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Il manager innamorato

Chi ha scritto quella lettera? A chi era indirizzata? Com’è finita nel posto giusto per la persona giusta o magari nel posto sbagliato per la persona sbagliata? Qual è il fine di chi l’ha scritta? Suscitare mistero, curiosità, interesse, preoccupazione, intrigo, speranza, rifiuto, irritazione, compiacimento, condivisione o contrasto?

Chi non ha mai pensato di scrivere una lettera al proprio capo, al collega di fianco, all’amministratore delegato e poi non l’ha fatto. Oppure l’ha fatto ma non l’ha mai consegnata. Oppure l’ha fatto e vorrebbe lasciarla in un posto dove il destinatario possa trovarla. Ma senza che poi scoprisse l’autore. Anche se sarebbe bello che lo intuisse, perché in quella lettera ci sarebbero tutti i pensieri, le idee originali che uno ha, le critiche a quell’inetto del capo diretto, la profonda insofferenza per l’antipatia e la maleducazione di quel collega o di quel superiore. Insomma, poter saltare le gerarchie, dire e non dire, o meglio far sapere e non far sapere, perché non si conosce l’effetto che potrebbero avere quelle che si ritengono assolute verità. Se venissero interpretate come geniali e svelassero le nostre qualità, vorremmo che il destinatario indovinasse il nome del mittente. Ma se si venisse fraintesi? Se il preconcetto e l’ottusità di chi legge ci facessero apparire come banali e scontati? Allora meglio che non si capisca il nome dell’autore della lettera, che ci si possa ritirare in buon ordine senza il rischio di irritare, di infastidire, di danneggiare la propria carriera.

Insomma, affidare la propria anima a una lettera e costruirvi intorno un mistero. Magari il mistero di una passione, soffocata e inconfessa. Come quella di cui narra Cathleen Schine nel suo romanzo La lettera d’amore, attorno alla quale costruisce un giallo-rosa leggero, futile, ironico e intrigante, una perfetta lettura estiva per chi è tentato di dire tutto e non dice niente, di svelare l’anima senza che possa essere offesa da chi, magari, non capirebbe.

L’autrice newyorkese narra di una fascinosa e matura libraia, Helen, che dispensa ai suoi affezionati clienti consigli di lettura come fossero intriganti ammiccamenti, senza tuttavia mai violare quell’aura di perbenismo e immobilità comune a molte cittadine americane. Come difatti è Pequot, indolentemente collocata sulla costa del New England, tra il ricordo dei Pilgrins padri fondatori e l’inquietante “non accadere” di un microcosmo sempre uguale a se stesso e fin troppo “familiare”. In cui pienamente si inserisce la rassicurante (e stucchevole) libreria dipinta di rosa di Helen.

Ecco però che la normale banalità di sempre viene sconvolta da una misteriosa lettera d’amore che la bella libraia  trova tra la sua corrispondenza. L’arcano della missiva sta nell’anonimità del mittente (che si firma “montone”) e nella corrispondente indecifrabilità del destinatario (chiamato “capra”). Doveva trovarla proprio Helen? E’ lei l’oggetto del desiderio disperato di chi, nella lettera, confessa che “l’amore mi tormenta come fosse dolore”? E chi sarà mai l’uomo così perso da non vergognarsi di dire “sto bruciando” d’amore? E se fosse una donna? Una passione saffica ovviamente non confessabile e non divulgabile in una cittadina così chiusa ma trasparente? Oppure Helen non c’entra proprio. Magari lei è solo uno strumento, il veicolo per far arrivare in maniera laterale il messaggio a una terza persona. Una persona che può trovare i codici giusti per decifrare il senso e la natura di quella passione solo grazie e attraverso l’inconsapevole Helen.

Mistero, dunque. Giallo ma non thriller, perché non ci sono cadaveri né misfatti, non odi né vendette. C’è però lo scatenamento di dinamiche impreviste, di rapporti tra gli abitanti di Pequot mai sospettati, di sentimenti, desideri ed equivoci interni al microcosmo della libreria (con Helen collaborano un’amica che si occupa dei conti economici, due commesse studentesse tatuate e con orecchino al naso e il giovanissimo Johnny, studente universitario che diventerà oggetto di desiderio e trasgressione  per la libraia) e dei suoi clienti. Una materia che, gestita con una prosa ironica e sorniona come fosse una gatta sdraiata sulla soglia del negozio e del linguaggio narrativo, permette alla Schine di coinvolgerci in quell’intrigo di provincia alla caccia dei due veri protagonisti della lettera. Una coppia che, solo nelle ultimissime pagine, si svelerà in modo imprevisto.

Dunque un libro che descrive l’arte dello svelarsi celandosi, del coinvolgere defilandosi, dell’interessare nascondendosi, del provocare suscitando bisogno, necessità di confrontarsi con il misterioso fomentatore di sentimenti contrastanti.

E allora come non immaginarsi lo sgomento e la collera dell’odiato capo che, finalmente, trova scritte nero su bianco tutte le sue nefandezze e tutta la sua incapacità di leadership senza potersi vendicare, e che quindi scruta rabbiosamente le facce degli impiegati per cercare di capire chi sia il traditore-giustiziere? O viceversa la faccia stupita e compiaciuta del direttore generale che, in ogni parola di quella misteriosa lettera trova concetti, idee, ipotesi innovative, proposte di trasformazioni organizzative, prospettive geniali per il business? Con il top manager che, intrigato e stimolato ma a cui mancano le conclusioni delle talentose  premesse lette nella missiva, si affanna per l’azienda alla ricerca dell’autore.

Insomma, fantasie da spiaggia, sogni fantozziani o suggerimenti per trasformarsi da impiegatucci-Clark –Kent in Superman della comunicazione aziendale?

 

Enzo Riboni

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