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Dal Modernismo al Postmodernismo: sei lezioni, di Leonardo Terzo. 3. Logica e filosofia

Still ThereLeonardo Terzo, Still There, 2011

 

3. Logica e filosofia

La dimensione filosofica del postmodernismo è quella culturalmente più nota e spettacolare, ma anche quella più debole e inaffidabile: si parla infatti di pensiero debole, ma non in senso negativo. Dal punto di vista logico e filosofico secondo molti critici del postmodernismo esso nega tre presupposti metodologici: la totalità, la finalità, l’utopia (vedi: Dick Hebdige, Hiding in the Light: On Images and Things, London Routledge, 1988).

La negazione della totalità è la negazione di ogni comprensione sistematica che implichi un accordo su che cosa sia la natura umana e sugli obiettivi comunitari dell’umanità. Si nega perciò ogni filosofia della Storia; e anche la sociologia, l’etnografia e la statistica sarebbero solo maschere del potere. Si perde la fiducia nella possibilità di organizzare la lotta politica. Perciò l’intellettuale non può agire alla luce di una  visione sistematica, ma solo impegnarsi in modo contingente nei micro-rapporti di potere.

La negazione della finalità sostituisce i concetti di causa ed effetto, di  origine, di modo di produzione con paradigmi desunti dalla teoria delle catastrofi o dalle figure retoriche come parodia, simulazione, pastiche. Il post-strutturalismo di Derrida toglie significato alle parole; la teoria dei simulacri di Baudrillard capovolge il rapporto tra struttura economica e sovrastruttura culturale: ora le immagini precedono e determinano quel che resta della realtà. Ogni autenticità è immaginaria; ogni scienza è falsa coscienza; ogni razionale è inconscio. Secondo Richard Rorty (1931-2007), il più famoso filosofo del pragmatismo americano contemporaneo, la ricerca della verità è sostituita dalla conversazione.

La negazione dell’utopia è lo scetticismo sulla possibilità collettiva di realizzare un destino comune, per esempio il dominio equilibrato della natura, l’organizzazione razionale delle forme sociali, la fine delle oppressioni e dello sfruttamento. La tendenza anti-utopica è contro tutto ciò che attribuisce valore alla pianificazione. La pianificazione viene collegata automaticamente ai campi di sterminio nazisti e staliniani. Come si sa questa è la critica all’illuminismo visto come prototipo di tutte le ideologie del progresso.

Questa è una visione critica del post-modernismo filosofico ma, a prescindere da ciò, si può dire che il postmodernismo sopravvaluti l’incidenza delle filosofie. Se per esempio la religione ha sempre meno effetti pratici nelle società occidentali contemporanee, non è per il diffondersi della filosofia di Nietzsche o di Darwin,  ma perché il senso del rapporto col potere oltre la sfera mondana, cioè col divino, viene meno quando ci si rende conto che è la partecipazione alle pratiche comuni e mondane che è capace di incidere nella nostra vita.

Bisogna dire però che l’idea di postmodernità non viene prima di quella di postmodernismo. È il contrario: prima nasce il concetto di postmodernismo in opposizione al modernismo delle  arti, e successivamente l’idea di postmodernità. Succede che la teoria estetica del modernismo cerca di trovare a se stessa un fondamento di carattere storico, sociale e politico, ed è a questo punto che si pensa che se oltre il modernismo c’è anche il postmodernismo, questo a sua volta non può che essere il risultato di una situazione storica e sociale ulteriore e diversa da quella che ha prodotto il modernismo.

E poiché l’arte del tardo modernismo o “ipermodernista” si fonda sulla parodia, sul paradosso, sulla metanarrativa, ecco allora che il senso di questa operatività estetica, cioè di queste poetiche, si traduce e viene trasposta nel resto della filosofia, per lo più nelle filosofie della differenza. Ecco allora il rifiuto deliberato di risolvere le contraddizioni, in contrasto con i sistemi filosofici che invece lo fanno. Ecco la problematicizzazione di qualsiasi dato culturale, per dimostrare che non è naturale, come è ovvio, essendo culturale. Ecco allora cambiare nome alle ideologie, chiamandole “narrazioni” o “meta-narrazioni”. Ecco allora il bisogno dell’esplicitazione dell’implicito di tutte le nozioni, come se coloro che le usano normalmente non sapessero cosa implicano.