Dio è un matematico o è la matematica che è Dio?
C’era
una volta (e ancora c’è, più viva e vegeta che mai nonostante l’età) una
disciplina da alcuni considerata come la forma più nobile e astratta (astrusa?)
del pensiero umano, la quale, man mano che si sviluppava, poneva sconcertanti
interrogativi sulla sua natura. Tra questi il più importante di tutti suonava:
come mai la matematica funziona? Che reso più preciso e attuale, oggi può
essere così formulato: com’è possibile che un prodotto della mente umana, un
sistema ipotetico-deduttivo e quindi indipendente dall'esperienza, si accordi
tanto bene agli oggetti della realtà fisica? L’interrogativo se l’era posto
persino il grande Albert Einstein, nonostante lui non la pensasse affatto come
Pitagora e i suoi discepoli, che assegnavano alla matematica un'aura di
divinità per i suoi attributi di perfezione e trascendenza.
Si torna così al dilemma dell’interrrogativo iniziale,
con la sua prima alternativa, Dio è un matematico, che è anche un libro, scritto l’anno scorso dall’astrofisico Mario
Livio, e che qui sto consigliando di leggere.
Un consiglio che è rivolto a tutti, non solo ai manager
di formazione umanistica - che spesso difettano di conoscenza e che, come
Benedetto Croce, considerano la scienza e la matematica come “un insieme di
ricette di cucina” – ma anche a quelli con basi tecniche che non si sono mai
interrogati sulla natura e sulla dominanza della matematica in ogni piega del
nostro modo di conoscere e capire il mondo. Perché riuscire a penetrare il significato
ontologico (ammesso che sia conoscibile) di quella disciplina, anche
semplicemente percorrendo la storia delle sue idee, avvicina al mistero di come
funziona la mente umana creatrice, argomento di invadente attualità per chi
oggi viene quotidianamente sollecitato ad essere innovativo, a basare la sua
leadership su un carisma che passi anche per il fascino di un pensiero
cristallino. Che però, come appunto fa la matematica, prima o poi (meglio prima
per un manager) si dimostri fortemente interpretativo e capace di dominare la
realtà, compresa quella, in questo caso, del business e del lavoro.
Dunque, per esempio, come mai le geometrie non
euclidee, formulate nel diciannovesimo secolo nella totale astrazione a partire
dalla pura negazione del quinto postulato di Euclide, circa 80 anni dopo, con
la teoria della relatività generale, si siano poi rivelate come il modo giusto
per interpretare la vera forma dello spazio? Oppure, quale arcano mistero ha
portato una teoria formulata nella seconda metà del Settecento da
Alexandre-Théophile Vandermonde, la teoria dei nodi - sviluppata poi nei
termini più astratti immaginabili dai matematici-topologi dei due secoli
successivi - a servire per interpretare un fenomeno assolutamente sconosciuto
ai tempi di Vandermonde, la duplicazione del Dna?
Del resto, percorrendo con Mario Livio la storia dei geni matematici e delle loro idee (superando a volte qualche difficoltà di lettura per i non specialisti per poi gustare la gratificazione della scoperta di corrispondenze inaspettate tra matematica e realtà), si capisce come equazioni più o meno complesse riescano a spiegare l’armonia musicale piuttosto che il patrimonio genetico o la luce emessa dalle stelle o, ancora, le tendenze dei prodotti finanziari e tantissimo altro ancora del nostro mondo.
Per tornare in azienda, tutto ciò ci suggerisce che, a
volte, l’osare pensare oltre i limiti del presente (magari dimenticandosi per
un momento che, per dirla in modo banale, il tempo è denaro) sforzandosi di acquisire
una vision che trascenda dal contingente, è la vera strada maestra che porta un
visionario a diventare un grande realizzatore, come è successo per esempio a
Bill Gates o a Steve Jobs, solo per citare i più citati.
Ecco allora il rinnovato invito a tuffarsi nel libro
di Livio per porsi la domanda (per Livio è una certezza) se Dio è un
matematico. Domanda più che legittima vista l’efficacia realistica della
matematica che può apparire “irragionevole” ma che, da un altro punto di vista,
può essere interpretata come una forza creatrice: Dio avrebbe costruito
l’universo sulla base di modelli matematici ed è quindi ovvio che, scoprendo le
equazioni che regolano quei modelli, si vada prima o poi a scoprire la stessa
realtà naturale.
“Scoprire” o “inventare”? E’ questo l’altro dilemma
che porterebbe addirittura a ribaltare “blasfemicamente” il precedente assunto:
la matematica è essa stessa Dio. Ovvero, essa ha un’esistenza indipendente
dall’uomo o è una (la) creazione umana? Perchè è evidentemente molto diverso se
i matematici si limitano a scoprire aree prima sconosciute, oppure inventano
essi stessi quei territori. Per saperne di più, come si suol dire, conviene
leggere Mario Livio. Anche se potrebbe esserci una terza lettura che relegherebbe
la matematica (ma non i suoi successi pratici) nell’area del masochismo
intellettuale, se davvero, come disse Sir Arthur Eddington, “La dimostrazione è
l’idolo dinanzi al quale il matematico puro si tortura da solo”.
ENZO RIBONI
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