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Il manager con handycap

di Enzo Riboni

Non sempre i limiti rendono limitati. Non sempre un handicap resta uno svantaggio. Non è inevitabile subire le proprie sfortune. Sono queste le chiavi per aprire, leggere e rielaborare un capolavoro letterario come La lunga vita di Marianna Ucrìa, scritto da Dacia Maraini nel 1990.

Lei, Marianna, è la “mutola”. Non sente e non parla, ma non dalla nascita. Quand’era piccola (siamo nella Sicilia del primo ‘700) ha subito un trauma che resta a lungo misterioso e che l’ha zittita per sempre. Anche se il padre, il duca Ucrìa di Fontanasalsa (che conosce quel mistero del quale forse si porta dietro il rimorso) spera di farla guarire sottoponendola a shock altrettanto grandi. Come quella volta, quando aveva solo 7 anni, che l’ha portata in piazza a vedere l’Inquisizione che impiccava un condannato, uno spettacolo tremendo e raccapricciante. Perché – aveva detto una volta il signor padre alla signora madre – “Scantu la `nsurdiu e scanto l'avi a sanare”, “uno spavento l'ha assordata e uno spavento la deve guarire”.

Marianna invece non guarisce, non guarirà mai per tutta la sua “lunga” vita. Ma quel non guarire non significa essere sconfitta, non progredire. Anzi, il suo silenzio è pieno di pensieri, di riflessioni, di interpretazioni delle cose e delle persone. Perché lei non solo impara a leggere e scrivere (e comunica con il mondo con bigliettini), ma, a differenza delle altre donne del suo tempo, si nutre di libri, studiando e penetrando la filosofia di Hume, che interpreta con ingegno e acutezza di pensiero. Insomma, riesce ad evadere dalla gabbia di impotenza in cui la vita sembrava volerla rinchiudere per sempre.

Volontà, forza, orgoglio, coraggio, determinazione. Non sempre oggi, soprattutto di fronte alle difficoltà del lavoro, i giovani riescono a mettere in campo almeno un paio delle doti che emancipano Marianna Ucrìa. Perché per riuscire a conquistarsi un posto nel mercato del lavoro contemporaneo, come Marianna è riuscita a fare nel “mercato” della dignità umana, è necessario prima di tutto un gran dose di volontà. Per studiare, per laurearsi, per offrirsi offrendo qualcosa  a chi dovrebbe assumerci. E se le cose non funzionano al primo colpo, se l’approdo al lavoro è, come effettivamente è oggi, difficile, allora ci vuole la forza per riprovare, la determinazione per non rinunciare, il coraggio di accettare anche soluzioni non del tutto soddisfacenti o non corrispondenti alla propria preparazione, pur di aprirsi una via verso soluzioni migliori. Sostenuti però sempre da una dose notevole di orgoglio personale, per non rinunciare mai alla propria dignità  pur in posizione di debolezza.

Marianna, dal canto suo, è abbastanza orgogliosa per non cadere nel baratro dell’omologazione a quell’arcaico universo femminile. Anche se non può sottrarsi del tutto alle leggi dei tempi e della sua casata, che obbligano le donne a essere solo “mugghieri”, mogli. Sposare, figliare, fare sposare le figlie, farle figliare, e fare in modo che le figlie sposate facciano figliare le loro figlie che a loro volta si sposino e figlino…”, è questo, ci spiega la Maraini, il motto della discendenza Ucrìa, che in questo modo è riuscita ad imparentarsi per via femminile con le più grandi famiglie palermitane. È così che Marianna deve subire (poiché è una bambina e ancora non possiede la forza né la determinazione) l’imposizione della famiglia e del suo “caro” padre che lei ama (immeritatamente) tanto: andare in sposa a soli 13 anni al sinistro e insensibile zio Pietro Ucrìa di Campo Spagnolo, fratello della madre. Un bruto che, con la violenza, la sottomette ai suoi desideri e che la tratta solo come una stupida (lui che è davvero l’essenza della stupidità) macchina per far riprodurre il suo casato. Al punto che dopo quattro anni di matrimonio Marianna ha già tre figlie, con il marito che non le darà tregua finché non partorirà un maschio (e poi un altro che morirà a quattro anni). Finché, finalmente, lo sciagurato marito (vero demone distruttore della vita di Marianna) muore.

E lei scopre Hume. E’ turbata da alcuni passi della sua opera che esaltano la superiorità della passione rispetto alla ragione e ne subisce il fascino: abbandonarsi alla seduzione, all’amore, lei che è sempre stata solo strumento del comodo altrui? E’ così che Marianna durante una passeggiata in campagna, soccorre il giovane Saro, che finge una caduta da cavallo per rubarle un bacio: “Sa che lui non muoverà un dito senza il suo consenso; sa che sta aspettando e per un momento pensa di rendere esplicito quello che prima era un pensiero clandestino: premerlo contro di sé in un abbraccio che colmi anni di attesa e di rinuncia”. Trasgredire ovvero vivere, è questa l’equazione che Marianna finalmente risolve facendo, felice, l’amore con Saro: per la prima volta un’amare fatto anche per lei. E, da quel momento, forse diventa una donna piena, amata e non violata.

Un femminismo naturale, quello di Marianna, che dovrebbe essere letto e reinterpretato soprattutto dalle donne che lavorano. Perché è proprio una questione di ruoli preconcetti quella che marginalizza molte donne: il femminile uguale risorse umane uguale comunicazione. Raramente ruoli “hard” di linea, dal commerciale al finanziario alla guida della produzione o di una fabbrica. Niente ancora è dato, molto ancora da conquistare anche trasgredendo le gerarchie e i ruoli. Con il coraggio e l’orgoglio testimoniato da Marianna quando implicitamente risponde con  un NO forte e convinto all’interrogativo che pone la Maraini: “Il sottrarsi al futuro che le sta apparecchiando la sorte non sarà una sfida troppo grossa per le sue forze?”.

 

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