La vita è sogno o segno? Entrambe le cose. Sogniamo nel sonno e nell’immaginazione (mai però nel sonno della ragione). Sogniamo attraverso i segni delle cose sognate e la lettura dei segni è la vera interpretazione dei sogni. Non c’è conoscenza se non passando per i segni, perché è con i segni che rappresentiamo e possediamo le cose. E anche quando ci appropriamo direttamente delle cose – l’alimentazione, il sesso – rivestiamo di segni le cose da appropriarci: il menu o la semplice lista della spesa, la tavola apparecchiata, i fiori, la candela, l’abat-jour, la lingerie, le moine, i preliminari. I segni sono la veste dell’esperienza, il suo ornamento nell’estetica, la sublimazione nella poesia. I segni tendono però a costituirsi, ma solo per chi non ha nulla da dire, come mondo chiuso. Quando pretendono di essere in se stessi esperienza di cose-segno o di segni-cosa. È l’autosufficienza della cosalità del segno. Come chi al ristorante legge il menu, paga il conto di ciò che ha gustato e si allontana (su un altro piano è il destino del pornografo). Avviene nel simbolismo fine a se stesso, nel lettering, nel graffitismo di meri sgorbi e, per alcuni critici sofisticati, nella pura struttura sintattica o retorica del testo. Dimenticano che il segno o è aliquid pro aliquo o non è; è sempre cenno di qualcosa di reale e per sé fuori del segno e della lingua, qualcosa che persiste in eterno anche se nessuno ne fa cenno. La rosa di Silesio che, non vista, non colta, fiorisce nel deserto. Per alcuni fa eccezione il simbolo: avrebbe valore semantico in proprio. Può darsi, ma solo nella connotazione, per la sua carica di nostalgia, che è il dolore di un improbabile ritorno. Ma è reale il luogo del ritorno, ancorché arduo o proibito. E così anche questo simbolo connotato dalla nostalgia è segno di quel frammento di un intero con il quale, se e quando, ricongiungersi. Il segno che denota se stesso come nel simbolismo vuoto o che denota soltanto un altro segno è quella degenerazione detta semiosi infinita: una pornografia della scrittura. Anche l’economia è fatta di segni più o meno denotanti. Il PIL che denota ricchezza, ancorché statistica, che è indice di performance e di un ottimo stato di salute dell’economia nazionale. E pazienza per chi sta sotto la soglia di povertà: con il benessere da PIL la felicità dei cittadini è assicurata e pazienza se non è percepita. Investire, innovare, spingere la produttività, generare un PIL più ampio.
Piero Trupia, linguista, cognitivista, filosofo del linguaggio, studioso di politica, economia e management, è uno dei redattori del Manifesto dello humanitic management.