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Il manager Frankestein

Siamo fatti di pezzi assemblati, più o meno bene. Frammenti di geni e cromosomi, di personalità, di comportamenti, di attitudini. A volte il puzzle ha tutte le parti a posto e la figura è chiara e leggibile. Altre c’è qualche componente spinto forzatamente in una posizione non sua. Così, ciò che doveva essere, non è. O quantomeno appare come un’immagine in 3D osservata senza occhiali: sdoppiata e traslata. A volte mostruosa.

In questo senso, siamo tutti dei Frankenstein.

Ma siamo anche ciascuno con la propria identità e diversità, perché le combinazioni possibili del puzzle umano potrebbero essere infinite. E la prima identità più elementare è quella del nome: salvo omonimie raramente incrociabili, almeno amministrativamente (e quindi socialmente) non veniamo confusi con altri.

In quest’altro senso, perciò, nessuno di noi è un Frankenstein.

Anzi, nessuno di noi è l’innominata e oscura “Creatura”, indegna di un nome proprio, ricordata solo con l’identità del suo creatore, Frankenstein (Victor), appunto. E la misera Creatura è proprio per questo che, primariamente, soffre.

Ovviamente si sta parlando del classico della letteratura inglese (e mondiale) dell’Ottocento, Frankenstein. Molto spesso, ahimè, anch’esso misconosciuto, confuso e oscurato dalla sconfinata genìa di film, più o meno di serie B, che hanno trasposto sulla vecchia celluloide il romanzo di Mary Shelley. Che a guardar bene anche lei (chissà se lo preconizzava quando ha scritto il libro a 18 anni nel 1816), in un certo senso, ha subito nel tempo una sorta di disconoscimento che richiama la sua (di Frankenstein) Creatura. L’essere cioè ricordata non con il suo vero nome, Mary Wollostonecraft, bensì con quello del marito, il poeta Percy Bysshe Shelley, nella cui ombra s’era messa dopo il matrimonio dedicandosi alla pubblicazione delle di lui opere.

La sottrazione dell’identità e l’equiparazione ad ingranaggio dell’impresa, del resto, è un male che nelle nostre organizzazioni non è ancora stato sconfitto, dopo che l’operaio era diventato un pezzo anonimo del processo produttivo inserito nelle catene di montaggio dell’azienda taylorista-fordista. Ora quell’esperienza è superata e negata ma, in un certo senso e sotto nuove spoglie, si è estesa, passando dall’operaio al “collaboratore” d’ogni livello, spinti ad identificarsi con la “mission” aziendale e ad uniformarsi all’indifferenziato profilo del “dipendente tipo”, quello cioè che si muove nella vita quasi come in un’estensione dell’organizzazione aziendale. Non riuscendo più molto facilmente a distinguere dove finisca l’azienda e dove cominci la vita personale. Facendo spesso pendere troppo dalla parte del lavoro quella bilancia, oggi molto citata, che si chiama “word-life balance”. Non a caso oggi nei ripensamenti del dopo (si spera) crisi, c’è proprio l’idea di dare più spazio ai bisogni personali e familiari dei dipendenti attraverso benefit opportuni, come strada nuova per rendere più sereni i lavoratori e permettere quindi loro di dispiegare un livello più alto di produttività.

Ma non è quella dell’identità negata l’unica metafora che dovrebbe spingere un manager a leggere, se ancora non l’ha fatto, il libro di Mary Shelley. Anche soltanto per far giustizia a un romanzo che non è per nulla horror (e forse neanche gotico), ma che scandaglia nell’animo umano in modo sorprendente per essere opera di una giovinetta, tanto più del primo Ottocento.

Frankenstein rappresenta le paure dell’uomo e, contemporaneamente, l’ossessione prometeica non solo di conoscere le leggi della natura, ma, addirittura, di dominarla, compresi i meccanismi che regolano la creazione della vita. In tempi di ingegneria genetica e clonazioni, può essere più compreso il delirio di onnipotenza di Frankenstein, che voleva creare un essere nuovo e migliore. Un progetto che però si infrange contro un risultato assolutamente inatteso: una creatura di brutto aspetto, con una forza sovrumana e ingestibile. Un mostro.

In realtà l’anima della Creatura è originariamente buona, innocente e sensibile alla bellezza. Poi, a causa del suo aspetto, essa è costretta a fuggire nei boschi, dove riesce persino ad imparare a leggere e scrivere da autodidatta osservando una famiglia che vive povera e isolata. Quando però cerca e ritrova Victor Frankenstein e fa appello al suo affetto di “padre”, non riesce a sopportare il rifiuto dello scienziato e cade nella disperazione fino a trasformarsi in  un crudele killer.

Il romanzo diventa così la parabola della creazione che distrugge perché non ha previsto le conseguenze dei suoi atti. Un po’ come l’appello che oggi si rivolge a produrre guidati dall’etica, con un’ottica di profitto che non confligga con la responsabilità sociale delle imprese e con l’attenzione ad un’accettabile sostenibilità ambientale. Perché il pericolo, qui oggi come ieri per Mary Shelley, è di non capire più quale sia il mostro, lo scienziato o la sua creatura.

Chi dei due è il vero Frankenstein?

 

ENZO RIBONI

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