di Enzo Riboni
Spegnere le idee, contrastare le scoperte, opporsi allo sviluppo della verità (di quali verità si dirà poi) è una velleità antistorica, che dalla storia stessa viene sistematicamente sconfitta. E’ una legge vecchia quanto la cultura umana. Andate per esempio indietro di 25 secoli e risvegliate lo spirito di Ippaso di Metaponto, giovane matematico del quinto secolo avanti cristo appena ammesso alla scuola di Pitagora. Ippaso aveva scoperto una cosa che già era nota agli altri pitagorici più anziani (ma ferramente nascosta al resto del mondo): lato e diagonale del quadrato non ammettono un sottomultiplo comune. In altre parole il loro rapporto non era un numero (razionale), per lo meno nel senso affermato dal grande maestro Pitagora, che diceva “Tutto è numero”. E poiché Autòs éfa, cioè Ipse dixit (L’ha detto lui) nessuno doveva metterlo in dubbio e, nel caso, quantomeno tacerlo. E ciò fino al punto di… Sì, fino al punto d’essere messo a tacere per sempre.
Delitti pitagorici, il romanzo del greco Tèfkros Michailìdis, parte proprio da quel lontano omicidio (si suppone) senza costrutto, perché non passò poi molto tempo che quella verità fu risaputa e la violenza cieca dell’ideologia sconfitta.
Ipse dixit? Può bastare la parola del capo anche se va contro i propri risultati, se contrasta con le conclusioni del nostro lavoro? Anche se la gerarchia messa sopra la verità, danneggerà i risultati futuri dell’organizzazione? Quante volte l’ottusità di un superiore ha stoppato la nostra creatività e fatto da tappo all’affermazione di un modo diverso di lavorare nell’impresa? Certo l’innovazione in azienda non è un teorema matematico, in positivo e in negativo non ne ha né la certezza sublime, né l’astrattezza inusitata. Ma è comunque qualcosa che non dovrebbe ammettere né gerarchie né opportunistiche appropriazioni indebite.
Da quel primo stupro della ragione perpetrato nei giardini di Samo, Michailìdis ci proietta un paio di millenni più avanti a Neàpoli, un quartiere di Atene, dove viene trovato morto ammazzato nel suo appartamento un tal Stèfanos Kandartzìs. Poi l’azione torna ancora indietro di qualche decennio e ci colloca nella Parigi del 1900, dove in agosto si sta tenendo il Secondo congresso internazionale di Matematica e dove lo stesso Kandartzìs, giovane studente alla Sorbona, fa conoscenza con il suo connazionale Mihaìl Igherinòs, anche lui discente di matematica ma a Gottinga. Città in cui è allievo della star del congresso, il tedesco David Hilbert che farà una prolusione attesa con enorme interesse.
Hilbert apre il suo intervento con queste parole: “Chi di noi non sarebbe felice di sollevare il velo dietro cui si nasconde il futuro, di gettare uno sguardo ai prossimi sviluppi della nostra scienza e ai segreti del suo sviluppo nei secoli a venire?”. E poi ancora, presentando 10 grandi problemi ancora aperti nella matematica: “ Non ignoramus et ignorabimus, ignoriamo e ignoreremo, ma Noi dobbiamo sapere, noi sapremo! In Matematica non esistono ignorabimus!”. E così l’autore ci fa intuire che, quei problemi irrisolti e l’ambizione (la velleità) di sapere, di dimostrare tutto senza contraddizioni (illusione smontata solo 36 anni dopo da Kurt Gödel) saranno i temi di fondo di questo thriller un po’ sui generis, che alterna momenti di suspence (non molti per la verità) a carrellate nella storia moderna della matematica e a puntate nei bistrot parigini in cui si radunava l’intellighenzia della cultura e dell’arte di quell’anno speciale (a Parigi c’erano anche l’Espozione Universale e le Olimpiadi).
Ma in questo altalenarsi di puntate nella matematica (a volte un po’ didascaliche anche se comprensibilissime) e di vita bohémien, Michailìdis ci fa capire una cosa soprattutto e cioè che le sfide ardite del pensiero possono vestirsi di ragione e d’arte contemporaneamente. Perché, come diceva Robert Musil, “La matematica è un'ostentazione di audacia della pura ratio, uno dei pochi lussi oggi ancora possibili”. Ma perché, anche, è vera l’affermazione di Bertrand Russell, quando dice:
“La Matematica, vista nella giusta luce, non possiede soltanto la verità, ma anche una bellezza suprema, una bellezza fredda e austera, come quella della scultura”.
E allora ben venga chi, nel nostro lavoro, ci sfida con punti di vista nuovi, con ardite supposizioni che, a prima vista, siamo tentati di scartare come insignificanti o astruse, perché abbacinati dalla pigrizia intellettuale che impedisce di pensare in modo “laterale”, come direbbe Edward De Bono. Tanto più che, una volta superata l’inerzia della ragione, le proposte innovative, quando riescono a realizzarsi e materializzarsi, spesso ci danno un piacere quasi estetico, perché traducono in forme ciò che prima era abbozzo.
Questo romanzo, poi, con la soluzione finale del giallo, ci riporta all’imperativo iniziale: mai mettersi di mezzo alla forza delle idee, mai nasconderle nella censura più o meno violenta, perché inevitabilmente si verrà sconfitti. Con in più, se le idee che abbiamo osteggiato si dovessero poi rivelare fallaci, anche la beffa di aver lottato contro mulini a vento. E, sembra dirci l’autore, un brutale Don Chisciotte del pensiero diventa farsa, senza la dignità di un pizzico di tragedia.
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