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Alla luce dell’ombra – 8

Il vertice del punto che stiamo esaminando, capace di legare nell’ombra i temi fin qui accennati dell’amore, del sacrificio, della conoscenza e del tempo è forse la     Lezione        sull’ombra   di John Donne. Nella versione di Cristina Campo Lezione sull’ombra          [1] inizia così: «Ferma, amore: ti darò una lezione/sulla filosofia d’amore».

 

Donne dunque enuncia esplicitamente che lezione sull’ombra è lezione sulla filosofia d’amore, e sappiamo che relativamente al tema Donne dispiega una biblioteca neoplatonica, oltre a rinviare alla tradizione alchemica. Questo è lo sfondo culturale prevalente, che qui non interessa esaminare e che viene comunque superato nel linguaggio poetico. La Lezione sull’ombra     prosegue: «Tu ed io, queste tre ore,/passeggiammo e innanzi a noi due ombre,/opera nostra, andavano con noi./Ma ora che il sole è a picco su di noi,/siamo diritti sulle nostre ombre/e ogni cosa è ridotta a luce coraggiosa». Le ombre non compaiono in primo luogo come opera del sole, ma come opera degli amanti, frutto di un amore terreno, e in qualche modo di un ostacolo del corpo, che si interpone tra luce e terra: «Così, mentre crescevano/i nostri amori bambini, crescevano/le finzioni, proiettando ombre/su noi e su ogni nostra cura. Fino ad ora». In una sorta di circolarità sembrano ora essere le “finzioni” a proiettare ombre sugli amanti: la perdita dell’innocenza si svolge nelle pieghe dell’anima, e rende doppio il senso della cura. Dunque l’ombra sembra appartenere a una doppia sfera del negativo, e la ricerca del vero amore sembra tesa all’annullamento dell’ombra, verso la riduzione di ogni cosa a “luce coraggiosa”.

 

A questo punto però Donne stacca dalla prima stanza una terzina: «Ma non ha ancora raggiunto un amore/l’altissimo grado, se ancora/ha cura di non essere veduto». L’affermazione rimette in gioco un senso che sembrava conquistato. Notiamo come Donne abbia accentato l’«ora»: «Ma ora che il sole è a picco su di noi… Fino ad ora»; siamo nel tempo dell’«ora», cioè, per Donne, nel tempo dell’estasi (L’estasi       si intitola una sua celebre poesia[2]).

 

Si tratta del tempo in cui “ogni cosa è ridotta a luce coraggiosa”, ma perché ciò accada va superato proprio il timore che l’amore produca ombra: la purezza non appartiene al dominio della volontà, l’estasi non è ascesi e l’altissimo grado dell’amore non  sta nell’esibirsi come tale. Si intrecciano qui diversi motivi che si concentrano in uno: l’amore umano che è capace di rimanere nell’amore divino non è ripudio del corpo e della terra, e sui corpi e sulla terra si diffonde e abita. Se per la consapevolezza riflessa della filosofia l’«ora», coimplicazione di spazio e tempo, è un concetto impensabile (nell’ora lo spazio in quanto coesistenza possibile, la co-implicazione che mantiene insieme, diventa, in quanto temporalizzato, spazio della coesistenza impossibile; infatti il tempo non può che essere pensato in plesso con lo spazio, ma lo spazio perde il suo senso di coesistenza possibile se pensato in plesso col tempo, in quanto è impossibile che due ora coesistano; d’altro canto non solo non è possibile pensare il tempo senza spazio, ma anche lo spazio senza tempo), la conoscenza simbolica apre uno spazio-tempo che è vita che non è perdita, immagine dell’eternità. Ciò, si noti, non avviene nell’annullamento dell’ombra, che appartiene alla “cura di non essere veduto” ed è fondamentale immaturità dell’amore, ma nell’annullamento dell’ombra come altro, nella coincidenza con l’ombra: per partecipare alla luce del sole accettiamo di essere ombra “siamo diritti sulle nostre ombre/e ogni cosa è ridotta a luce coraggiosa”. Se ciò però non riesce a compiersi, allora la metafora dell’ombra trascorre di nuovo al negativo: «Se a questo mezzogiorno i nostri amori/non si arrestano, altre ombre getteremo/dall’altro lato; e se le prime furono/per accecare altrui, sopra di noi/queste da dietro getteranno il buio… ». Si comprende allora la difficile ambiguità del distico finale: «Amore o cresce, o è piena ferma luce/il primo attimo d’ombra è la sua notte». Una notte d’amore, appunto.

 

8. continua


 

[1]              in J. Donne,     Poesie amorose. Poesie teologiche,        trad. di Cristina Campo con testo originale a fronte, Einaudi, Torino, 1971, pp. 52-53.

 

[2]            Ricorda tra l’altro Cristina Campo nel suo commento a L’estasi: «Mario Praz riassume così questa poesia infinitamente complessa, che Melchiori ritiene “l’esposizione più completa della metafisica d’amore di Donne”: “[Essa] tratta della mutua dipendenza del corpo e dell’anima; i corpi unificati sono la sfera in cui le due intelligenze si incontrano e governano; non sono scoria bensì lega; pel tramite dei loro poteri e funzioni, cioè il senso, l’anima percepisce e concepisce; come i corpi celesti influiscono sull’anima dell’uomo per tramite dell’aria, così un’anima entra in comunicazione con un’altra avendo il corpo a intermediario”», La tigre assenza, cit., p. 264.