Sorprende che qualcuno parli ancora di convergenza esclusivamente in senso tecnologico. Dovrebbe essere chiaro, ormai, che la convergenza non è un coltellino svizzero digitale. Un buon viatico contro questa visione è costituito dalla prospettiva di Henry Jenkins, direttore del Comparative Media Studies Program del MIT. Jenkins ha sempre guardato alla convergenza delle culture, più che a quella delle piattaforme. La convergenza ha a che fare con le modalità di circolazione dei contenuti e delle idee (il flusso). Le riflessioni di Jenkins, ordinate in senso cronologico nel suo blog, sono sistematizzate in un volume disponibile da pochi mesi in edizione italiana (Cultura convergente, Milano, Apogeo, 2007), la cui lettura è largamente raccomandabile.
Il concetto che amo riprendere, in particolare, è quello di “convergenza grassrooots”. Uno dei portati maggiori dei cosiddetti new media consiste nella possibilità, per i consumatori, di annotare, modificare, espropriare e ridistribuire un contenuto. Spesso questi flussi di contenuti mediatici, informali e non autorizzati (grassroots, appunto), si muovono in contrapposizione agli obiettivi della convergenza corporate, cioè i flussi diretti in una prospettiva commerciale. Interessante, in questo senso, l’analisi che Jenkins fa della fan fiction nata intorno ai libri di Henry Potter. “Le grandi aziende immaginano la partecipazione come qualcosa da poter accendere e spegnere, incanalare e instradare, mercificare e vendere. I proibizionisti tentano di impedirne la variante non autorizzata, mentre i collaborazionisti provano a tirare dalla loro parte i creatori grassroots. Sul fronte opposto, i consumatori rivendicano il diritto di partecipare alla della loro cultura nei loro termini e nelle loro modalità.” (p. 179)
Da vedere:
The Daily Prophet (esempio di fan fiction nato intorno alla saga di Henry Potter)
Perfect Immagination (sul concetto di beta-lettore, che dialoga con l’autore di un testo prima che quest’ultimo sia pubblicato)
Paolo Costa