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Parole che dicono, parole che fanno

Genius loci e sregolatezza IV

Di Piero Trupia 

Da noi si producono e vendono parole[…] parole a catalogo e parole che ci vengono commissionate su misura […] Creiamo anche intere frasi […] Alcuni clienti ci chiedono che la parola possieda un significato, ma rappresentano una minoranza […] Forse ciò che attira oggi il consumatore è la rassicurazione che deriva dal possesso di una parola magica che si presti ad essere venerata durante il sonno e sognata nelle ore di veglia. Sono in continua crescita nelle vendite parole e frasi di possesso esclusivo.

Marco Minghetti & The LMS, Le Aziende in-visibili, Episodio N° 92 

Da alcuni anni la pubblicità comparativa è autorizzata in Italia e gli inserzionisti se ne avvalgono sia pure con pudore. Ricorrono spesso al ‘non detto implicito’. “Miele Ambrosoli. Il massimo del miele” ne è un esempio. Martella da mesi a ridosso del giornale radio.

Non credo che sia necessaria una legge che autorizzi il consumatore a esprimere un suo parere ugualmente comparativo. “Il massimo” sottende il migliore in assoluto nel mercato europeo e nel mondo. Mi permetto di affermare che il miele di castagno dell’Abbazia di Casamari e quello di Corbezzolo di Mario Masè, che dall’etichetta garantisce personalmente, sono di gran lunga migliori e non pretendono di essere il massimo. Si affidano al consumatore, in base al principio “la torta si giudica all’assaggio”.

La pubblicità è fatta di immagini e suoni che tentano di essere suggestivi e di parole che vogliono essere autorevoli. Tecnicamente, degli atti linguistici, parole che fanno, mentre dicono. Accade effettivamente a determinate condizioni, dette ‘condizioni di felicità’. S’è capito però che martellando, l’autorevolezza magicamente si configura e il messaggio s’impone.

SILC e la consociata FIM sono leader mondiali nei settori in cui operano, macchine da stiro industriali e cappe aspiranti di design più componenti in acciaio per altri produttori. Non fanno pubblicità. A parere del titolare, Walter Darini, non è necessaria. C’è il catalogo, dice, e su di esso il cliente decide. Sarebbe del resto un costo proibitivo, considerato che esportiamo in 90 paesi. Sottintende che gridare i propri meriti, secondo la iattanza commerciale ammessa dal vecchio codice di commercio, è segno di debolezza.

E prosegue. Vendiamo il prodotto, lo installiamo, addestriamo presso di noi gli operatori e assicuriamo l’assistenza post vendita. Il rispetto dei tempi di consegna è un nostro assillo. Le nostre macchine sono strumenti di lavoro.

Siamo maniaci della qualità e pertanto l’intero ciclo di produzione è interno e i prodotti vengono singolarmente verificati e collaudati.

Abbiamo passato momenti difficili. Il peggiore, la partenza nel 1965. Da zero, e l’asset più improbabile era il sottoscritto: scuola di avviamento professionale e subito a bottega da un fabbro.

Lavoriamo l’acciaio, lo lucidiamo, lo satiniamo, lo saldiamo, lo pieghiamo in modo tale che sembra stampato.

Gli architetti, i designer ci portano i progetti e noi ne studiamo la fattibilità nel nostro centro tecnico e di ricerca. Alcuni modelli sono irrealizzabili in questa fase della tecnica e lo diciamo.

I nostri clienti sono associati nel lavoro. Da essi apprendiamo la qualità desiderata.

Sono presidente, amministratore unico e direttore generale. Ci diamo tutti del tu. Ero e resto un fabbro. Importante è che stiamo tutti bene. Con momenti di festa come quando abbiamo fornito alla FRAU la struttura metallica delle 2.500 poltrone dell’auditorium di Los Angeles. Trenta tonnellate di acciaio.

Commenti

Prendo spunto dal tema "pubblicità comparativa". Effettivamente nel nostro paese se ne fa un uso molto limitato (per quanto mi possa ricordare riguarda soprattutto gestori telefonici e compagnie di assicurazioni). Non so se questa mancanza sia dovuta ad un "gentlemen agreement" tra le aziende, certo è che la comparazione (secondo canoni di valutazioni che non possono che essere personali, in termini di qualità, utilità, prezzo... ma anche di una buona dose di istinto, gusto, irrazionalità etc.) dovrebbe essere alla base del funzionamento del “mercato” e il mercato (la domanda) dovrebbe premiare il "migliore" (categoria di non facile definizione, comunque non univoca!). Comparazione e concorrenza funzionanti secondo regole, poche, precise, concertate, condivise, comunque regole e come tali da rispettare, anche in base al principio di maggioranza. Se non sono le regole, scritte ma forse soprattutto non scritte, cosa può far funzionare le società?

A Giacomo:
Attenzione! la comparazione è il più delle volte nascosta nel "non detto implicito" e risulta così più efficace, poiché insinuante. E' il caso di Ambrosoli.
Per poter giudicare da consumatore, occorre una competenza da consumatore, non facile vista la sofisticazione della messaggistica che nasconde quella del prodotto. Un esmpio: Sull'etichetta di un succo di pesca tra i componenti, oltre a pesca, acqua e zucchero, compare la voce "aromi". un aroma chimico di pesca; nel puré di patate liofillizzato, oltre alla patata essiccata, si trova un'altra decina di ingredienti estranei alla patata: purè di patata e di chimica.
Le regole sono necessarie e, ancor prima, l'ethos del pubblico che fonda regole ed etica. Ma, intanto, una buona competenza merceologica del consumatore.

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