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Viaggio nella sentimentalità contemporanea 5. BORN TO BE BLIND

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Cristina Marelli, Delle lacrime il gusto scorderò, 2008

 

di Laura  P. Ellis

Pensavo che in fondo mai nessuna situazione risulta essere chiara. C’è sempre una parte nascosta negli inizi, negli sviluppi e negli epiloghi di tutte le storie d’amore. Banalità da Eva Tremila starete pensando.

Cercavo con fatica i miei occhiali da sole preferiti in una borsa bella ma troppo grande, camminando in una città immensa, Berlino, complice discreta di un ritrovato e tanto agognato benessere interiore e riflettevo ripercorrendo così a ritroso la strada che mi aveva portato verso nord.

Dopo il fallimento T. e i tentativi con gli altri nemmeno degni di essere menzionati forse avevo capito che non è nell’altro hegeliano che si dovevano cercare bellezza e sicurezza della propria impalpabile sostanza. (Non l’avevo compreso veramente, dicevo così per dire, e meno male, se no il vento per quanto forte avesse soffiato mai mi avrebbe spinto sino a Berlino, al massimo sarei arrivata a Clusone noto ridente paesino della bergamasca.)

La notte di capodanno con G aveva riacceso in me la speranza di poter amare ancora, interessarmi a qualcuno, ai suoi difetti alle sue manie, riconoscerne l’odore, (G mi rimandava ad un film del 1964 di Francesco Maselli , Gli Indifferenti, dal romanzo di Moravia), per poi capirne gli sguardi e assecondarne i silenzi, insomma avevo sentito la voglia di spogliarmi, mettendomi a sedere su un divano a due posti, giocando a scacchi con apertura alla spagnola, fare tardi e accorgersi che è tutto mio quello che vedo la mattina seguente e in fondo non l’avevo nemmeno chiesto.

Con il senno di poi non sarei mai dovuta andare in quel Febbraio del 2009 a trovarlo a Berlino, avrei dovuto aspettare.

Aspettare cosa?

Una sua mail più dolce? Non l’avrebbe mai mandata.

Una telefonata in cui si sbilanciava?

Mai si sarebbe abbassato a tanto.

Non era il tempo di aspettare bensì bisognava scandire i passi dell’incomprensione cercando di armonizzarli. Ci potete giurare che io non lo feci.

Ho affrettato, accelerato, ho fatto sì che la melodia stonasse. Soffrendo molto, ma per poco.

Arrivata in aeroporto avevo conosciuto quattro giovani tedeschi scatenati che si erano offerti di darmi un passaggio, io in modo sconsiderato avevo accettato.

Ricordo che più di una volta avevo pensato durante il tragitto: “Ora muoio non ho visto la città. non ho visto G., non mi sono comprata nulla, ora muoio!”.

Arrivata sana e salva nel quartiere di Kreuzberg giunsi finalmente nel viale in cui viveva G.

Suonai. Nessuna risposta. Suonai di nuovo e scese lui ad aprirmi.

In fretta e furia salutai le prime persone che erano state ospitali con me nel freddo tedesco e salimmo le scale.

Infinite.

Casa sua era nuova, pochi mobili, ma ben scelti.

Il silenzio ovunque tu sia ha lo stesso rumore, parla la stessa lingua, crea il medesimo imbarazzo.

Poche parole, lavati i denti e indossati i pigiami ci coricammo nel suo lettone che sapeva di pulito.

Cercavo disperatamente di dormire ma non ci riuscivo.

La stanchezza vinse sull’ansia e alle nove della mattina seguente mi svegliò per dirmi non so cosa.

Pronta per uscire, cartina e molta curiosità.

Feci un giro infinito mi sentivo Forrest Gump, mi incontrai con Rebecca e Anita la coppia di ragazze da cui avevo affittato una stanza nel Mitte, (previdente non sapevo come sarebbero andate le cose con G. e quindi per non finire sotto un ponte della Sprea pensai bene di organizzare un malefico piano B).

Mi piacevano, ospitali e discrete, molto prese dalla loro vita, ma ben felici di rispondere alle classiche domande di una turista per caso, o per case.

La mia stanza era piccola, pulita comunicante con il soggiorno dove spadroneggiava Edi, un alano austero desideroso di riservatezza più che di smancerie.

La finestra dava sulla strada silenziosissima e la pioggia imperterrita continuava a cadere.

Il mio primo pomeriggio lo passai sonnecchiando ascoltando Lou Reed... take a walk on the bad side...

I pomeriggi seguenti li trascorsi a chiedermi come mai le cose con G. non fossero andate come le avevo sognate.

Lui mi disse l'ultima sera che dormii nel suo letto che non lo attraevo più, che fisicamente non gli piacevo più. Cosa era cambiato in soli due mesi? Ero diventata brutta tutto d'un tratto? Cercai con ansia uno specchio.

Quei cinque giorni furono un vero incubo per chi come me è un insicuro di natura e la città con la sua poca luce e molta pioggia non aiutava nella ripresa.

Fui contenta di tornare nella patetica Pavia.

I mesi passavano, gli ultimi  esami anche e la voglia di rivincita saliva, saliva, saliva, saliva.

Decisi che una volta laureata mi sarei trasferita per almeno un anno a Berlino e così feci.

L'impatto con la lingua fu traumatico, con il lavoro di babysitter pure, ma la cosa più difficile fu rendersi conto, dopo aver incontrato G. ancora e ancora, che non si può piacere a tutti e che la bellezza non conta, che gli specchi non sono il problema.

A volte semplicemente non ci si trova, non ci si vede, non ci si desidera più, da una parte. L'altra parte spesso invece prova ancora tutte queste sensazioni ed è qui che inizia la sfida con se stessi.

Io la affrontai con pianti e crisi isteriche.

Una notte d'agosto nel locale più trendy del momento incontrai Alex.

Alex: berlinese fotografo bello come il sole mi chiese una sigaretta.

Facemmo l'amore la sera stessa per non lasciarci più. Almeno fino ad ora.

Non è cambiato il mio punto di vista nei confronti di T. né di G., solo ho cercato di perdonare.

Perdonare loro? NO, perdonare me per non essere perfetta come mi vorrei.

Quando vedo G, tutt'ora mi chiedo come faccia a non volermi, cos'abbia mai che non funzioni, ma tutto ciò dura poche ore di martellamento cerebrale, poi si conclude con un respiro forte.

Berlino ti acceca. Berlino non ti ingloba nel suo essere città del momento.

Vuoi trovare un posto in questa città?

Cerca di trovarlo dentro di te, farai prima e non servono né metropolitane né tanto meno cartine.

Born to be blind fa più paura degli specchi, io per ora ho solo deciso di indossare un paio d'occhiali.

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