In una bufera dell’economica come questa, perché mai un manager dovrebbe perdere tempo a leggere poesie? «Dopo tutto la poesia è la cosa meno necessaria di questo mondo», diceva della sua “oscena passione” Guido Gozzano. Ma il punto e il perché stanno proprio qui: in tutta l’inutilità che si crede possa esserci in certi versi è così potente la forza d’evocazione che la fotografia ingiallita fa rivivere il dagherrotipo del tempo e la bellezza si fa dolce malinconia da sfogliare e desiderare:
“Ha diciassette anni la Nonna! Carlotta quasi lo stesso
Da poco hanno avuto il permesso d’aggiungere un cerchio alla gonna
Il cerchio ampissimo increspa la gonna a rose turchine:
più snella da la crinoline emerge la vita di vespa”
Ma è proprio questa futile inutilità - nei versi della poesia di Gozzano forse più famosa, “L’amica di nonna Speranza” – che ci spinge ad andare a vanti, a leggere un verso in più, a entrare nel mondo passato, a trasformare quella inutilità in un indispensabile piacere e tutta la “necessità” di questo nostro mondo presente in una cosa che si può mettere da parte, almeno per il tempo di una poesia.
Sta qui la ragione che ci invita a leggere - lasciando da parte per un po’ ciò che si crede indifferibile - la poesia e un poeta come Gozzano in particolare. E così, riflessi e filtrati dallo specchio sgranato del ricordo e dell’evocazione, capire di più la “necessità” degli altri uomini, a partire da chi ci sta accanto oggi e che lavora con noi, proprio se ce ne stacchiamo un po’.
In Guido Gozzano – Tutte le poesie troviamo proprio questa straordinaria facoltà di oscillare tra la “bellezza” del non partecipare, del mettersi da parte a scrivere o a leggere versi, e invece la malinconia del non aver vissuto che ci spinge, proprio noi che non siamo poeti ma uomini, a rituffarci con più passione nella vita, nel lavoro, nella voglia di fare. “La vita è ancora bella”, dice Gozzano, ma solo “per chi ha la scaltrezza di non prendervi parte, di salvarsi in tempo”.
Ma poi, lui prima di tutti, non ne è poi così convinto e nella poesia Un’altra risorta ci dice:
“Che bel novembre! E’ come una menzogna
primaverile! E lei, compagno inerte
se ne va solo per le vie deserte
col trasognato viso di chi sogna.
Fare bisogna. Vivere bisogna
la bella vita dalle mille offerte”.
Già… “le mille offerte” della vita. Persi nel turbinare incalzante del ritmo di lavoro, nello stress che ci spinge a masticare obiettivi e a inseguire compensi sempre più alti. O viceversa, in questo periodo problematico, frenetici a correre di più per la paura di perdere il posto, di arretrare, o quanto meno non tenere il passo nella carriera, di cercare nelle ferree leggi del management un’improbabile stampella per restare “vincenti”. E così ci scordiamo delle “mille offerte” della vita, tendiamo a stare piatti, con la pancia sul lavoro, a non godere di quanto ci viene offerto, ad essere soli pur se circondati da tanti. Una trappola della quale Gozzano ci offre la chiave per uscire, lui che pure fu un poeta solitario, uno spirito sofferente per la sua malattia (morì di tisi a soli 32 anni nel 1916) ma sempre arso dalla speranza di vivere in modo diverso e meno “arido”. E se non lo si può fare nella quotidianità, ci dice, fatelo nel sogno, quel sogno di cui la poesia è tanto esperta. Come fa il suo Totò Merùmeni: