Ground Zero Today
A dieci anni dagli eventi del 11 settembre 2001, ho visitato al Palazzo Reale la mostra fotografica dedicata alla catastrofe. Se dieci anni fa ero rimasto semplicemente impietrito dalla straordinarietà dei fatti, ora, rivedendo quelle immagini, e in particolare la disperazione dei parenti davanti alle fotografie dei loro morti, ho potuto rivivere una commozione allora non vissuta. Poi ho pensato ai parenti delle operaie morte ieri nel crollo della palazzina di Barletta, è ho capito che per chi subisce un lutto le dimensioni dell’evento sono irrilevanti. Il dolore è uguale.
Il significato storico invece è diverso. Perciò in occasione del decennale ho recuperato alcuni articoli del 2001 che illustrano i sentimenti del volgere del millennio, pervasi dal grande ottimismo per lo slancio del progresso tecnologico in corso, nonostante i timori e tremori con cui gli intellettuali colorano quasi sempre le novità e in cui l’attentato introdusse una divaricazione schizofrenica. È infatti un ottimismo tecnologico ancora oggi dominante nonostante le varie crisi che a partire dalle bolle di Silicon Valley si sono poi stabilizzate in una crisi mondiale permanente e attuale. Perciò gli articoli di allora sono forse ancora più significativi oggi come reperti di una schizofrenia della Storia.
Americani, ancora uno sforzo! (30 settembre 2001)
Nella prospettiva ideologica e strategica che gli Stati Uniti si trovano attualmente ad affrontare, emerge una contraddizione. Il terrorismo che ha distrutto le Torri di New York ha colpito - si dice - il centro del sistema; ma ora che si cerca il nemico, questi sembra aver approfittato, meglio degli americani, del decentramento postmoderno. Nella sua irreperibilità si riscontrano infatti gli effetti di quella deterritorializzazione globale, razionalizzata e resa possibile dalla telematica.
Sembra infatti che il nemico sia allo stesso tempo infiltrato dappertutto, attraverso le sue multinazionali, e non rintracciabile in nessun luogo determinato; dissoltosi nelle aspre e indistinguibili desolazioni del continente sub-asiatico, non meno che nell’anonimato delle scatole cinesi e dei paradisi fiscali off shore, disseminati nel mondo, Europa ed America comprese.
La guerra contro questo nemico invisibile è stata auspicata, più che dichiarata, in attesa di reperire un bersaglio reale oltre a quello fantasmatico, non per niente a suo tempo denominato dagli inglesi: “l'astuto afgano”, e ora dagli americani: Osama bin Laden. Staremo a vedere nei prossimi giorni. O mesi? O anni?
Tutto ciò induce però ad una riflessione sui paradossi della condizione tecnologica contemporanea. Sembra, infatti, che la decentralizzazione reticolare, nuova dimensione globalizzante, sia egualmente possibile a livello di tecnologia ipermoderna e a livello di arretratezza desertica.
Invece gli Stati Uniti, luogo della civiltà materiale più avanzata, non sono ancora riusciti a liberarsi della localizzazione dei valori, e dunque restano vulnerabili alla visione “cardiologica” della centralità. Manhattan è ancora romanticamente legata alla vita reale, non ha saputo smaterializzarsi e dissolversi nella virtualità. Non si capisce se questo è un peccato d’arretratezza etica e scientifica o di romanticismo materialistico. Materialità e simbolicità, spazio reale e virtuale volgono e si convertono l’uno nell’altro in una sorta di epistemico anello di Moebius.
La borsa di Wall Street è stata chiusa, e questo è assurdo, se si pensa che la rete telematica è un’invenzione militare, escogitata per sottrarsi ad eventuali attacchi miranti a paralizzare il centro direttivo delle operazioni strategiche. Con ciò si è visto che il centro non è più principalmente militare, ma finanziario; ma che non ha saputo ancora sottrarsi all’idea, più simbolicamente che effettivamente rilevante, che le funzioni mercantili debbano convergere in uno spazio preciso, in un “luogo delle contrattazioni”, come se fossimo ancora agli albori dell’economia borghese.
La smaterializzazione, predicata e temuta da tanti discorsi sulle caratteristiche della civiltà noosferica, non si è invece ancora realizzata appieno, e questa si è rivelata la debolezza del sistema. È una debolezza dovuta all’attaccamento al passato, a quell’attaccamento al significato simbolico delle cose e dei luoghi, normalmente connesso alle tradizioni e alle religioni: non per niente Israeliani e Palestinesi continuano a morire per contendersi pochi palmi di terra che, materialisticamente, in un qualsiasi altro luogo del pianeta, essi potrebbero occupare pacificamente.
L’altro possibile motivo della mancata smaterializzazione è forse l’esibizionismo che, nell’erezione di monumenti visibili, esibisce di proposito al nemico un possibile bersaglio, per umiliarlo con la sua superiorità, come un guerriero medievale che accetti di combattere senza corazza, o come un pugile che accetti inconsciamente di combattere con una mano sola.
Ora tra le proposte avanzate per riempire il vuoto del “ground zero”, c’è anche quella di alcuni artisti elettronici internazionali, che consiste nel ricreare le due torri gemelle nello stesso posto, ma non d’acciaio e di vetro come prima, bensì come ologrammi proiettati nel cielo. Teoricamente è una proposta significativa, perché soddisfa il feticismo simbolico ed esibizionistico ereditato dai secoli scorsi, conciliandolo con l’immaterialità propria di tutte le cose durature del nostro tempo. Insomma, parafrasando Sade, deluso a suo tempo dalla Rivoluzione Francese: Americani, ancora uno sforzo!
Leonardo Terzo
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