Hic Sunt Group, Elegance 2, 2007
di Leonardo Terzo
Il concetto stesso di eleganza scaturisce dalla dimensione sociale e quindi culturale, e il discrimine fra eleganza e rozzezza deriva proprio da questa doppia natura. Gli animali non hanno questi problemi, pur vivendo talvolta in gruppi. A dire il vero quando si parla di animali partiamo sempre dal pregiudizio della loro incolmabile diversità dagli esseri umani, mentre poi talvolta scopriamo che hanno dei comportamenti sociali e sentimentali non lontani dai nostri. Non avendo cultura, gli animali dovrebbero essere tutti eleganti per natura, in quanto i loro comportamenti sono puramente dettati dalla funzionalità ai bisogni, e dunque sempre adeguati ai fini.
Un tratto fisico come la diversità del colore della pelle è soltanto l’effetto di un adeguamento dell’epidermide all’incidenza della luce solare nelle varie zone della terra, ma diventa un indizio di differenza razziale, e poi di discriminazione razzista, per motivi storici. L’abbronzatura fino agli anni ’20 del secolo scorso non era elegante, perché era il denotato di chi lavorava all’aperto, come i contadini, o gli stradini, mentre i borghesi, all’aperto sotto il sole, si riparavano con gli ombrellini. Poi con la moda dei bagni di mare l’abbronzatura divenne ricercata anche come requisito di eleganza. Questo nonostante si sappia che abbronzarsi fa invecchiare prima la pelle.
Nel presente invece, nella società di massa, conformismo ed esibizionismo si uniscono nell’ostentazione della marca del produttore ben visibile ovunque sui vestiti, e sostituisce il taglio e la forma dell’abito come segno riconoscibile di eleganza. Del resto il termine divisa significa motto, cioè era una frase, e precisamente il motto del sovrano che i soldati portavano scritto sull’abito o sul cappello. Ora invece si porta scritto addosso il nome della ditta, e si fa pubblicità gratis al produttore, che è il nuovo principe dei nostri costumi.
La citazione di Audry Hepburn si presta anche ad un’altra esemplificazione, che può fungere da tramite col discorso sull’eleganza morale. Chi ricorda certe fotografie di Audry Hepburn in vacanza, in pantaloni grigi molto sobri, si rende conto che negli anni ‘50 i pantaloni avevano delle pince che facevano sì che la stoffa si tenesse leggermente ampia sui fianchi, perché allora far vedere le curve delle natiche sotto la stoffa era considerato volgare. Una cosa era il bikini una cosa diversa era il vestito per passeggiare in città. Oggi ovviamente i tempi sono diversi e chi porta i pantaloni si deve adeguare al fatto che l’esibizionismo delle parti sessuali, viene considerato una virtù e non un difetto. Nella società dello spettacolo la spudoratezza soppianta il fascino della modestia, allarga le scollature, rende visibili gli ombelichi. La deriva pornografica dell’episteme contemporanea attira l’attenzione sulle prominenze mammarie e sull’espressività motoria dei glutei.
L’eleganza del nostro tempo sembra quindi orientarsi verso questi nuovi valori, che definirei “proto-prostitutivi”, consacrati dalla felice invenzione del termine mignottocrazia del senatore Guzzanti. In questo caso la cafoneria dell’epoca prevale sul gusto delle singole persone, e infatti alcune amiche mi hanno fatto presente che è quasi impossibile per loro trovare pantaloni più ampi e con la vita normale invece che con la vita bassa.
C’è infine un’eleganza morale specifica, che consiste nel gestire elegantemente le scelte etiche. Per esempio il cafone etico è quello che rispetta i suoi pari o i superiori, ma maltratta i sottoposti, laddove l’eleganza morale consiste nel rispettare tutti, ma soprattutto gli inferiori.
Da questa rassegna di casi pratici dobbiamo però trarre una nozione di eleganza astratta che potremmo definire la capacità di gestire con disinvoltura e magnanimità di tratto tutti i rapporti con le persone, con gli animali e con le cose.
In questa gestione emerge il fatto che l’eleganza è sostanzialmente un fatto mondano, sia perché relativo alle “persone di mondo”, o che “sanno stare al mondo”, sia nel senso che sanno mantenere i rapporti con atteggiamenti non drammatici, bensì con una grazia che confina con la lievità o addirittura con la superficialità. In questa impressione, leggerezza e superficialità vanno però intese in senso positivo, perché l’eleganza implica proprio un atteggiamento di fondo ottimista verso la vita e le cose del mondo.
L’eleganza è perciò presente più facilmente nei personaggi e nelle azioni della commedia che nella tragedia. Non a caso in Inghilterra nel Settecento abbiamo la comedy of manners dove manners in sostanza vuol dire educazione delle maniere e dunque “buone maniere”, anche se si dà una visione cinica dell’alta società del tempo. Questo ci fa capire che il cinismo è un’eleganza inacidita e andata a male.
L’eleganza è invece assente nella tragedia. Quando infatti si affronta una situazione seria o addirittura tragica, l’eleganza perde il suo senso, perciò il germe dell’eleganza affronta e trasforma il tragico in un atteggiamento stoico. Allora l’eleganza consiste nella capacità di non soccombere alla catastrofe, ma di sopportarla con quella sprezzatura che dimostra che la patina di ottimismo positivo e mondano non è superficialità, ma al contrario che forma e misura sono una forza vitale.
Da ultimo una mia paziente, a cui ho fatto leggere queste considerazioni, mi chiedeva come si conciliasse la sua eleganza, ottimista secondo la mia teoria, con la sua personale visione molto pessimista della vita. In primo luogo ciò si può far rientrare nella soluzione che ho definito “stoica” dell’eleganza. Ma nel caso specifico della situazione terapeutica l’eleganza è un sintomo, che mi rammenta lo scritto di Freud “Inibizione, sintomo e angoscia”.
In tal caso questo titolo si potrebbe trasformare in “Eleganza, sintomo e gioia”, e la funzione sostitutiva dell’eleganza come sintomo di una rimozione può essere capovolta in una sublimazione della rimozione stessa. Diventa così una cura della pulsione di morte, dove l’eleganza, proprio per la natura mondana della sua interazione, riavvia, dal margine invece che dal centro, la scansione del programma primario della vita. Sintomo, sostituto e soddisfazione fanno affiorare la pulsione di morte e sciolgono l’inibizione ad essere felici, mostrando e rielaborando una visione elegante di ciò che prima era angoscioso.
Detto fuori dai termini tecnici, l’eleganza sarebbe il segnale positivo che il danno psichico può essere affrontato a partire da un risanamento superficiale, apparentemente epidermico e di facciata, appunto perché l’angoscia affiora mondanamente e si trasforma. Nell’entità umana dentro e fuori, epidermide e coscienza, parola terapeutica ed esperienza, essere e rappresentazione, e quindi eleganza mondana e riparazione radicale del trauma, si fondono in una sorta di prolificazione staminale ricostituiva. È la scoperta di un’estetica della biopolitica, o semplicemente la terapia della bellezza.
***
Ringrazio Barbara Berri, Marina Crescenti, Laura P. Ellis, Lia Guerra, Jennifer Jacques, Mara Logaldo, Cristina Marelli, Silvia Monti, Maria Grazia Saibene, Viola Tavazzani, Simona Viciani e Caterina Viola, che hanno letto le successive bozze di questo testo e mi hanno dato ispirazione e preziosi suggerimenti.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Scrivi un commento