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La trilogia di Larsson

Sarà snobismo, ma quando sento odore di bestseller, quando un titolo diventa troppo in fretta di moda e chi non l’ha letto fa la figura del provinciale, me la do a gambe. Così, quando alla libreria Rizzoli del Corriere vedevo le montagne di copie di Uomini che odiano le donne, mi ci tenevo alla larga con ineluttabile nausea. Quest’anno, però, un giorno di luglio quando nessuno mi parlava più del libro - sarà perché c’era lo sconto, sarà perché volevo leggere qualcosa di leggero, un “gialletto” da portare in vacanza - è accaduto che, pur con persistente riluttanza, mi sono azzardato a comprare il libro. E mi si è aperto un mondo. Un mondo dal quale era difficile uscire, un gorgo ammaliatore che mi risucchiava in una lettura che auspicavo non terminasse mai. Un “mai” che, con questo libro, vuol dire anche molto di fisico, di cartaceamente interminabile: conta la bellezza di 688 pagine. Che all’inizio sembrano tante, ma che poi, nata la dipendenza, diventa indispensabile mettere assieme agli altri due titoli che fanno parte della “trilogia di Millenium” - La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta – arrivando così all’inusitato totale di 2.320 pagine da bersi una dietro l’altra. Un’espressione, quest’ultima, che mi smaschera: sono diventato un estimatore di Stieg Larsson, il fortunato/sfortunatissimo scrittore svedese che, a tutt’oggi, ha venduto 5 milioni di copie in tutto il mondo, ma che non ha mai potuto assaporare l’inusitato successo perché, appena terminato di scrivere la sua opera mastodontica e prima di veder pubblicata una sola pagina, è morto d’infarto a 50 anni nel 2004.

A questo punto è ovvio che io dia un consiglio: chi ancora non l’avesse fatto corra in libreria a comprare la Trilogia. Perché in quei tre libri troverà una quantità di vicende/personaggi/atmosfere/situazioni emblematiche/suggerimenti/idee/utopie che è assai difficile incontrare tutte insieme nei romanzi. Che poi tradotte in parole chiave di valenza aziendale diventano adattabilità, coinvolgimento, determinazione, logica, fantasia, creatività e verità.

Ma andiamo per ordine. Prima di tutto la vicenda, anzi le trame. Sintecissimamente in Uomini che odiano le donne c’è un industriale, Henrik Vanger, che non si è mai rassegnato alla misteriosa scomparsa della nipote Harriet avvenuta ormai tanti anni prima. Ritiene che sia stata uccisa e su questa pista mette un giornalista temporaneamente caduto in disgrazia dopo aver perso un processo per diffamazione intentato dal losco (come si dimostrerà nel finale) finanziere Wennerström: Mikael Blomkvist, caporedattore di Millenium, un mensile specializzato nelle inchieste-denuncia sulla corruzione economico-politica. Un coraggioso non di coraggio fisico, ma di una fede incrollabile nel giornalismo d’inchiesta (ormai è una rarità quasi utopica in Italia), nella forza della verità messa su carta (è di buon vecchio stampo, e, si intuisce, ritiene i giornali on line troppo superficiali) e pubblicata alla portata di tutti. Alla caccia di Harriet, assieme a Mikael, a un certo punto si mette anche Lisbeth Salander, una giovane piccolina, quasi anoressica, piena di tatoo e di piercing, che per vivere, grazie al suo genio di hacker,  fa la ricercatrice per una società di investigazione privataInsomma, è un asso nello scavare nelle vite e nei segreti altrui, soprattutto se gli “altrui” sono sinistri personaggi maschili. Perché lei è senz’altro una donna che odia (e sistema con inaspettata furia vendicatrice) gli uomini che odiano le donne.

La grandissima abilità  di Larsson sta proprio nella definizione dei personaggi attraverso il divenire dei fatti, lo svilupparsi delle cose e dei comportamenti, anziché con tediose descrizioni dei caratteri. E così ci fa “vedere” e amare in modo spropositato personaggi che, all’inizio, appaiono quasi sgradevoli nei loro primi superficiali comportamenti. Insegnandoci come le persone sono un tondo che si capisce percorrendo tutto il confine del loro essere quotidiano. Al punto che, pur essendo spesso il nostro tempo di lavoro così dilatato rispetto al tempo di vita, non si possono capire le qualità espresse nel primo senza avere una conoscenza dei problemi vissuti nel secondo.

Lisbeth Salander è in questo senso il personaggio più sgradevole-adorabile dei tre romanzi. All’inizio è proprio indisponente: non sorride, non ringrazia mai, non mostra amicizia né riconoscenza, non cerca e non offre simpatia. Ma nello scorrere delle pagine, questa ragazzina che se non avesse il passaporto sembrerebbe una minorenne (ha 25 anni), si rivela come una fortissima persona, un esempio per le donne oppresse e violate, una capace di scatenare una violenza incontenibile quando la sua (e l’altrui) intimità e dignità viene violata. Insomma un’introversa che scatena solidarietà e voglia di essere amici suoi.

Ma in tutte quelle pagine non ci sono solo personaggi, si snodano vicende appassionanti e misteri gialli che, man mano che Lisbeth e Mikael procedono nelle indagini, fanno scoprire verità inattese e spaventose.

E poi c’è in modo diretto anche il tema aziendale, la lotta per il potere tra gli eredi dei grandi gruppi industriali (la famiglia Vanger), i finanzieri squali e compromessi alla Wennerström, i vizi (spaventosi) privati e le pubbliche virtù (incorniciate dal perbenismo) dei top manager. Ma senza mai fustigare o moraleggiare - cosa che farebbe crollare l’interesse trasformando questo libro in uno dei tanti che ha tratto spunto dai “cattivi” di Wall Street per costruire storie romanzate improbabili – bensì con la razionalità e la linearità, appunto, di un’inchiesta giornalistica, quelle vere di una volta. Anche se, alla fine, qualche “dritta” salta comunque fuori. Per esempio che le verità sommerse riemergono, che l’abuso di potere può mutarsi in auto strangolamento, che la manipolazione delle altrui vite (anche nelle organizzazioni aziendali) porta ad essere pedine a propria volta manipolate.

Ma a questo punto ho raccontato solo un po’ del primo libro della trilogia e di tutto il resto (il molto) che c’è negli altri due è opportuno tacere, per non togliere il piacere della scoperta e il gusto della conoscenza con altri intensi personaggi, mascalzoni e virtuosi. Con un ultimo fondamentale avvertimento: non andate mai a vedere il (i) film tratto (tratti) dai libri, vivreste una sgradevolissima delusione.

ENZO RIBONI

Commenti

è curioso notare come nei lettori più abituali l'odore di bestseller faccia sempre da inibitore. Ma le inibizioni si sa non bastano a fermare del tutto la curiosità.
Anch'io ho subito lo stesso impedimento e proprio pochi giorni fa mi sono decisa a prendere il primo volume, ma ancora non lo ho iniziato. Dopo questa recensione mi sa che scalerà velocemente la pila dei libri in attesa della mia attenzione. grazie.

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