Dovete portare a buon fine un negoziato commerciale o far firmare un trattato di pace? Avete il compito di lanciare un nuovo prodotto o peggio persuadere un gruppo di lavoro della bontà di un cambiamento?
Qualcuno vi ha dato il mandato di convincere un collettivo della positività di una nuova politica organizzativa?
Siete in procinto di progettare un nuovo videogioco? Siete immersi nel consolidare la democrazia in uno Stato a bassa densità libertaria e civile?
Oppure più banalmente avete bisogno di convincere gli amici della scelta comune di andare al cinema?
Per ognuna di questa attività vi ritroverete ad usare materiali simbolici e a raccontare storie: convincenti, altamente evocative, decisamente motivanti.
Dall’automobile alla camera da letto, dai cellulari ai reality televisivi la nostra vita quotidiana è costantemente avvolta da una rete narrativa che filtra le nostre percezioni, stimola i nostri pensieri, evoca le nostre emozioni, eccita i nostri sensi, determinando risposte multisensoriali.
Lo storytelling è ormai pervasivo della vita umana, sia la nostra vita personale che quella di lavoro perché la nostra realtà ha una struttura discorsiva. Ma lo storytelling non è solo un semplice raccontare storie. E’ molto di più. E' un vero e proprio sistema (con precise metodologie) che ci permettono di presidiare o per lo meno evitareil cosidetto "assedio testuale" alinterno delle nostre economie del simbolico. Cosa è l'assedio testuale? Il continuo cambiamento delle narrazioni su cui si fondano le nostre identità e i sistemi di riconoscimento sociale. Ogni sette anni l’insieme delle nostre conoscenze viene stravolto. Ogni diciotto mesi il potere elaborativo delle nostre “macchine” raddoppia. Tutti i giorni, ogni nostro gesto di consumo (culturale, fisico, emotivo) – all’interno di queste dinamiche – dipende da trame di desiderio non razionali che sono una sintesi decisionale multisensoriale, che guarda caso è di natura narrativa con “format discorsivi” veicolato da circa 3500 imput comunicativi. Che fare per divertirsi in questo mare enorme di messaggi, non tutti spazzatura?
La prima cosa riconoscere le parole. Poi i linguaggi. Infine come parole e linguaggi vengono assemblati per costruire discorsi che terminano in narrazioni-storie che si fissano nella nostra memoria. E una volta lì, nella memoria cognitiva ed emotiva, ci rimangono. Lavorano, suscitano sentimenti, cristallizzano comportamenti. A volte le parole, che diventano narrazioni, deturbano la memoria e la nostra identità. Ritornano e non siamo più capaci di liberarcene. Bisogna imparare a non rimanere schiavi delle parole.
Nelle prossime puntate virtuali di questo nostro show cercheremo di focalizzarci sulle parole da evitare e curare, per non diventarne preda.
Una parla di cui ci dobbiamo tutti liberare (con i relativi valori e sentimenti che evoca): "emergenza". Ma su questo torneremo.
Per il momento, mi permetto di fare una piccola anticipazione su quelle parole da evitare e curare per questa settimana, magari trovando altri termini:
"immondizia",
"sporco",
"depressione"
"tristezza"
Aspetto, nei post, vostri suggerimenti.
A tutti auguro buon lavoro e cura.
Andrea Fontana