Il Diavolo nell'Interstizio
Nelle settimane scorse abbiamo dato spazio alla Galleria degli Interstizi proposta da Gianni Gasparini.
Propongo di seguito qualche nota a margine sul tema: appunti, idee sparse, citazioni. Interstizi, appunto.
Nelle settimane scorse abbiamo dato spazio alla Galleria degli Interstizi proposta da Gianni Gasparini.
Propongo di seguito qualche nota a margine sul tema: appunti, idee sparse, citazioni. Interstizi, appunto.
La menzogna (III braccio)
La menzogna tende a dar vita ad un universo parallelo alla realtà: a quella realtà vera e oggettiva che crediamo di poter raggiungere e definire con i nostri sensi e che rappresenta comunque lo sfondo a partire dal quale comunichiamo con gli altri. A seconda delle circostanze, la menzogna – che dunque costituisce nel nostro lessico un Interstizio di III livello - rappresenta una costruzione fittizia del passato, del presente o del futuro. Se racconto a un interlocutore di essere stato a New York la settimana scorsa e gli descrivo una serie di eventi a cui avrei partecipato, mentre in effetti non mi sono mosso da Milano, dò vita ad una ricostruzione menzognera del passato, in quanto colloco me stesso in un contesto realistico nel quale tuttavia la mia presenza non si è materializzata. E se ad un’altra persona dico di abitare a Napoli mentre in effetti risiedo a Milano, l’universo parallelo nel quale proietto la mia bugia è quello del presente. In altri casi ancora la menzogna è orientata a far credere che si verificheranno in futuro cose o accadimenti che invece non avranno luogo in quanto essi dipendono dalla volontà o dalla sfera di controllo di chi parla mentendo.
Dono (II braccio)
Il dono appare un fenomeno marginale e interstiziale rispetto ad altre realtà che dominano i rapporti socioeconomici, prima tra tutte lo scambio di mercato in cui vige il criterio del do ut des, e in secondo luogo le logiche del Welfare state in cui i servizi vengono erogati in funzione di criteri di redistribuzione o di riduzione delle disuguaglianze tra i cittadini.
Attesa (I braccio)
Centro/Periferia e problemi affini (IV braccio)
L’obiettivo generale che si propone questa Galleria è di mettere a fuoco esperienze lasciate in ombra e nelle pieghe, gli interstizi della vita quotidiana. Gli interstizi sono come intercapedini o fessure in un edificio, parentesi e incisi all’interno di un discorso; essi sono collocati in mezzo ad altri fenomeni ben definiti che siamo in grado di nominare e ricordare esattamente (si tratta qui, nella nostra terminologia, degli Interstizi di I livello, che troviamo nel I braccio della Galleria). Solitamente nella vita quotidiana si tende a rimuovere e a dimenticare le esperienze interstiziali subito dopo averle avute: come ad esempio quando siamo in attesa di un mezzo di trasporto o facciamo la coda per un servizio, o ci concediamo una breve pausa nel lavoro, o quando ci capita l’occasione di sperimentare qualche momento di silenzio nel flusso ininterrotto della comunicazione verbale.
Una premessaGli interstizi, come dice la parola, “stanno fra”, stanno in mezzo sono in-between, entre-deux, zwischen. Più di dieci anni fa ho iniziato a studiarli, facendo l’ipotesi (bizzarra) che questo termine comune del vocabolario derivato dal latino interstitium, un termine mai utilizzato prima dalle scienze sociali, potesse rivelarsi utile per cogliere elementi della società postindustriale in cui viviamo: potesse diventare cioè un concetto, una categoria accanto ad altre che utilizzano gli scienziati sociali, come ad esempio funzione o struttura, ruolo o movimento sociale, istituzione o tempo sociale (cfr. G.Gasparini, Sociologia degli interstizi, B.Mondadori, Milano 1998).
Un quotidiano appuntamento al Crepuscolo con: Roberto Diodato.
Nel corso del semestre invernale 1941/42, dedicato al commento di Andenken, Heidegger approfondiva la questione dell'ombra, collegandola, per mezzo della traduzione hölderliniana di Pindaro («Essenza di un giorno. Che cosa è mai un uomo? Che cosa mai non è? Sogno di ombre sono gli uomini»[1]), al "pensiero greco del sogno".
[1] L'inno Andenken di Hölderlin, tr. it. di C. Sandrin e U. Ugazio, Mursia, Milano, 1997, p. 97.
Un quotidiano appuntamento al Crepuscolo con: Roberto Diodato.
Si tratta di quella via verso casa di cui scriveva Hölderlin, e che in Andenken conduce all'ombra, alla patria che accoglie e protegge: «Ma mi porga alcuno,/colmo di luce scura,/il calice odoroso,/ché io possa riposare, perché dolce/ sarebbe sotto l'ombra il sopore»[1]. Commenta Heidegger: «Questi versi non suonano forse come il mettersi in marcia alla volta dell'ambiente di casa? Ma il poeta è già arrivato in patria! O forse il mero fatto di essere arrivato non basta? Forse solo allora comincia il ritorno a casa in patria? Il restare in patria non è in alcun modo qualcosa che viene da sé... Il restare è ciò che deve essere solo nel ritorno a casa.»[2].
Un quotidiano appuntamento al Crepuscolo con: Roberto Diodato.
E' ormai noto come Jung derivi la questione dell'ombra in misura notevole dalla riflessione su Nietzsche[1], del quale si ricorderanno almeno due testi rilevanti: Il viandante e la sua ombra, in Umano, troppo umano, e L'ombra, in Così parlò Zarathustra. E' soprattutto il primo, lungo e complesso, che influenza Jung («Quell'ombra che tutte le cose mostrano quando il sole della conoscenza cade su di esse, — anche quell'ombra sono io»[2]), ma è forse nel secondo, breve e incisivo, che si trova l'essenziale; l'ombra è qui divenuta il viandante stesso: un errante sempre in cammino «senza posa, portato via dal vortice dei venti».
[1] cfr. M. Pezzella-F. Salza-D. Squilloni-G. Concato (con un saggio di J. Hillman), Lo spirito e l'ombra. I seminari di Jung su Nietzsche, Bergamo, 1996 (anche se in realtà tratta molto più dello spirito che dell'ombra).
[2] Il viandante e la sua ombra, in Umano, troppo umano. II. Frammenti postumi (1878-1879), Opere, a cura di G.Colli e M.Montinari, vol.IV/3, Adelphi, Milano, 1967, p. 134.
Un quotidiano appuntamento al Crepuscolo con: Roberto Diodato.
L'oscillazione del significato di "ombra" tra archetipo e dimensione "doppia" dell'io consente a Jung la costruzione di un nesso efficace tra collettivo e personale. Per Jung "ombra" designa innanzitutto il lato istintuale e pericoloso, dell'io, materialità non soggettiva e affascinante, che al di là del nostro dominio cosciente ci radica alla terra: «Un oscuro presentimento ci dice che senza questo lato negativo siamo incompleti, che abbiamo un corpo il quale, come ogni corpo, getta inevitabilmente un'ombra, e che se rifiutiamo questo corpo non siamo tridimensionali, bensì piatti e inconsistenti. Ma questo corpo [Körper] è un'animale con un'anima animale, vale a dire è un sistema vivente che obbedisce incondizionatamente all'istinto. Stabilire un'unità con quest'ombra significa dire di sì all'istinto e perciò dire di sì anche a quella dinamica mostruosa che minaccia nel fondo»[1].
[1] Psicologia dell'inconscio (1917/1943), cap. 3: L'altro punto di vista: la volontà di potenza, in Opere, Boringhieri, Milano, 1983, vol. 7, pp. 30-31
Un quotidiano appuntamento al Crepuscolo con: Roberto Diodato.
E' su questa essenziale capacità costitutivo-rievocativa dell'immaginario che si concentra Borges in Elogio dell'ombra[1]. L'intreccio metaforico apparecchiato da Borges è denso di riferimenti: la vecchiaia è la sera della vita, una sera felice in quanto emergenza dello spirito: «La vecchiaia (è questo il nome che altri danno)/può essere per noi il tempo più felice.... Vivo tra forme luminose e vaghe/che ancora non sono tenebra».
[1] in Elogio dell'ombra, seguito da un Abbozzo di autobiografia, a cura di N.T. Di Giovanni, versione con testo a fronte di F. Tentori Montalto, Einaudi,, 1971, pp. 128-131.
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Certamente la Lezione sull'ombra andrebbe letta nel suo rinvio teologico, accennato fin dall'inizio dall'eloquente richiamo delle "tre ore". Ma qui importa come l'ambiente metaforico prodotto dall'ombra intrecci il senso della nascita e quello della perdita: un venire alla luce che non è mai assoluto ma da sempre inscritto nella dimensione dell'assenza e della memoria. Da qui le celebri metafore dell'uomo concepito sotto la specie dell'ombra o come sogno di un ombra, quasi archetipi del sapere sia dell'occidente sia dell'oriente[1], anzi luogo in cui oriente e occidente potrebbero incontrarsi[2].
[1] Per uno sguardo sulle teorie orientali A. K. Coomaraswamy, Châyâ, «Études Traditionelles», a. 76, n. 450, 1975, pp. 145-151, e per un approfondimento della prospettiva estetica: G. Marchianò Zolla, L'immagine, l'ombra, il sogno: lo sviluppo della "seconda attenzione", in AAVV, I linguaggi del sogno, Sansoni, Firenze, 1984, pp. 367-382. Per avvicinarsi a uno dei sensi orientali della metaforica dell'ombra e per cogliere l'importanza che l'ombra possiede per il modo giapponese di cogliere il mondo cfr. il Libro d'ombra di J. Tanizaki, in Opere, a cura di A. Boscaro, Bompiani, Milano, 1988, pp. 671-726.
[2] Importante al proposito il saggio di Arindam Chakrabarti, Shadows: The Ontology of Contoured Darkness, «Journal of Indian Council of Philosophical Research», v. XVI, n. 1, 1998, pp. 19-41.
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Il vertice del punto che stiamo esaminando, capace di legare nell'ombra i temi fin qui accennati dell'amore, del sacrificio, della conoscenza e del tempo è forse la Lezione sull'ombra di John Donne. Nella versione di Cristina Campo Lezione sull'ombra [1] inizia così: «Ferma, amore: ti darò una lezione/sulla filosofia d'amore».
[1] in J. Donne, Poesie amorose. Poesie teologiche, trad. di Cristina Campo con testo originale a fronte, Einaudi, Torino, 1971, pp. 52-53.
Un quotidiano appuntamento al Crepuscolo con: Roberto Diodato.
In una lettera di Cristina Campo, traduttrice a attenta studiosa di Hofmannsthal, compare un riferimento a uno dei temi chiave della Donna senz'ombra, la riflessione sulla pre-esistenza, sull'essere prima di esistere e sulla tensione all'esistenza che caratterizza la natura ontologica del possibile, luogo privo di ombra in cui l'essenziale risulta visibile, quale emerge nel racconto di Hofmannsthal nel dialogo tra l'imperatore e i figli non-nati.
Un quotidiano appuntamento al Crepuscolo con: Roberto Diodato.
Forse La donna senz'ombra, racconto che esce nel '19 contemporaneamente al libretto musicato da Richard Strauss, riesce a riassumere la complessità della metaforica dell'ombra. Hofmannsthal rivisita infatti una tradizione che trascorre dai greci ai romantici[1], sulla scorta della quale dialoga con due testi di immediato riferimento: Die Zauberflöte e la seconda parte del Faust.
[1] «Noi che imprestammo corpi ad ombre vediamo i corpi svanire come ombre»: sembra quasi che un cerchio si chiuda tra il celebre «skias oner anthropos» di Pindaro (VIII Ode pitica, vv. 135-136.) e questa affermazione di Chamisso. La meravigliosa storia di Peter Schlemihl è del resto il testo romantico per eccellenza sull'ombra, sul rapporto uomo-ombra, sulla perdita dell'ombra (trad. di G.V. Amoretti in Chamisso, La Motte-Fouqué, Mörike,Tre racconti romantici, Utet, Torino, 1955, pp. 17-87; la citazione si trova a p. 23).
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Del resto già la parola "ombra" è strutturalmente ambigua, ha un doppio "significato primo": può significare sia l'ombra propria sia l'ombra portata. Si tratta di fenomeni differenti e connessi, che a livello simbolico possono differenziarsi, per ricostituire talvolta un orizzonte di unitario. Nell'orizzonte metaforico l'ombra portata, l'oscurità proiettata da un corpo opaco, rinvia alla luce: ombra e luce come coppia concettuale inscindibile e relativamente la luce come sorgente e ombra come negazione. Negazione, si noti, e non immediatamente sottrazione: l'ombra si presenta nella forma di una indipendenza, poiché è figura che rifiuta di ridursi a qualità del corpo opaco, eppure è necessariamente dipendente dal corpo, proiezione della corporeità. Schiacciata a terra segna il legame alla terra e insieme configura un potere che segna il limite della forza espansiva della luce. E quindi a rovescio: l'ombra come tenebra che ha confini, come tenebra limitata dall'insistenza della luce; essenziale all'ombra è infatti la linea d'ombra[1], una forma di soglia.
[1] Come è noto, La linea d'ombra è il titolo di un racconto di Conrad.
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Nel "mito della caverna", se consideriamo le parole che esprimono la struttura dell'analogia che il mito propone[1], possiamo notare come l'ombra sia intesa come punto zero del sapere e dell'orientamento, ignoranza della verità, errore e male, dal quale lo sguardo filosofico può, con fatica, emergere: «... da questi poi, volgendo lo sguardo alla luce delle stelle e della luna, potrà contemplare di notte i corpi celesti e il cielo più facilmente che durante il giorno il sole e la luce del sole.
[1] sulla quale cfr. K. Geiser, Il paragone della caverna. Variazioni da Platone a oggi, Bibliopolis, Napoli, 1985, pp. 15-19. Sull'ombra in Platone cfr. S. Todes, Shadows in Knowledge: Plato's Misunderstanding of Shadows
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Ora, leggere Platone è difficile, difficile è contestualizzare, inserirsi nella trama della lingua, nel dialogo e nei rapporti tra i personaggi, scovare ironie e dissimulazioni nei giochi delle finzioni, e quando ciò è relativamente compiuto spesso si scoprono profonde dissonanze tra il messaggio plausibile di un dialogo e quello altrettanto plausibile di un altro. Tali difficoltà aumentano quando si tratta di interpretare racconti e metafore, perché non si sa, letteralmente, in che misura prendere sul serio ciò che c'è scritto.
Un quotidiano appuntamento al Crepuscolo con: Roberto Diodato.
L'esorcismo dell'ombra che accompagna la favola platonica appare a prima vista funzionale a una potente strategia di pensiero. Si tratta del trionfo di una metafisica mimetica della luce intellettuale e incorporea. Per noi, incatenati nella caverna, «la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali»; ma se uno di noi «fosse sciolto – costretto improvvisamente ad alzarsi, a girare attorno il capo, a camminare e levare lo sguardo alla luce; che così facendo provasse dolore e il barbaglio lo rendesse incapace di scorgere quegli oggetti di cui prima vedeva le ombre...»[1] – potrebbe allora iniziare un percorso che trascorrendo dal dubbio alla verità conduce alla morte violenta.
[1] Rep. 515c-d
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«Hai pronunciato le tue parole come se tu non riconoscessi l’esistenza delle ombre e neppure del male. Non vorresti avere la bontà di riflettere sulla questione: che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre? Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Vuoi forse scorticare tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c’è di vivo per il tuo capriccio di goderti la luce nuda? Sei sciocco.
Così Woland-Satana a Matteo Levi in M. Bulgakov, Il Maestro e Margherita, trad. di V. Dridso, Einaudi Torino, p. 351.
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Del resto già la parola "ombra" è strutturalmente ambigua, ha un doppio "significato primo": può significare sia l'ombra propria sia l'ombra portata. Si tratta di fenomeni differenti e connessi, che a livello simbolico possono differenziarsi, per ricostituire talvolta un orizzonte di unitario. Nell'orizzonte metaforico l'ombra portata, l'oscurità proiettata da un corpo opaco, rinvia alla luce: ombra e luce come coppia concettuale inscindibile e relativamente la luce come sorgente e ombra come negazione.
Un quotidiano appuntamento al Crepuscolo con: Roberto Diodato.
Infatti le ombre sono "oggetti" (forse gli unici oggetti) non materiali, dinamici, bidimensionali, che presentano però aspetti che "sembrano" materiali, di percettività e di causalità. La nostra mente pare essere insomma fortemente incline a trattare le ombre come "cose che hanno una figura", provocando in tal modo paradossi ampiamente studiati dai fisici[1].
[1] cfr. D. Deutsch, Ombre, in La trama della realtà, trad. S. Frediani, Einaudi, 1997, pp. 31-51; R. Casati, L'ombra del dubbio, in La scoperta dell'ombra, Mondadori, Milano, 2000, pp. 51-63.
Nel 1529 la Svizzera era dilaniata dalle guerre di religione. Nel piccolo villaggio di Kappel (Canton Zurigo) si fronteggiavano i Cattolici delle montagne della Svizzera centrale e i Protestanti di Zurigo guidati da Zwingli. I due accampamenti erano molto vicini, così che le sentinelle cominciarono a fraternizzare. E poichè le truppe alpine avevano molto latte, mentre i soldati provenienti dalle fertili pianure di Zurigo abbondavano di pane, piazzarono dei grossi calderoni esattamente nel mezzo della linea del fronte e ogni esercito, tenendosi rigorosamente nella propria metà, vi mise il pane o il latte, producendo appunto la Zuppa di Kappel, che costituisce la tradizionale colazione svizzera. Dopo il comune banchetto naturalmente nessuno se la sentiva più di combattere coi compagni di pasto, e la battaglia venne rimandata.
Mercoledì 9 aprile 2008, alle ore 17.30, presso la Giovanni Gasparini
Interstizi e universi paralleli
(ed. Apogeo, Milano)
avrà luogo una Tavola rotonda con la partecipazione di Marco Minghetti (Scuola di Management “Enrico Mattei”, S.Donato Milanese),