Non voglio mica l’America, o forse sì. Vorrei avere coraggio. Vorrei essere come Sansone, non avere paura di nessuno e di niente. Vorrei potermi svegliare la mattina, guardarmi allo specchio ed essere fiero di me. Invece, quando mi alzo dal letto, penso alla mia condizione ed ho paura. Ho paura per tutto quello che faccio. Solo quando sono a casa, protetto dalle mura domestiche e da lei, solo in quei momenti mi sento al sicuro, e la sicurezza mi dà alla testa. Mi rende aggressivo proprio con le persone che mi sono più care.
Suona la sveglia. È tardi. Esco. Sono in macchina con la mia solita sigaretta del mattino, senza neanche essermi fatto la barba. Arrivo tardi al lavoro, come al solito, e…
Spazio infinito.
Nulla cosmico.
Vuoto.
Per cosa viviamo?
Qual è lo scopo della nostra esistenza?
Lavorare?
Avere una famiglia?
Guadagnare dei soldi per poter vivere decentemente nel paese dove si è nati, dove si è cresciuti e dove si è morti.
Perché si muore, senza fare nulla.
Siamo degli spettatori passivi che assistono alla propria vita come se stessero vedendo l’ultimo incredibile film di Clint Eastwood.
Vale la pena?
Forse.
Ma non dobbiamo rintanarci nel nostro Io ed aver timore di vivere. Non dobbiamo stare immobili vedendo la nostra vita che ci passa davanti e poi d’un tratto ti accorgi che è già passata. La vita va vissuta. Bisogna provare. Dobbiamo buttarci. Solo così si può gustare il vero sapore della vita.
Ed è quello che ho fatto.
Tutto ebbe inizio una mattina di primavera. Mi svegliai e sentii dei rumori provenire dalla cucina. Mi alzai, e vidi un piccolo passerotto incagliato nel termosifone. Fu come svegliarsi da un sonno profondo. Come quando gli orsi si svegliano dal letargo. In quel preciso momento, potevo vedere le cose per com'erano veramente e non per come le volevo vedere. Quel povero passerotto era uno spirito libero incastrato in qualcosa che lo teneva prigioniero. Come me: prigioniero della mia paura e della mia ipocrisia.
Mi abbassai, presi il passerotto e lo liberai. Rimasi fermo mentre lo vidi volare per il cielo limpido. Era giunto il momento di dare una svolta. Guardai l’ora e mi accorsi che ero in ritardo. Uscii di casa in meno di 10 minuti e arrivai al lavoro con il mio solito ritardo cronico. Non sono un ritardatario, ma passo dal momento in cui potrei arrivare in orario al punto di non ritorno senza neanche accorgermene.
In tutta la giornata non faccio altro che informarmi per il sogno della mia vita: ormai ho il coraggio di affrontarlo. Sono pronto per la svolta: Australia.
Nell’arco di un mese ho tutto l’occorrente per partire: il working holiday visa, il biglietto di andata e ritorno per Sydney e l’assicurazione. In banca ho un po’ di soldi per ogni evenienza. Non mi serve altro. Tra meno di 2 giorni parto. Mi tremano le gambe. Ho una strizza bestiale. Penso « ma chi me l’ha fatto fare ». Poi, mi riprendo e penso all’esperienza che sto per affrontare. Mi tranquillizzo un po’. Devo ancora preparare la valigia. Cosa mi porto?
« Allora te ne vai veramente » disse « con così poco preavviso? »
« Lo devo fare, o adesso o mai più » riposi « Sai che mi trovo bene qui, ma se non me ne vado, una parte di me morirà. E’ un’ambizione che mi porto dentro da troppo tempo. Non posso più rimandare »
« Devi essere molto deciso. E se formulassi un’offerta migliore: potremmo riparlare del tuo contratto »
« Grazie, ma sono convinto che la mia scelta sia quella giusta »
« Beh, non mi resta che augurarti buona fortuna »
« Grazie, ne avrò bisogno! »
Quando uscii dalla stanza del boss, non ci volevo credere: avevo dato le dimissioni. Allora era vero. Sarei partito veramente. Dopo meno di 1 settimana feci il colloquio all’ambasciata australiana a Roma. Si tratta di una formalità. Vogliono assicurarsi di non dare questo visto ad un demente che non spiccica nemmeno una parola di inglese. Stazione centrale di Milano, Roma, taxi, colloquio, cena e treno di ritorno. Una giornata produttiva. Avevo passato il colloquio. Il visto sarebbe stato pronto in meno di una settimana.
Metto dentro alla valigia tutto quello che riesco a farci stare. Parto con un 2 trolley, uno grande e uno piccolo e con uno zaino con dentro il pc. Difficile staccarmi dal mio portatile. Ho medicine in abbondanza, potrei curare un intero villaggio delle valli sperdute del Mozambico! Sono un po’ ipocondriaco. Spero non mi controllino il bagaglio, altrimenti non saprei come giustificare l’enorme quantità di medicinali presenti nella mia valigia. Potrei essere incriminato di contrabbando di stupefacenti. Meglio non pensarci.
Poche ore alla partenza. Non mi sento bene. Ma non è paura. Non mi sento bene perche ieri sera ho salutato i miei amici, o quel che resta dei miei amici. Abbiamo fatto festa fino all’alba. Mi hanno assicurato che verranno a trovarmi il prima possibile. So già che non li rivedrò fino al mio ritorno.
Ho bevuto troppo, ma mi sono divertito.
7 del mattino. Sono tornato da meno di 2 ore fradicio di alcol e zeppo di buone aspettative. Ho dormito poco ed è già ora di partire. Meglio, dormirò in aereo. Mi alzo, doccia, chiamo un taxi, treno e finalmente arrivo in aeroporto. Faccio il check-in e aspetto. Sarà lunga questa giornata. Salgo sull’aereo e mi sistemo nel mio posto. Affianco ho una coppia mista: lui italiano e lei australiana. Mi tranquillizzano un po’ e mi raccontano la storia della loro vita.
Già, perché tutti abbiamo una storia da raccontare.
Il volo dura un’eternità. Atterro finalmente a Sydney.
E adesso?
Dove vado?
Cosa faccio?
Panico...
Immagine presa da: www.danielepagini.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Scrivi un commento