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L'incantesimo di Frida K.

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Di EVA MASSARI

Nella settimana in cui si ricordano le suffragette, ho scelto di rispolverare una biografia dedicata ad una delle artiste più rappresentative del Novecento, la pittrice messicana Frida Kahlo. A diciassette anni il corrimano dell'autobus su cui viaggiava le trafisse la schiena, già malata di spina bifida. Dopo l'incidente, e trentadue operazioni chirurgiche, fu costretta a letto per mesi, chiusa in un busto di gesso che le impediva ogni movimento. I genitori le fecero montare uno specchio sul soffitto che le permettesse di guardarsi, e le regalarono dei colori; fu dall’osservazione del corpo invalido che trasse l’ispirazione per il suo primo soggetto, il piede inerte che vedeva spuntare dalle lenzuola. Le vicende che la riguardano sono note, dal matrimonio col pittore Diego Rivera all'attivismo nel partito comunista, ma ciò che più colpisce è la passione che l’ha caratterizzata, quella immensa per la pittura ma anche quella, spesso malata, per se stessa. I tradimenti del marito, l'aborto spontaneo, il dolore fisico che sempre l'accompagnò, sembrano dare ancora più spessore a questa donna, che in mezzo secolo è diventata l'icona femminile dell'arte moderna.

Peccato che Kate Braverman nel ricostruirne la vita l’abbia trasformata in una caricatura . Non è chiaro se ci si trovi di fronte a una biografia, a un romanzo, o ai vaneggiamenti di un’autrice che fa del suo personaggio una femminista da trincea con la bocca piena di inutili aggettivazioni. Il racconto è poco più di una serie di anacronismi dal ritmo stancante e fiacco. L’autrice sceglie una narrazione in prima persona presentando un racconto in forma diaristica, che funziona nel mettere insieme fatti ma non riesce ad aprirsi alle riflessioni più intime. I continui riferimenti alle menomazioni fisiche descritte fino all’esasperazione, e i lunghi passi dedicati al linguaggio portuale che, come è noto, Frida utilizzava più per provocazione che per vocazione, rischiano di allontanare il lettore dall’essenza dell’artista, che scelse di barattare il suo corpo malato con la tela su cui dipingere.

Le cicatrici che portava vennero mostrate in tutta la loro violenza nei dipinti del primo periodo, autoritratti perlopiù, che esprimevano l’ossessione mai risolta per quel suo aspetto martoriato che cercava di guardare dal di fuori, da uno specchio per l’appunto, spogliandolo di tutti i canoni estetici e riproducendolo nella sua crudezza. Tutta la produzione fu segnata inoltre dai colori e dalle divinità del suo Messico, che mescolati in combinazioni fantasiose, hanno dato vita ad opere insieme fantastiche e oniriche. Non credo che Frida Kahlo sia stata più coraggiosa o forte di molte altre donne, credo piuttosto che abbia deliberatamente scelto di vivere la sua condizione con i mezzi che aveva, accentuando alcuni aspetti e prendendosi gioco altri, ma rimanendo sempre fedele a se stessa. Non tanto il suo essere femminista,ma il suo essere femminile è quello che attrae della sua figura, capace di raccontare la passione, anche quella morbosa per altre donne, con la grazia e il pudore che riempiono le sue opere di seduttività.

Braverman, Kate, L'incantesimo di Frida K., Tropea, pp. 224, euro 12,50

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