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La quintessenza dello humanistic management – Alice annotata 12

What is the use of a book without pictures or conversations?”: una questione attualissima e al tempo stesso emblematica di quello humanistic management che da molto tempo propongo come antidoto al dilagante e disastroso scientific management.  Radicato nel grande patrimonio umanistico e rinascimentale della cultura italiana e europea, lo humanistic management definisce i propri tratti essenziali nell’accorta combinazione tra razionalità ed emotività, nell’equilibrio fra morale individuale ed etica collettiva, nella cura di ciascuno verso il proprio autosviluppo e verso gli altri, nell’approccio narrativo ispirato alla generazione individuale e collettiva di senso,  nell’enfasi sulla leadership convocativa [i] e  sulla metadisciplinarietà (tutti temi che ripercorreremo insieme ad Alice nelle prossime “annotazioni”). Lo strumento principale di cui si avvale è l’apertura verso ambiti che l’impresa “scientifica”  ha sempre considerato a sé estranei – il gioco, la filosofia, la poesia, il cinema, il teatro – ma anche alle nuove frontiere dischiuse dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, dal networking multimediale, dalla business television: ed anche sotto questo profilo, come abbiamo cominciato a vedere, Alice e le sue innumerevoli “traduzioni” letterarie, teatrali, cinematografiche, eccetera, si presta ottimamente come guida alla contemporaneità.

Lo humanistic management si pone dunque nel solco della Modernità Liquida, della Wikinomics, della Postmodernità, anche se sulla congruità di questo termine –così come di qualsiasi altro cui venga appiccicato il suffisso “post” – ho sempre nutrito molti dubbi. Come ho scritto nell’Introduzione a Le Aziende InVisibili: “Strictu sensu, postmoderno significa ‘ciò che viene dopo il moderno’: e cosa viene dopo il moderno? Tutto e il contrario di tutto. E’ come se, andando a cena da amici, vi pungesse la curiosità di chiedere: ‘Ottimo questo risotto, quale è la prossima portata?’, e la risposta non fosse ‘carne’, o ‘pesce’, o ‘salumi’, ma: ‘il postrisotto’”. Opinione confermata da Edward Docx: “il 75 per cento di tutto ciò che è stato scritto su questo movimento è contraddittorio, inconciliabile, oppure emblematico della spazzatura che ha danneggiato il mondo accademico della linguistica e della filosofia “continentale” per troppo tempo.[ii]”

In questo quadro è interessante notare come già in molti abbiamo rivendicato la “postmodernità” di Lewis Carroll, ma stranamente attribuendola più alla struttura complessiva delle sue opere e al suo lavoro formale sul linguaggio, che con riferimento specifico ad Alice e alle sue avventure in Wonderland. Ecco ad esempio cosa scrive Parks nella sua Introduzione a Una storia ingarbugliata: “Prima di Calvino, di Beckett, di Borges, di Coover, Barth e Bartheleme… Carroll arriva a creare le prime opere letterarie di tipo “post-moderno”, con un anticipo di un secolo rispetto agli scrittori moderni. Infatti, nello spazio letterario del postmoderno ha luogo una sorta di gioco matematico, dove l’unica logica che regge è quella del gioco, come nel carnevale dove i ruoli si ribaltano e si scambiano, dove si azzerano e si riplasmano fattezze, gesti, significati”.[iii]

Trovo assolutamente condivisibile questa impostazione, ma credo, ormai dovrebbe essere chiaro, che si possa andare oltre,  guardando ad una Alice Postmoderna come personaggio che anticipa non solo strutture formali ma anche contenuti attualissimi: parole chiave, situazioni, sentimenti  della nostra epoca in una prospettiva da vera “humanistic manager”. Del resto, i segnali che vanno in questa direzione sono numerosi: abbiamo già più volte citato  la diciassettesima (dal 1903 a oggi) versione cinematografica di     Alice nel Paese delle Meraviglie, ad opera di Tim Burton, il caso del videogioco Alice Madness (con il sequel    Alice Madness Retourn), il progetto di film diretto da    Marilyn Manson,  Phantasmagoria, un horror con   Lily   Cole   nei panni di Alice e il “Reverendo” in quelli dello stesso Carroll, la versione cosplay dell’illustratrice Erminia Dell’Oro,    Alice nera.

Ma si potrebbe continuare passando per la pubblicazione di  Sono stata Alice di Melanie Benjamin, biografia fantasy della piccola Alice Pleasance Liddell che ispirò il romanzo, la graphic novel Alice attraverso lo specchio dalla matita di  Kyle   Baker fino ai numerosissimi richiami ad Alice in opere pop di culto che vanno da Labirinth con David Bowie alla celebre trilogia di  Matrix fino a Pandora Hearts (パンドラハーツ ) il manga giapponese, ideato e disegnato da Jun Mochizuki,  pubblicato per la prima volta sul magazine shōnen GFantasy nel giugno 2006 (ancora inedito in Italia). Del resto Alice ha avuto la capacità di ispirare le avanguardie (abbiamo citato a suo tempo le 13 eliografie di Dalì) e la “controcultura” giovanile con le sue immagini e le sue conversazioni,  nei momenti topici di passaggio e di reazione al sistema fordista di gestione dell’intera società, che dal dopoguerra ad oggi si sono succeduti sempre più rapidamente, mano a mano che il taylorismo politico-sociale diveniva via via più pervasivo, pur assumendo i tratti specifici e caratteristici di ogni generazione. Come ricorda Celati, Alice ha ispirato dalla fine degli anni  60 musicisti come i Beatles, i Jefferson Airplane e i Genesis, registi come Polanski, Wenders e  Malle, per arrivare dieci anni dopo a filosofi come Deleuze a ai deejay “rivoluzionari” di Radio Alice[iv].

E così non ci sorprende scoprire nel primo pensiero di Alice il perché delle strane strutture assunte dai testi e dagli strumenti che hanno segnato le tappe  dello sviluppo dello humanistic management dal 1997  a oggi (ehi, lo humanistic management è Nativo Digitale!):  L’Impresa shakespeariana   (sintesi dei concetti elaborati nel laboratorio della rivista Hamlet fra il 1997 e il 2003, illustrata da Milo Manara), Il Manifesto dello Humanistic management (2004, frutto delle conversazioni con 12 personalità “mutanti”),  Nulla due volte (2006, libro-portmanteau in bilico fra la grande poesia di Wislawa Szymborska, fotografia, testimonianze metadisciplinari e riflessione personale),  Le Aziende In-Visibili  (2008, romanzo collettivo a colori, mutazione de Le città invisibili calviniane,  scritto a duecento mani e con i disegni di Luigi Serafini, che diviene blog, cortometraggio, Web Opera), il social media ideaTRE60 (intelligenza collettiva per un mondo vitale, come recitava il playoff originale, quando fu lanciato nel marzo 2010), La Mente InVisibile, 2011, ideato come Romanzo Nativo Digitale e pubblicato sperimentando le nuove frontiere del self publishing su Internet. Il primo pensiero di Alice: la quintessenza dello humanistic management.

Alice annotata 12. Continua

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[i] Cfr. Trupia, Piero, Potere di convocazione, Liguori, 2002.

[iii] Introduzione a Lewis Carroll, Una storia ingarbugliata, Stuido Tesi, 1997, pag . xxi

[iv] Celati, Gianni, Alice disambientata, Le lettere, 2006, pp. 21-22.