Francesco e l'Islam
Nella vita di san Francesco spicca un misterioso viaggio in oriente, che nei secoli seguenti è stato interpretato nei modi più diversi... di Claudio Visentin
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Nella vita di san Francesco spicca un misterioso viaggio in oriente, che nei secoli seguenti è stato interpretato nei modi più diversi... di Claudio Visentin
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Pascal si chiedeva come la storia sarebbe cambiata se Cleopatra avesse avuto un naso meno affascinante. Di certo il naso del Buddha può rappresentare l’occasione per un colto viaggio nel cuore dell’Asia.
Il Buddha più grande del mondo si trova a Leshan, nella provincia cinese di Sichuan, alla confluenza di tre grandi fiumi, il cui corso vigila. È alto 71 metri, e fu scolpito nella roccia in novant’anni di lavoro nell’VIII secolo d.C. Pur vagamente imparentato con i corpulenti Buddha cinesi, questo mostra tuttavia un naso elegante e ben diritto: un profilo greco, si potrebbe dire banalmente, ma per una volta senza sbagliare.
C’è un Paese del quale la maggior parte delle persone conosce soltanto il primo e l’ultimo evento di una storia millenaria: è la Georgia. Eppure ci assomiglia, più di quanto crediamo... di Claudio Visentin
"Now the french mythical electronic band Daft Punk is coming in Shanghai for one very special night on friday 13th February with a devious concept called dafthidden 09 tour as the concert venue will be kept hidden till Friday 13th morning. Daft Punk is working on his new album for 2 years and want to share the sound with their fans only before the album launch. And they planned 3 dates in Asia including Shanghai, 2 in Europe and 1 in US."
Il viaggiatore e l’albero sono i simboli permanenti di due condizioni opposte: andare e stare; muoversi e mettere radici. Ma lo scrittore ecologista Roger Deakin ha saputo combinarli in un libro affascinante e insolito: un viaggio attraverso gli alberi e nel “quinto elemento”, il legno.
Nel 1969 Roger Deakin lasciò Londra per acquistare un’antica fattoria in rovina nel Suffolk, Walnut Tree Farm. Negli anni seguenti la ristrutturò con le sue mani. Scoprì così che la casa era sorretta da circa trecento travi di quercia: un piccolo bosco era stato sacrificato per creare quella dimora. Nacque forse da quell’osservazione casuale la passione di Deakin per gli alberi e i boschi, che lo accompagnerà fino alla morte nel 2006, poco dopo aver concluso questo libro. Scriveva di sé: “Sono figlio della foresta; la linfa mi scorre nelle vene”.
Coelum mutant non animum qui trans mare currunt
ovvero il Viandante a Trude
Di Andrea Biggio.
Il Viandante è un archetipo dell’uomo che, nell’esagramma 56 del Yi Jing (Il Libro dei Cambiamenti – I Ching), viene descritto dall’antica filosofia cinese; molti secoli prima che noi ne afferrassimo il concetto con Kant: “il cielo stellato sopra di noi, la legge morale (cioè… l’anima, direbbero Hillman e Jung) dentro di noi”. I due trigrammi che compongono le linee sono costituiti dal FUOCO sopra "la Montagna", una stupenda immagine per rendere il passaggio del viandante che allo scopo di riscaldare il suo breve soggiornare si è acceso un fuoco. Una gran parte degli uomini sono al tempo d’oggi dei viandanti, anticamente lo erano solo nomadi e conquistatori, perché difficilmente trovano un posto che gli conviene realmente, lungo il corso dell’esistenza oppure semplicemente in certi periodi.
No, sembrerebbe essere la sola risposta sensata, ma...
...è esattamente quello che è accaduto al giornalista e scrittore francese Gilles Lapouge. Un giorno, in maniera del tutto inattesa, Lapouge si ritrova catalogato tra gli “scrittori viaggiatori”. Di viaggi però ne aveva fatti sino ad allora davvero pochi. Tuttavia, un po’ per vanità, un po’ per non sembrare scortese, tardò a smentire, e il misfatto divenne irreparabile.
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Come si fa a raccontare una realtà molteplice e prismatica come quella in cui stiamo vivendo? Come si possono sintetizzare in poche pagine culture, esperienze, vite vissute ai quattro angoli di un mondo sempre in evoluzione e in movimento? Reporter e giornalisti di viaggio vedono aprirsi nuove frontiere e scomparire vecchi punti fermi. Ecco quindi la necessità di un viaggio lungo quattro interviste per provare a capire dove stia andando il reportage.
Di Matteo Acmè
Le interviste realizzate con i quattro reporter freelance (si trovano qui, qui, qui e qui) hanno confermato che la pratica del reportage, così come tutto il mondo dell’informazione, è cambiata negli ultimi anni e sta tuttora cambiando: la maggior facilità di spostamento, le nuove possibilità, ma anche i rischi, portati dalla Rete e dai new media, la parcellizzazione dell’informazione e la sua spettacolarizzazione lasciano sempre meno spazio, e meno fondi, per il reportage. Cambia anche ciò che determina il successo di un reportage: se prima ad affascinare il lettore era il luogo in cui si recava il reporter, oggi, in un mondo in cui sempre di più le persone viaggiano e visitano luoghi lontani, a fare la differenza è l’idea che sta alla base del reportage, il taglio che si da al racconto, l’angolazione da cui si guarda la storia, l’interpretazione del reporter. Il reportage diventa quindi più personale e soggettivo, racconta un particolare punto di vista e si allontana sempre più dal suo ruolo informativo, documentaristico e di commento economico e politico. Per questi aspetti, così come per raccogliere informazioni prima di partire per un viaggio o per vedere foto e immagini di altri paesi, oggi i lettori si affidano molto più spesso (e con maggiore successo) a Internet piuttosto che al reportage.
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di Matteo Acmè.
Come si fa a raccontare una realtà molteplice e prismatica come quella in cui stiamo vivendo? Come si possono sintetizzare in poche pagine culture, esperienze, vite vissute ai quattro angoli di un mondo sempre in evoluzione e in movimento? Reporter e giornalisti di viaggio vedono aprirsi nuove frontiere e scomparire vecchi punti fermi. Ecco quindi la necessità di un viaggio lungo quattro interviste per provare a capire dove stia andando il reportage.
L’ultima delle quattro interviste di questa breve inchiesta è dedicata a Massimo Morello. Mi dice di aver superato i cinquant’anni ma non specifica la sua età, seguendo il consiglio ricevuto da un cabalista di Gerusalemme. Dopo essersi “inutilmente” laureto in filosofia ha studiato giornalismo ed ha poi iniziato a lavorare come giornalista di viaggio. Vive fra Milano e Bangkok che utilizza come base logistica per i suoi spostamenti in Oriente. Collabora con giornali e riviste e scrive guide turistiche. Nell’ultimo anno ha scritto molto dal sud-est asiatico (Laos, Vietnam, Giappone, Thailandia, Birmania).
- Ultimamente si è occupato molto di Birmania…
“Ho lavorato molto in questo paese perché è stato al centro dell’interesse mondiale nell’ultimo anno. Soprattutto mi sono occupato della questione dei rifugiati al confine fra Birmania e Thailandia.”
di Matteo Acmè
Come si fa a raccontare una realtà molteplice e prismatica come quella in cui stiamo vivendo? Come si possono sintetizzare in poche pagine culture, esperienze, vite vissute ai quattro angoli di un mondo sempre in evoluzione e in movimento? Reporter e giornalisti di viaggio vedono aprirsi nuove frontiere e scomparire vecchi punti fermi. Ecco quindi la necessità di un viaggio lungo quattro interviste per provare a capire dove stia andando il reportage.
La terza intervista di questo breve viaggio è dedicata ad Alessandro Gandolfi. Nato a Parma, trentasette anni, si è laureato in filosofia e poi ha studiato giornalismo ad Urbino. Collabora con diverse testate fra cui National Geographic Italia, Gente Viaggi, D di Repubblica, Week End Viaggi. Recentemente ha fondato con alcuni colleghi un’agenzia fotografica (www.parallelozero.com) per far fronte alle insidie del mercato italiano. I suoi ultimi viaggi lo hanno portato in Basilicata, nel sud-ovest degli Stati Uniti, nello Yemen (isola di Socotra), in Australia, Salvador, Belize e Perù.
- Lei scrive reportage, ma ha anche fondato un’agenzia che si occupa principalemte di fotografia di viaggio. Fa anche riprese?Si sente più scrittore o fotografo?
“Non faccio riprese. Sono un fotografo autodidatta ma ho una formazione giornalistica. Inizialmente facevo il cronista a Repubblica, oggi produco servizi testo-foto ma vendo anche solo una delle due parti.”
Avete mai provato il “viaggio di notte”? Potrebbe diventare l’ultima moda tra i viaggiatori curiosi. Ma è prima di tutto un viaggio dentro le nostre emozioni e le nostre paure.
Di Claudio Visentin
Per noi occidentali l’idea di viaggiare di notte appare appunto esotica, anche un poco stravagante. Di norma il turista si alza presto, perché i musei e gli altri luoghi canonici, a loro volta, aprono le porte di buon’ora. Nel tardo pomeriggio comincia a segnare il passo, e a ora di cena la stanchezza accumulata gli dà il colpo di grazia. Del resto, se si esclude qualche pub, night club o casinò, luoghi tutto sommato abbastanza prevedibili e simili ovunque, non è nemmeno chiaro come si potrebbe impiegare in viaggio la notte.
La paesologia è la scienza che studia i paesi. Ma è una scienza strana; a tutt’oggi vi si dedica un solo scienziato. Nonostante questo, è una disciplina che ha molto avvenire: forse perché i paesi ne hanno davvero poco.
di Claudio Visentin
Il poeta e scrittore Franco Arminio è nato e vive a Bisaccia, in Campania, nell’Irpinia orientale. Da qualche anno si è autoproclamato primo (e per ora unico) “paesologo” italiano. Arminio spende le giornate visitando piccoli paesi: “Quasi ogni mattina vado a trovare qualche paese come si va a trovare un vecchio zio, vado a vedere che faccia ha, a che punto è la sua malattia o la sua salute. (...) C’è chi sta fermo e chi va lontano. Io seguo un’altra strada, viaggio nei dintorni”. Parcheggiata la macchina, il suo itinerario si snoda tra la piazza, il bar, il municipio, la scuola, il cimitero, insomma tutti i posti dove si entra gratis. Parla con il sindaco, il vigile, il geometra comunale, la barista, i vecchi pensionati, i nullafacenti, i matti. Guarda le macchine che passano, mangia un panino comprato nel negozio di alimentari (“Con due euro panino e grande bottiglia d’acqua minerale, due euro da consumare al sole, costa poco stare in piedi, con due euro qui puoi stare in piedi un’intera giornata”). Qualche volta compera una cartolina. Poi torna a casa.
di Matteo Acmè
Come si fa a raccontare una realtà molteplice e prismatica come quella in cui stiamo vivendo? Come si possono sintetizzare in poche pagine culture, esperienze, vite vissute ai quattro angoli di un mondo sempre in evoluzione e in movimento? Reporter e giornalisti di viaggio vedono aprirsi nuove frontiere e scomparire vecchi punti fermi. Ecco quindi la necessità di un viaggio lungo quattro interviste per provare a capire dove stia andando il reportage.
Il secondo degli intervistati è Fabrizio Ardito. Anche lui, come Moretti, è un reporter freelance, ha cinquant’anni e vive a Roma. Dopo aver lavorato alcuni anni come speleologo ha iniziato a dedicarsi principalmente al giornalismo di viaggio, collabora con numerose riviste del settore fra cui Meridiani, Plein Air e Touring. Ha inoltre girato alcuni documentari per Super Geo e il TG1. Scrive anche libri e guide turistiche, una boccata di ossigeno che gli permette di lavorare in modo “meno schizofrenico” con la possibilità di approfondire con più calma lo studio di culture e paesi. Nell’ultimo periodo ha viaggiato soprattutto a piedi, percorrendo il Cammino di Santiago, la Via Francigena che va dal San Bernardo a Roma e un giro dei luoghi della lingua d’Oc in Francia.
-Come mai questa scelta di viaggiare a piedi?
“Viaggiare a piedi è un modo di vivere molto particolare, che non è quello della montagna, è un altro tipo di camminare. Ti cambia il ritmo di vita, è un rallentare rispetto al solito che permette anche di restare un po’ a discutere con proprio cervello, il che non fa mai male.”
Un'inchiesta di Matteo Acmè.
Come si fa a raccontare una realtà molteplice e prismatica come quella in cui stiamo vivendo? Come si possono sintetizzare in poche pagine culture, esperienze, vite vissute ai quattro angoli di un mondo sempre in evoluzione e in movimento? Reporter e giornalisti di viaggio vedono aprirsi nuove frontiere e scomparire vecchi punti fermi. Ecco quindi la necessità di un viaggio lungo quattro interviste per provare a capire dove stia andando il reportage.
Il primo intervistato è Marco Moretti. Torinese di cinquantaquattro anni scrive dei suoi viaggi da quando ha finito il liceo scientifico. È un giornalista freelance e collabora con numerosi quotidiani e riviste fra cui La Stampa, Corriere della Sera Magazine, Bell’Europa, Elle, Donna Moderna e Men’s Health. Scrive anche pezzi originali per il sito web de La Stampa e, nonostante che abbia iniziato come semplice giornalista, lavora anche come fotoreporter e vende le sue fotografie, per una questione di “sopravvivenza”, afferma, dal momento che il mercato paga molto meglio le foto che lo scritto. Negli ultimi mesi ha viaggiato nell’isola di Socotra, in Svezia, in India, in Sudan ed Eritrea.
- Sono posti molto diversi uno dall’altro…
Sì, uno dei vantaggi di questo lavoro è che non esiste la routine.
- Quali sono gli ingredienti di un reportage di successo?
“Oggi sta cambiando talmente tanto il mondo dell’informazione che non mi sento di dare una ricetta.
Il mio lavoro si basa soprattutto su una grande documentazione: letture filologiche, siti web per reperire i dati aggiornati dello Stato che sto per visitare, mi informo ad esempio sui dati macroeconomici, i problemi legali, i traffici e i commerci, i dati demografici, le religioni e composizione etnica. L’obbiettivo è arrivare nel paese del mio viaggio attrezzato culturalmente. È molto importante come si conduce il viaggio, la capacità di osservazione, gli incontri che si hanno, le interviste realizzate. Bisogna soffermarsi anche sugli aspetti più quotidiani come la gastronomia o la spesa nei supermercati. Il mio reportage nasce dal succo di questi due elementi, preparazione e attenzione durante il viaggio.”
di Claudio Visentin.
Timbuctu è una città che quasi tutti conoscono, ma che pochi saprebbero collocare su una carta geografica (per inciso è in Mali). Qualcuno pensa addirittura che non esista. Più che una meta reale, Timbuctu è un altrove mitico e irraggiungibile: è lì che il perfido maggiordomo Edgar de “Gli Aristogatti” cerca di spedire i tre gattini rinchiusi in una cassa, finendoci invece lui. Un’immagine che si è formata nel XIX secolo, quando le società geografiche promettevano premi favolosi a chi avesse raggiunto per primo la “perla del deserto” (e fu René Caillié, nel 1828, a riuscirvi). In realtà Timbuctu era stata per secoli una ricca città commerciale, favorita dalla posizione strategica lungo il fiume Niger, sul confine tra deserto e savana: e dunque tutt’altro che alla fine del mondo, ma piuttosto al centro di un mondo. Questo affascinante gioco di specchi è raccontato nell’ultimo, riuscito libro dell’antropologo Marco Aime, frutto di un interesse di lunga data e di pazienti ricerche sul campo.
Qualche settimana fa abbiamo parlato di Timbuctu, la città del Mali che molti pensano non esista nella realtà. Shangri-La è il suo opposto: è una città immaginaria, ma molti credono che esista davvero; tra questi, l’interessato governo della Cina.
Un viaggio di Claudio Visentin.
di Andrea Notarnicola
Le imprese di revisione, tacciate per anni di grigiore e di scarso appeal, hanno deciso negli USA di investire sulla comunicazione interna, creando esperienze video e polisensoriali dedicate alla Generazione Y. Risultato? Sono oggi ai vertici delle classifiche delle imprese "dove è meglio cominciare una carriera".
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Contenuto o contenitore? Profumo o bottiglia? Esplorazione o spiegazione? Uno dei primi formatori che ebbi l’occasione di conoscere 15 anni fa mi disse: ricordati che l’essenza nella formazione è importante ma alla fine vince la boccetta.
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Un nuovo viaggio di Claudio Visentin.
La “città invisibile” di Despina si raggiunge per nave o per cammello, e si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare: “Il cammelliere che vede spuntare all’orizzonte dell’altipiano i pinnacoli dei gratatcieli, le antenne radar, sbattere le maniche a vento bianche e rosse, buttare fumo i fumaioli, pensa a una nave... Nella foschia della costa il marinaio distingue la forma d’una gobba di cammello, d’una sella ricamata di frange luccicanti tra due gobbe chiazzate che avanzano dondolando, sa che è una città ma la pensa come un cammello... Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone.”
Ma a quale città del mondo corrisponde Despina? Per me senza dubbio Timbuctu. Curiosa città: tutti ne conoscono il nome, ma quasi nessuno è in grado di collocarla su una carta geografica, e qualcuno pensa addirittura che sia un luogo di fantasia... Invece esiste, eccome, nel Mali orientale, distante e appartata rispetto alla capitale Bamako, oggi la città più importante del Paese. Ma certo prima che un luogo reale, Timbuctu è un affascinante simbolo di lontananza. Questa immagine di Timbuctu si è formata all’inizio dell’Ottocento, quando la città era effettivamente difficile da raggiungere, e cominciò a risvegliare le ambizioni degli esploratori, pungolati dai premi favolosi, oltre alla gloria, promessi dalla società geografiche inglesi, francesi e tedesche. Per alcuni divenne quasi un ossessione, come René Caillié, che dopo infinite peripezie finalmente la raggiunse nel 1828, travestito da arabo, e riuscì a tornare e raccontarla.
Il Microstato denominato "Principato di Sealand" è stato fondato nel 1960 su una piattaforma abbandonata.
La copertina della guida Lonely Planet dedicata ai Microstati.
Per il Microstato di Copeman, Re Nicholas I.
Postato da: Claudio Visentin
Il teatro delle marionette sull'acqua, peculiare contributo del Vietnam al mondo delle marionette, è un'incantevole, originale tradizione esclusivamente vietnamita nella quale l'azione si svolge su un palcoscenico d'acqua.
Probabilmente questa forma di teatro ebbe origine oltre 1000 anni fa nelle risaie del delta del Fiume rosso, nel nord, dove gli spettacoli si tengono tuttora dopo la semina primaverile. I marionettisti, non visibili perché nascosti dietro un paravento di bambù, muovono abilmente le marionette stando immersi nell'acqua fino al petto. Le marionette in legno dipinto, alcune delle quali pesano più di 10 kg, sono attaccate all'estremità di lunghi pali nascosti sotto la superficie mossa dell'acqua, che cela anche i vari meccanismi che muovono le marionette.
Per il Microstato della Molossia, Sua Eccellenza Kevin Baugh, Presidente e Ammiraglio della Marina di Molossia, a bordo della “Wombat”.
Postato da: Claudio Visentin
Caro Marco,
ecco la prima immagine di 'sogni'.
Non é neanche un vero e proprio sogno. Una réverie piuttosto. In forma di iridescente vapore fosforico.
Il piccolo Maharaja lassù, in cima all'elefante Nadir si chiama Saufe (in onore di quel Saufe di cui, come racconta Isak Dinesen, qualcuno disse :" Questo giovane è pericoloso, perchè ha grandi sogni. Ma é innocuo e sarà facile domarlo, perchè ha trascurato lo studio del nostro mondo reale, del mondo in cui son messi alla prova i sogni....).
Se Andorra, S.Marino e Lichtenstein vi inquietano per la loro vastità, benvenuti nel mondo dei microstati, a cui Lonely Planet ha dedicato la prima guida turistica mai pubblicata intorno a questo tema.
Ma cos’è esattamente uno Stato? Secondo Frank Zappa, “non puoi essere un vero Stato se non hai una birra e una compagnia aerea – una squadra di calcio o qualche bomba nucleare non guastano, ma l’essenziale è una birra”. Più seriamente, i requisiti dovrebbero essere: avere un territorio definito, una popolazione stabile, un governo, la capacità di intrattenere relazioni con gli altri Stati. Niente di troppo complicato, tanto è vero che anche gli Stati minuscoli soddisfano di solito queste condizioni. Purtroppo occorre anche essere riconosciuti da Stati che lo siano a loro volta, e qui il gioco diventa più difficile per i nani dell’arena internazionale. Ma a parte questo difetto – peraltro comune a Stati di tutto rispetto, quali la Palestina o Taiwan, che attendono da tempo il loro seggio alle Nazioni Unite – i microstati sono spesso un esempio di consapevolezza e orgoglio nazionale, con tanto di costituzione, bandiera, inno, monete, francobolli, passaporti e visti.
Manipolazione o gratificazione? La serendipity del primo anno cattura dettagli negli hotel e nei luoghi di consumo: sono le foto degli employee of the month, esposti per segnalare persone che, con il loro comportamento ed il loro sorriso, hanno rappresentato al meglio i valori aziendali. Coinvolgimento della popolazione aziendale? O parte dello show-pping richiesto dai clienti?
Un nuova tappa del viaggio attraverso il nuovo mondo in cui si muovono le imprese e gli individui visto con gli occhi di Andrea Notarnicola.
E’ in scena in questi giorni al Teatro Sloveno di Trieste “Città così vicina”, di Maiurs Isvaškevičius (generazione 1973), rappresentante di spicco della giovane generazione di scrittori e drammaturghi lituani che nel 2005 scrive un dramma contemporaneo sulla vita come “zapping esistenziale” o ricerca di uno zapping fuori dagli usuali contesti (il matrimonio, il contesto delle tradizioni, la propria città). Nello spettacolo il marito di Annika si allontana spesso da casa per andare in un “Città così vicina”, un luogo altro misterioso oltre il mare che la donna non ha mai conosciuto. Anche Annika decide di attraversare il mare, per scoprire i segreti di questa città e quindi i segreti del marito, ed esplora in questo luogo il suo “zapping” dei desideri.
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Per la serie Le Aziende e gli occhi, un nuovo viaggio di Andrea Notarnicola nel mondo dell'esperienza di consumo.
A voi è mai venuta la voglia di iniziare un percorso di serendipity?
L’idea di iniziare il viaggio che ho chiamato New L-Deal mi era venuta su un treno nel 2003. Sì, preferisco il treno all’auto o all’aereo. Il treno ha un palinsesto di stazioni e mi permette di muovere gli occhi – appunto gli occhi - dove voglio io (e non di doverli tenere necessariamente puntati avanti).
Non ero però in Italia. Stavo arrivando a Londra.
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Mi piacerebbe che questo spazio dedicato ai giovani e ai loro blog potesse diventare una piccola finestra su un mondo “in via di sviluppo”, quello di coloro che stanno cercando la loro strada, quello di chi si sta formando e trasformando, di chi ha trovato il senso della sua vita, magari precario, quello di chi ancora lo sta affannosamente cercando. On-off perchè è labile il passaggio fra reale e virtuale nel blog: il blog è mutazione, è divenire.
Come primo protagonista di questa storia voglio presentarvi UlisseIlViaggiatore. E non potrebbe essere forse diversamente in un luogo, come il nostro Metablog, che si ispira ai viaggi virtuali di Marco Polo nelle Città Invisibili.
Esiste un diario degli occhi? Provate a scrivere il vostro. Io, che saltuariamente butto l’occhio dentro questo blog e partecipo, potrei scrivervi il mio. Per quattro anni ho vissuto il mio percorso parallelo, un “altrove” di visite, esperienze sul campo, osservazione e serendipity in sigla New L-Deal (new living deal? new learning deal? new London deal?). Ormai è troppo tardi perchè io decida i contenuti di questa l, perché il “cammin di nostra vita” nell’economia dell’esperienza è terminato.
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