di Enzo Riboni
Precorrere i tempi. Intuire soluzioni molto prima di chiunque altro. Inventare procedure che faranno scuola.
Potrebbe essere un piano programmatico per le aziende del dopo crisi, un vademecum per manager innovativi che non vogliano più rischiare di cadere nella trappola di una recessione non prevista. Perché sembra ormai chiaro che serva una nuova visione del mondo per non rifare gli stessi errori.
Un po’ meno scontato è forse che ad insegnare a essere più visionari sia un genio matematico di 24 secoli fa. Eppure, proprio leggendo Il codice perduto di Archimede, si affollano alla mente luminosissimi flash sulla passione per il proprio lavoro, sulla determinazione a raggiungere un risultato, sulle migliori tecniche per rendere palese l’inevidente, sulla certosina pazienza di chi, per centrare un obiettivo, scende anche nel dettaglio a separare l’utile dall’inessenziale.
La vicenda narrata è degna di un thriller storico. Tutto ha inizio (un cattivo inizio) a Gerusalemme nel 1229: mentre Federico II di Svevia scaccia i musulmani dalla città, un amanuense completa un libro di preghiere destinato al monastero di San Saba, nel deserto del Sinai. Scrive (mal gliene incolse) su vecchie pergamene riciclate, fogli di codici bizantini in cui si conservavano le copie di antichi testi greci, distruggendo così, o quanto meno occultando, preziosi reperti.
Più di 750 anni dopo, nel 1998, la scena si sposta in una sala di Christie’s a New York: un anonimo miliardario, per due milioni di dollari, si aggiudica all’asta quel libro dimenticato. Ciò che rende tanto preziosi quei vecchi fogli divorati dalla muffa è nientemeno che il più antico manoscritto di Archimede di Siracusa, il grande matematico greco, cancellati e ricoperti dalle preghiere medievali. Riportare faticosamente alla luce lo scritto e i disegni originali sarà la missione di un team di scienziati e accademici cui il facoltoso acquirente ha affidato il libro.
Ecco allora che i due autori de Il codice perduto di Archimede, William Noel, curatore della sezione manoscritti del Museo Walters di Baltimora che ospita il palinsesto con i testi archimedei, e Reviel Netz, professore di lettere classiche alla Stanford University ed esperto di matematica greca, si alternano, scrivendo un capitolo per ciascuno. Passano dalle procedure tecnico-scientifiche che, con metodi sofisticatissimi a partire dall’uso di intese sorgenti di raggi X, permettono di rendere leggibile il testo antico occultato sotto le preghiere; all'interpretazione del contenuto di quel testo, il cosiddetto “Codice C”, che svelerà una forza visionaria di Archimede ben superiore a quella che già si conosceva.
Non si tratta, come si sarà capito, di un romanzo, ma non è neppure un testo per eruditi archeo-bibliofili o per specialisti con un solido background matematico. E’ la narrazione di una scoperta fatta viaggiando nei meandri del tempo e della conoscenza greca, un percorso labirintico con tante interruzioni: il palinsesto fu scovato prima a Costantinopoli nel 1906 dal filologo danese Heilberg e poi scomparve di nuovo fino a quel 28 ottobre di 11 anni fa all’asta di Christie’s. Con i due autori che riescono a comunicare anche un’aura di suspence che fa appassionare alla lettura.
Archimede, in quell’autentico Codice C (l’A e il B originali si erano persi già 400 anni fa), ci aveva dato, più di due millenni fa, le direttrici per sviluppare alcuni filoni della matematica moderna, in particolare il calcolo combinatorio e quello integrale che, privi delle intuizioni archimedee, hanno invece visto la luce solo 20 secoli dopo.
Ora ovviamente non si chiede a un imprenditore o a un manager una preveggenza così enormemente proiettata nel futuro, perché la predittività matematica non ha certo confronto con quella dell’economia, “scienza” che fa previsioni a breve e che, spesso, sbaglia come nell’ultima crisi che stiamo vivendo. Ma le ardite procedure di Archimede suggeriscono come, a volte, avventurarsi su una strada completamente nuova con la convinzione di poter riuscire, porta a successi assolutamente imprevisti.
Il contributo del grande siracusano, nel libro di Netz e Noel, viene spiegato provenire da due parti di quel codice venuto alla luce: il Metodo e lo Stomachion. La prima parte, sulla base di ingegnose argomentazioni sull’equilibrio dei pesi e grazie a un uso originale della geometria, fa apparire Archimede come fosse un pioniere secentesco del calcolo infinitesimale e non un uomo dell’antichità classica. Nella seconda, prendendo spunto da un antico gioco in cui si costruiscono sagome fantasiose con 14 tessere poligonali che compongono un puzzle quadrato, il matematico greco si propone di contare in quanti modi si possono ricombinare quelle tessere per formare il medesimo quadrato. Che non è altro che un vero problema di quel calcolo combinatorio che nascerà molto più tardi in Occidente.
Ecco allora che la stra-abusata citazione archimedea “Datemi una leva e vi solleverò il mondo”, slittata ai giorni nostri può diventare: “Bisogna avere strumenti e fiducia per arrivare in fondo”. E oltre. i tempi.
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