e femmina, appartenenti alla vecchia Europa o al Selvaggio Nuovo Mondo americano, ottimisti o pessimisti, ma perché, mentre l’uno ha paura della confusione, l’altra opta per l’inferno del caos piuttosto che quello dell’ordine.

Salvo poi, in una intervista, alla domanda: “Quale è la sua paura più grande?”, rispondere: “Mi spaventa il caos. Tutto ciò che sembra in un modo e, all’improvviso, può rivelare una faccia del tutto diversa, opposta.” Va però doverosamente aggiunto che qui Szymborska allude ad una forma ben specifica di caos: “ho paura dei demoni sopiti in agguato dentro ognuno di noi. Ho paura della stupidità aggressiva, quella che si esprime solo con la violenza. L’idiozia convinta d’aver ragione. Quella è tremenda!”. Comunque, anzi a maggior ragione,  sempre inferno è. Come Amleto (e ancora prima Platone) Szymborska talvolta sembra inclinare all’idea che il mondo sia una prigione, fatta di celle, segrete e cunicoli. Che la libertà consista in fondo nello scegliere in quale carcere accomodarsi.  Per sopramercato, non l’abbandona mai, sia pure senza esagerare, il pensiero della morte come passaggio verso il Nulla. Anche se, in ultima analisi, non rinuncia a considerare la possibilità/ che l’essere abbia una sua ragione”, è per lei (come credo per tutti) difficile capire quale è la giustificazione  o il senso della sua esistenza individuale.