di Enzo Riboni
“Ormai Lara stava singhiozzando, le spalle curve per la disperazione. ‘Ma chi sei? Non mi conosci nemmeno…’ . ‘Ti sbagli Lara – sussurrò lui studiando la sua angoscia proprio come un campione di scacchi avrebbe fissato il volto di un avversario sconfitto – So tutto di te. Fin nei minimi particolari”.
Persino i codici segreti delle carte di credito, i nomi le attività i guadagni le amanti e i fidanzati di coniuge e figli, i gusti culinari, le preferenze e i tic sessuali, gli obiettivi da raggiungere per aumentare la retribuzione variabile, la marca di sigarette preferita, il piano di stock option pattuito. Tutto. Tutto grazie alla violazione del sistema informatico della tua azienda, del tuo Pc, dei tuoi indirizzi email, dei tuoi contatti su ogni social network che frequenti. Insomma, qualunque bit che ti riguardi disperso nelle reti web di tutto il mondo, in quel Profondo blu virtuale che dà il titolo al bellissimo thriller di Jeffery Deaver. Il quale (sadicamente) ci “rassicura” con queste parole: "La prima volta che il tuo computer fa le bizze, non preoccuparti. Problemi di ordinaria amministrazione. Sono certo che non corri alcun pericolo... Probabilmente..."
E se invece qualcuno tramasse davvero per sostituirsi a te? Per prendersi la tua famiglia, il tuo lavoro, la tua vita? Roba fantastica, si dirà, roba da thriller americano. Due ore a rabbrividire seduti nella sala buia a gustarsi il film e poi via, si torna a casa, tutto come prima, tutto regolare e previsto… O no?
Il dubbio, l’incubo si dilata in noi da quando abbiamo letto che i social network, quelli relazionali privati e quelli professionali, possano essere fonte di informazioni particolareggiate su di noi e sul lavoro che facciamo. Roba ghiottissima per un (in fondo) innocuo marketing digitale, ma anche per un molto meno inoffensivo competitor professionale che tiene sott’occhio la tua carriera, o per un’azienda concorrente che vuol fare spionaggio industriale.
Ed è proprio su questo moderno nightmare informatico che Deaver gioca con il suo Profondo blu, che racconta la storia agghiacciante di uno spietato “ingegnere sociale”. Pathe infatti è un hacker (o meglio, un cracker) diabolico e geniale che adesca le sue vittime infiltrandosi nei file dei loro computer. Pathe ha inventato un programma che gli consente di entrare nella vita delle persone che conosce in rete, per poi attirarle nella sua trappola mortale. Vuole fare il numero più alto possibile di vittime, a partire dal capo dell'unità di polizia di Los Angeles che indaga sui crimini informatici. Per fermare questa follia omicida, il detective Frank Bishop decide di ricorrere a un altro hacker, Wyatt Gillette, altrettanto geniale e detenuto per aver violato i codici del Dipartimento della difesa. Inizia così un’avvincente, opprimente, tesissima partita mortale fra l'hacker idealista e il sadico cracker assassino.
Del resto l’argomento non è affatto solo fantastico. L’ingegneria sociale (l’anglosassone social engineering) è una tecnica ormai ben studiata dai responsabili della security aziendale dei grandi gruppi (peccato non esista, a parte i debolissimi antivirus per Pc, anche una security personale) e che già conta una nutrita bibliografia che analizza il problema. L’ingegnere sociale è cioè uno che studia il comportamento individuale di una persona per carpirgli informazioni, uno che, dice Wikipedia, “Deve saper fingere, sapere ingannare gli altri, saper mentire. Essere molto bravo a nascondere la propria identità, fingendosi un'altra persona: in tal modo riesce a ricavare informazioni che non potrebbe mai ottenere con la sua identità reale. Nel caso sia un cracker, può ricavare informazioni attinenti ad un sistema informatico”. Il social engineering, in definitiva, è una tecnica per ricavare informazioni molto usata dagli hacker esperti e dalle spie e comporta (nell'ultima fase dell'attacco) il rapporto diretto con la vittima per carpire direttamente le informazioni “sensibili”.
Attenzione dunque a spargere con disinvoltura indirizzi email e profili personali, a non comunicare troppo facilmente a segretarie e collaboratori password e codici, perché un finto collega “dirigente” potrebbe poi estorcerle ai propri assistenti giocando sulla sua ostentata quanto fittizia autorità.
Tutto ciò comunque senza scadere nella paranoia e nell’ansia di scorgere l’agguato in ogni nuova conoscenza, reale o virtuale che sia. Perché, in fondo, anche se Profondo blu ci dà un messaggio di prudenza , resta comunque solo un riuscitissimo thriller, una fiction che stimola la voglia di essere sfidati e stimolati (solo simbolicamente) dalla paura per poi vincerla, nella vita come nel lavoro. Come del resto fa lo stesso Deaver - considerato da The Times “il massimo autore di thriller dei nostri giorni” - nei suoi romanzi. Avvertendoci (e questa volta rassicurandoci davvero) che “anche se mi piace far passare i cattivi per buoni e viceversa, e far balenare la possibilità di un disastro, alla fine i buoni sono buoni e i cattivi sono cattivi, e il bene più o meno trionfa”. Sperando che, questo trionfare di un po’ di sano buonismo, non sia solo un’illusione da scrittore.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Scrivi un commento