Viviamo in un paese deragliato. Offeso, bruciato ed esploso come le cisterne assassine di Viareggio. Siamo in un tempo economicamente dissennato, svillaneggiato da una finanza che, troppo spesso, s’è dimenticata dell’etica (ne ha avuta mai memoria?). Subiamo un’economia decimata da un’epidemia di aziende mal gestite, a infimo tasso di innovazione. Nasce così in qualcuno una subdola tentazione: scappare. Per chi può, cambiare paese.
Ma c’è anche un’altra via, tutta intellettuale. Come se fosse il momento del rifiuto globale. Del rifugio in qualcosa di più estetizzante, in una sorta di decadentismo postmoderno ultraindividualista e superisolazionista. Rispetto al quale, grazie al cielo, esiste però un dejà vu letterario, che esplora tutte le implicazioni del rifiuto della socialità e che, magistralmente, svela la vacuità e la malattia devastante a cui può portare vivere A rebours . Cioè in un rivoltarsi su se stessi così come fece nel 1884 Joris-Karl Huysmans con il suo libro, considerato il manifesto del decadentismo, pubblicato in Italia con il titolo A ritroso.
Approfittando dell’estate che asseconda il languore e la rilassatezza del corpo e della mente è quindi tempo di (ri)leggersi il capolavoro dello scrittore franco-olandese. Che narra di come un tal nobilotto, Jean Floressas des Esseintes, snervato dalla dissolutezza ipocrita e mediocre della società di fine secolo in cui vive, dal crollo degli ideali e dall’avvento della società industriale, decida di isolarsi in campagna. Lo fa nella sua casa di Fontenay, opportunamente trasformata per far da sfondo ad un esasperato estetismo che, a parere di des Esseintes, doveva assecondare solo i suoi bisogni intellettuali di dandy estraneo al conformismo e alla volgarità del mondo esterno, senza nulla concedere al gusto altrui. Così, per esempio , sceglie l’arancione come colore dominante delle sue stanze, anche se quel colore, alla luce, “spesso si abbandona trasformandosi in un rosso cappuccino”. Così “ne studiò tutte le sfumature alla luce dei candelieri e ne scopri una che gli parve dover mantenere il suo equilibrio”, arrivando a foderare le pareti in “marocchino a grana grossa” - un tipo di cuoio pregiato ottenuto dalla pelle di capra e di montone - di colore, appunto, arancione. E, ancora, riempie la sua dimora-fuga-dal-mondo, di quanti più possibili stimoli artificiali: profumi esotici, fiori stranissimi, piante tropicali, suppellettili “esclusive”, insoliti addobbi e pietre preziose.
Una fuga che - fatte le dovute traslazioni temporali - come non trasforma des Esseintes in un eroe anticonformista e alternativo ma in un nevrotico eccessivo e delirante, così non muterebbe nessuno dei nostri contemporanei gestori d’impresa inusitatamente “pentiti” in profeti dell’eremitismo no global. Ma vale comunque la pena di leggere il romanzo breve di Huysmans perché ci fa capire l’impossibilità (o comunque l’oscenità) per l’individuo di ripiegarsi su se stesso, allora e ancor più oggi in cui viviamo in una moltitudine di reti di interdipendenza, di networking inevitabilmente (per quanto spesso solo virtualmente) socializzanti. Per cui, rifiutare un mondo che non corrisponde più ai nostri valori, anche quelli del lavoro e delle professioni, oltre che segno di impotenza diventa evidenza di impossibilità. E lo stesso des Esseintes, in quel suo A rebours, invece di scoprire il valore di se stesso contrapposto ai disvalori della società, riesce soltanto a far emergere il mostro che sta dentro ciascuno di noi quando non è più in grado di vivere e faticare in mezzo agli altri: la faccia snervata di un’inerzia fisica e spirituale, l’infermità isterica di una mente lasciata a se stessa. E così, al limite della dissoluzione e della malattia, des Esseintes non può far altro che riallacciare i legami con la società ritornando nella “banalità” e normalità parigina.
La rinuncia alla stranezza e alla diversità ad ogni costo - cose, si diceva, fruibili forse solo nella calura snervante delle ferie estive - ci rilancia così in un mondo, in un ambiente lavorativo, caotico e deludente, ma comunque vivo e sfidante. Non avendo paura di Huysmans quando fa dire al suo ”eroe” che, a chi vuol essere ancora cittadino, non debba mancare una consistente “dose di buona volontà per credere che le classi dirigenti siano rispettabili”. Anche se poi lo scrittore, dovendo far parlare un cinico malato di snobismo individualista, fa aggiungere al suo des Esseintes, che altrettanta buona volontà sia necessaria per credere “che le classi asservite siano degne d’essere soccorse o compiante”. Ma sarà lui, l’esteta, alla fine, l’asservito morale da compiangere. Leggendo proprio A rebours, un libro, nel decadentismo, forse secondo solo al Dorian Gray di Oscar Wilde. Non però per qualità, solo per fama.
Enzo Riboni
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Scrivi un commento