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I primi dieci anni del terzo millennio 5. All Dressed up and Nowhere to Shoot!

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Il dolore degli altri

A dieci anni dagli eventi del 11 settembre 2001, ho visitato al Palazzo Reale la mostra fotografica dedicata alla catastrofe. Se dieci anni fa ero rimasto semplicemente impietrito dalla straordinarietà dei fatti, ora, rivedendo quelle immagini, e in particolare la disperazione dei parenti davanti alle fotografie dei loro morti, ho potuto rivivere una commozione allora non vissuta. Poi ho pensato ai parenti delle operaie morte ieri nel crollo della palazzina di Barletta, è ho capito che per chi subisce un lutto le dimensioni dell’evento sono irrilevanti. Il dolore è uguale.

Il significato storico invece è diverso. Perciò in occasione del decennale ho recuperato alcuni articoli del 2001 che illustrano i sentimenti del volgere del millennio, pervasi dal grande ottimismo per lo slancio del progresso tecnologico in corso, nonostante i timori e tremori con cui gli intellettuali colorano quasi sempre le novità e in cui l’attentato introdusse una divaricazione schizofrenica. È infatti un ottimismo tecnologico ancora oggi dominante nonostante le varie crisi che a partire dalle bolle di Silicon Valley si sono poi stabilizzate in una crisi mondiale permanente e attuale. Perciò gli articoli di allora sono forse ancora più significativi oggi come reperti di una schizofrenia della Storia.(L.T.)


All Dressed up and Nowhere to Shoot!

Tutti pronti alla guerra e nessuno a cui sparare!   

(T.T.Waring,  7 ottobre 2001)

Dal 12 settembre 2001, giorno successivo all’attacco terroristico, continuano ad accadere una quantità di cose, importanti o meno importanti, nella vita pubblica e privata di tutti. Tuttavia c’è un inquietante senso d’attesa, nella coscienza di chiunque vive la propria vita sentendosi parte di una comunità che va oltre la soglia di casa, che fa sembrare che tutto ciò che ora sta accadendo sia provvisorio e privo di vero significato, una parentesi irreale prima del ritorno alla consapevolezza e all’equilibrio. 

Sembra, infatti, che un altro tempo, quello veramente reale, si sia fermato, in attesa della reazione logica, pratica, sensibile, che l’offesa che tutti abbiamo ricevuto dovrà inevitabilmente provocare.  

Questa reazione si chiama guerra. Ma anche “effetto”, ignoto ma certo, che tutti si aspettano sull’economia mondiale come sulla loro vita quotidiana. Quest’attesa matura sgradevolmente, come un’incombenza mostruosa, mai voluta e ormai da portare a termine. E solo fatti che vengano a loro volta percepiti come kayros, conseguenza e compimento altrettanto decisivo di un attentato epocale, possono “nutrire” e colmare quel vuoto d’intendimento apertosi nel “ground zero” della coscienza. 

Come per giorni, dopo l’attentato, si sono viste le stesse immagini e si sono ripetute le stesse chiacchiere o poco più, senza in realtà avanzare di un passo nella comprensione autentica di ciò che ci è accaduto, così ancora adesso non possiamo dire che si sia usciti dallo stupore dello shock, dall’incapacità di razionalizzare l’impensabile, dal rifiuto di accettare il dolore piovuto nelle famiglie dei nostri simili per educazione, abitudini, benessere, lingua franca planetaria.

Si apprezza la cautela pratica della strategia militare americana, e se in questo settore, dopo le parole, i fatti sono temuti, oltre che auspicati, e l’esitazione ci tiene sospesi, ma ci vuole prudenti, in campo economico il panico e l’incertezza sono insopportabili, nelle imprese ci si prepara a ripianare i deficit, nelle arti ci si abbandona all’istinto, negli animi ci s’interroga sul proprio destino. 

Nelle arti si esperisce un disagio particolare: il senso di futilità della propria funzione, che sembra specifico degli artisti, ma che riguarda tutti. Ci si chiude nei sensi di colpa, perché vorremmo essere pronti, ma non sappiamo che fare. Incapace di reggere questa condizione, l’idiota di turno ha sproloquiato di scontro di civiltà e superiorità culturale (Poi ha negato tutto agli ambasciatori arabi. Indovina chi era? L.T. 13 Ottobre 2011). Invece una cosa è certa: occorre affrettarsi prima che l’aggressività introiettata avvisti in noi stessi l’unico bersaglio su cui sparare.

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