Successivo » « Precedente

Nel mondo dello specchio

…“Twas brillig, and the slithy toves

         Did gire and gimble in the wabe;

     All mimsy were the borogoves,

        And the mome raths outgrabe” ,

conclude lo Jabberwocky in un estroso inglese.

 

Che poi detto in italiano suona più o meno così:

…”Era cocino e i vivacciosi avini

          Vorticavano e intevano il latò

      Tutti un po’  stantri erano i cinini

           E il corolego fuasa peradò”.

Chiaro, no? Cioè privo di senso. Anzi molto di più, un vero nonsense. Tanto che Alice commenta soddisfatta: “Alcune idee mi sono entrate nella testa, solo che non riesco a capire esattamente quali siano”.

Benvenuti nell’universo del reverendo Charles Lutwidge Dodgson, alias Lewis Carrol, che non contento di averci fatto girare la testa con Il paese delle meraviglie, ci fa continuare un’altra strampalata avventura con Alice nel mondo dello specchio, fratello minore del primo romanzo e pubblicato nel 1871. E poiché quel mondo, rispetto allo specchio sta dall’altra parte del nostro, il problema è come non scambiare la destra con la sinistra, il sopra con il sotto, il vero con il falso o almeno con il verosimile. Al punto che per capire quei linguaggi riflessi bisogna inventarsi una nuova fisica e una nuova semantica (ma Carrol si spinge fino a reinventare sintassi, grammatica e lessico) anche se, del resto, non conta ciò che si capisce ma ciò che si crede di aver capito (come fa Alice di fronte al Jabberwocky).

Soprattutto quando quei contenuti vadano fatti digerire ad altri, siano essi Alice, i lettori, i compagni di lavoro o i propri capi. Sì, perché questo romanzo-capolavoro, è l’apoteosi della diversità integrata e normalizzata e resa interpretabile anche dal “nostro” mondo. Non però la diversità blanda e pur da molti ritenuta insormontabile di un immigrato che lavora in azienda, ma quelle ben più estreme, per esempio, del tove, incrocio fra un tasso e un cavatappi, o del borogove, uccello lungo e secco con tante piume attaccate tutt'intorno come uno spazzolone vivente o, ancora, del rath, creatura fantastica che evoca un porcellino verde. Se Alice riesce a relazionarsi con questi improbabili personaggi, perché mai dovrebbe essere difficile lavorare (e vivere) gomito a gomito con una moltitudine di nazionalità diverse? E’ questa la tendenza che sarà sempre più decisa nelle organizzazioni come nella società: convivere, interagire, arricchirsi, non ritenendo assurdo un linguaggio che non si conosce, ma dando spazio alla fantasia che permette di interpretare e valorizzare la diversità.

Ma Carrol ci dice anche che l’adattabilità è un valore e che la credulità non è una dote degli ingenui, ma la marcia in più di chi è aperto al nuovo e si fida della forza della sua fantasia, della sua capacità di prefigurare situazioni in apparenza paradossali ma che sono il sale dell’innovazione, nella letteratura come nei rapporti di lavoro. In altre parole, la credulità è un patto tra diversi che progrediscono proprio nella reciproca fiducia. Come convengono Alice e il Liocorno: “Bene, ora che ci siamo visti a vicenda se tu crederai che io esisto, io crederò che tu esisti. D’accordo?”

Ingenuità o genialità del nonsenso? Favola per bambini o geometrica razionalità del pensiero libero e scatenato di creatività? Domande d’obbligo perché, usualmente, il libro viene consigliato dai 10 anni di età in su. Ma è proprio quello “in su” buttato lì come per dire che - sì, lo possono leggere anche i più grandi ma è roba da bambini – che invece fa rispuntare la stupenda ambiguità di Carrol, che sembra dire, “Vedete voi, cari adulti, se volete non leggetelo, ma sappiate che mantenere il candore del tutto è possibile anche da grandi dà una marcia in più, soprattutto perché chi sa qualcosa del pensiero matematico (Carrol ne era un cultore) troverà nel libro molto di più di quanto sia permesso a un bambino.

“La fantasia al potere”, com’è noto, era lo slogan più indovinato dei primi sessantottini, un motto che conviene rispolverare nell’affrontare i problemi e le novità del mondo aziendale, soprattutto in questa fase di incertezza gestionale. E quello slogan sembra direttamente ispirato da un preveggente Carrol, che ci sogghigna come il “gatto del Cheshire” del suo primo libro, sfidandoci a inventare il futuro.

Come? Semplice ci dice Alice nel mondo dello specchio, basta capovolgere le abitudini acquisite. Basta guardarsi nello specchio sapendo che al di là di quel confine c’è un altro da noi che è solo la prefigurazione delle nostre possibilità, delle possibili varianti di una nostra realtà che rischia di essere troppo banale con le sue torte che si fanno mangiare e basta. Perché invece c’è la possibilità di conversare coll’improbabile in un’impossibile meravigliosa possibilità: “Che impertinenza!  – disse la torta – Vorrei vedere se a te piacerebbe essere tagliata a fette!”.

 

Enzo Riboni

Commenti

Scrivi un commento