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Alla luce dell’ombra – 7

In una lettera di Cristina Campo, traduttrice a attenta studiosa di Hofmannsthal, compare un riferimento a uno dei temi chiave della    Donna senz’ombra,    la riflessione sulla pre-esistenza, sull’essere prima di esistere e sulla tensione all’esistenza che caratterizza la natura ontologica del possibile, luogo privo di ombra in cui l’essenziale risulta visibile, quale emerge nel racconto di Hofmannsthal nel dialogo tra l’imperatore e i figli non-nati.

 

«Nella casa di fronte al mio terrazzo — scrive Cristina Campo — cinque o sei bambini… entrano ed escono, saltono e scendono, si affacciano alle finestre, pendono dagli alberi come i bambini non nati della Donna senz’ombra.     E’ una danza di uccelli che m’incanta per ore intere e che dà l’illusione, fortissima, che il mondo non sia del tutto mutato[1]… corrono su piccole biciclette rosse tra l’ombra e il sole, la bella sorella adolescente, i lucidi capelli neri sciolti sulle spalle, scende al fischio del suo ragazzo appoggiato al muro dell’Abbazia … Questi annunci di vita, ogni anno…»[2]. Si tratta di annunci votati a una intrinseca fragilità ed esposti a una doppia perdita: possono non diventare tempo oppure possono essere dispersi dal tempo, e il tentativo di restare nel punto della doppia possibilità è destinato alla rovina.

Tale punto nel racconto di Hofmannsthal prende la forma del tappeto tessuto dalla figlia non-nata dell’imperatore: «Il tappeto giaceva ai suoi piedi: ne vedeva solo una parte e solo il rovescio, ma non aveva mai avuto davanti agli occhi un tessuto come quello, in cui le falci della luna, le costellazioni, i viticci e i fiori, gli uomini e gli animali trapassavano gli uni negli altri. Non poteva quasi distaccarne lo sguardo… “In che modo procedi?” chiese e sentì che durava fatica a raccogliersi…. “Nel tessere io procedo” disse “come il tuo occhio benedetto nel guardare. Non vedo ciò che è e non vedo ciò che non è, ma ciò che è sempre, e secondo quello io tesso»[3]. Questa immagine viene opportunamente letta da Cristina Campo nell’ottica della perdita: «forse l’elemento veramente “inaccettabile” di questi stati è la (momentanea, voglio crederlo) perdita del disegno. Non veder più il tappeto né da dritto né da rovescio, dopo averlo visto, per un attimo, spiegato in tutto il suo splendore»[4].

 

La meditazione sull’ombra diventa riflessione sul tempo e sul limite della visione: rimanere senza ombra, privi del legame alla terra che muta e dunque nell’assenza del tempo, può esprimere un’acutezza fondamentale dello sguardo, ma tale conoscenza resta sterile; al contrario vivere nell’ombra è vivere nella perdita: «Questo intendo per tappeto spiegato – non solo i fili singoli (noi, le creature) ma il discorso che quei fili sembra formino, mirabilmente, e che di colpo si tronca, s’imbroglia… Accettare questo: ecco il grande strazio e la grande lezione»[5]. Cristina Campo stabilisce con precisione il punto di uscita dalla doppia possibilità in un verso della poesia che apre Passo d’addio: «Trema l’ultimo canto nelle altane/dove il sole era l’ombra ed ombra il sole/»[6]. Il darsi dell’incrocio, che è incrocio di essere e conoscere, è detto quindi in una coincidenza impossibile; non a caso a epigrafe di questa poesia Cristina Campo ha posto dei versi tratti dai Four Quartets: «For last year’s words belong to last year’s language/and next year’s words await another voice»[7]: non ci sono parole per dire il tempo-luogo dove il sole era ombra ed ombra il sole, eppure la poesia pare costringere le parole in un diverso logos.

7.continua


[1]              Lettera del 20 novembre 1969 in Lettere a Mita, a cura di M. Pieracci Harwell, Adelphi, Milano, 1999, p. 229.

[2]              Lettera del 24 febbraio 1970, in Lettere a Mita, cit., pp. 237-238.

[3]              La donna senz’ombra, cit., p. 810.

[4]              Lettera del 21 febbraio 1970, in Lettere a Mita, cit., p. 236.

[5]              ibidem

[6]              in La tigre assenza, a cura di M. Pieracci Harwell, Adelphi, Milano, 1991, p. 19.

[7]              Little Gidding, II, 65-66: «Perché le parole dell’anno scorso sono il linguaggio dell’anno scorso,/E quelle dell’anno venturo attendono un’altra voce» , Thomas S. Eliot, Quattro quartetti, trad. di F. Donini con testo originale a fronte, Garzanti, Milano, 1979, p. 71.