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Ugolino che possiede e poi guarda

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Fisiopatognomoscopia XIV

Di Piero Trupia

Ritengo Agnolo Di Cosimo, detto il Bronzino, il più grande ritrattista di tutti i tempi. Non solo per la verità assoluta dei suoi personaggi, ma anche per la complessità narrativa dei suoi ritratti, frutto di una messa in scena diegeticamente articolata. Ogni particolare una funzione narrativa.

Merita una riflessione la fallacia del più clamoroso luogo comune della modernità, quello del progresso inevitabile, una filosofia della storia, che i grandi capolavori di tutti i tempi, in tutti i campi smentiscono.

Vico ha una posizione articolata: avanti, talvolta indietro, ma le conquiste della civiltà rimangono.

Voltaire, quando ne parla, dimentica il suo spirito critico e attribuisce al progresso il potere di un continuo affinamento delle arti e dei costumi (Saggio sui costumi e lo spirito della nazione). La stessa considerazione positiva ne hanno Kant, gli enciclopedisti, va da sé Comte, Marx, Darwin. Isolato, Leopardi, afferma, nello Zibaldone, che il progresso della ragione e lo spegnimento delle illusioni producono barbarie, mentre per Bergson il progresso materiale richiederebbe un supplemento di anima.

E proprio l’anima, meglio lo spirito operante, troviamo rappresentato nei ritratti del Bronzino, in modo evidentissimo in questo di Ugolino Martelli (1537-1539). Un puer senex preso dal sacro fuoco della conoscenza.

Ugolino incarna l’ideale dell’umanista, quella sprezzatura descritta dal contemporaneo Baldassar Castiglione, come virtù somma dell’uomo del Rinascimento. Semplicità, agevolezza, contegno.

L’abito di Ugolino è monacale: una tunica di seta nera e un cappello privo di ornamenti dello stesso colore. La sua ricchezza sono i libri, ben tre in primo piano. Ritenuti da qualcuno un eccesso manierista, hanno invece un preciso significato come ogni particolare nel dipinto.

Al centro, aperto, l’Iliade, con l’indice della mano destra sulla pagina a fissare la frase oggetto della meditazione. Sotto la mano sinistra, in piedi, segno di una consultazione recente o prossima, un volume del grande erudito, uomo simbolo del Rinascimento, Pietro Bembo. All’angolo esterno del tavolo un’opera di Virgilio. Un orizzonte culturale di antico e nuovo.

Il piano del tavolo poggia su una cariatide in forma di mostro: la ragione che sovrasta l’irrazionale.

La figura di Ugolino è abbandonata nell’ascesi, il viso soffuso di pensiero, lo sguardo ad infinitum, quello della profondità insondabile del testo omerico.

La mano sinistra sul libro chiuso è rilassata, la destra è tesa nell’atto di indicare.

Alla figura che si libra leggera nello spazio, si contrappone la rigidità e la pesantezza monumentale dell’ambiente, il rinascimentale cortile del palazzo familiare, connotazione storiografica dei nuovi tempi. La fuga delle finestre accentua il primo piano del personaggio; lo colloca fuori scena, per dominarla. In una nicchia, in fondo, Davide con, ai piedi, la testa di Golia, omaggio del Bronzino all’autore della scultura, Bernardino Rossellino (Washington, National Gallery of Arts). Qualcuno ha visto in essa un accenno all’orgoglio nazionale fiorentino. Considerazione non valida perché estrinseca. Più verosimilmente il trionfo dell’ingegno sulla forza bruta.

Il ritratto di Ugolino è anche una testimonianza di quell’irrangiungibile peculiarità umana, espressa, con grande potenza di sintesi, da Edith Stein in Psicologia e scienze dello spirito. Contributi per una fondazione filosofica (1922). A pag. 55 dell’edizione italiana di Città Nuova parla di quel “comportamento [coscienziale] nel quale si osserva ciò che accade in se stessi” e, a pag. 72, ci mostra “L’io, che fino a quel momento viveva nel flusso dei dati, dei quali era in possesso senza tuttavia <guardarli> – Ugolino che legge – apre ora il suo sguardo spirituale e si dirige verso qualcosa che gli si presenta, divenendo per lui <oggetto>”, Ugolino che riflette su quanto ha appreso.

Diverso è il cane di Ilaria (v. Fisiopatognomoscopia XI), sprofondato, direbbe Edwig Conrad Martius, altra allieva di Husserl, nella sua psichicità, invasa dall’assenza della pur vicina Ilaria, di cui non riesce a darsi ragione.