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Lau, commento foto-letterario, by Leonardo Terzo

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Lau, 2011

Voglio provare un nuovo genere: il commento “foto-letterario”, cominciando da questo ritratto di Laura.

Laura, delle cui foto (mai fatte da me, se non in un caso, di anni fa) ho un’intera collezione, ha una fotogenia estraniante e naturale allo stesso tempo: buca lo schermo della nostra sensibilità visiva, anche quando la sua presenza sembra voler essere casuale.

Comincio dallo sfondo. Gli sfondi sono importanti in tutte le immagini di ritratti, da quelli artistici, per esempio in pittura, a quelli della pubblicità. Se non l’hanno già fatto, gli storici dell’arte dovrebbero indagare e scrivere una “Storia dello sfondo”. 

Lo sfondo nella parte superiore è parzialmente “mosso”  seppure abbastanza neutro come di solito  apparentemente sono gli sfondi. Nella parte inferiore si colora, si riduce e si divide in due zone. Una zona verticale marrone tendente al rossiccio, colore che comunica potenziale eccitazione (probabilmente uno schienale di sedia), e una parte beige che è il vestito della persona seduta accanto, che funziona solo come zona di colore.

Nel complesso lo sfondo è di un colore non scuro, di media chiarezza, beige e marrone eccitato, ma è staccato dal volto dalla breve ombra nera del contorno che corre dietro la sigaretta dalla mano ai capelli.

Così il volto, molto illuminato, diventa accecante, come esito finale del passaggio dalla visione riposata dello sfondo alla visione blitz del primo piano. Questa “visione” accecante produce infatti un effetto istantaneo. Dura come un lampo che però non si spegne, anzi è incanalato come una scarica elettrica nel riflesso sui capelli. I capelli sono mossi come onde che riflettono appunto il fulmine prodotto nel cielo sottostante, e dunque di una cosmogonia capovolta, del viso.

Tutti i colori: beige, rossiccio, nero, rosso, verde, azzurro, bruno dei capelli, si affollano inghiottiti dal bianco centrale della faccia attorno a cui testimoniano la sudditanza del mondo allo splendore fisso dello sguardo.

Lo sguardo di Laura, qui come sempre nella sua vita, cerca un senso nuovo all’ esistenza nella situazione. La rosa perde qualche petalo, il suo colore non è pieno, le sue foglie sono frugate e scolorite anch’esse dalla luce. Ma lo sguardo è alto, la mano ha tutta la flessuosa gentilezza di una nobiltà della bellezza diffusa. Resiste il verde della bottiglia, che ci richiama ad una concretezza realistica da cui pure è scaturito il miracolo di Laura.

Ma è relegato in basso, dove, nella cosmogonia generale dell’immagine è un richiamo agli inferi alcolici. Anche la sigaretta è un vizio assurdo che la naturalezza miracolosa di Laura redime, trasformato in dardo che punta a un più elevato futuro. Nel bagliore della guancia si perdono i contorni. Resiste appena l’arco delle labbra, che di Laura sono l’arma finale, qui appena esibita.

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