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Il manager matematico

Ultimo-teorema-femat  Il matematico come un Indiana Jones. Un avventuroso del pensiero che corre per arrivare primo con la mente. Verso una meta che ha già intuito, ma per raggiungere la quale non ha ancora idea di quale sia la strada da seguire. Un percorso ad ostacoli pieno di serpenti concettuali che avvelenano un’idea, di trabocchetti logici che fanno precipitare in cunicoli deduttivi senza sbocco, di labirinti della mente che imprigionano in circoli viziosi. Ma, come un’Indiana, può alla fine raggiungere un premio, un’arca perduta, un santo Graal che sembra di valore inestimabile solo per lui, o al massimo per la ristretta comunità di matematici super specialisti: la dimostrazione della tesi. Ma un teorema non è individuale, è una vittoria universale che rischia di immortalare: dimenticheremo mai Pitagora, Euclide, Cartesio o Newton?

Ma un teorema senza dimostrazione è una bizzarria senza verità, un ghiribizzo che può portare al ridicolo. A meno che non si abbia un nome che vale oro nella storia della matematica: Pierre de Fermat. “Dispongo di una meravigliosa dimostrazione che non può essere contenuta nel margine troppo stretto di una pagina”, scriveva infatti Fermat nel 1637 a proposito di quello che da allora sarebbe stato conosciuto come l’Ultimo Teorema di Fermat:

non esistono soluzioni intere positive dell'equazione

 an +bn =c se n è maggiore di 2

La storia di questo grande “imbroglio” (è molto probabile che Fermat non conoscesse affatto la dimostrazione o quanto meno che ne possedesse una sbagliata) o grande genialità mai svelata e mai aggirata prima che passassero 356 anni, è raccontata da Simon Singh, in un libro tutto da leggere per chi lavora in azienda. Appunto L’ultimo teorema di Fermat. Da leggere perché si trovano parecchi valori che dovrebbero spingere e sostenere l’aspirazione al successo di un professionista d’impresa: vision, coraggio, sfida, avventura, fiducia, ambizione, perseveranza, valorizzazione delle persone, fiducia agli over 40.

La vision da prendere a modello è quella di Andrew Wiles, un’Indiana Jones-matematico inglese trapiantato a Princeton, che, nel 1993, dimostra (con metodi assolutamente sconosciuti al genio secentesco) il teorema di Fermat. Un obiettivo (o un’ossessione) che l’aveva catturato trent’anni prima quando era un bambino di 10 anni e aveva letto quel teorema nella biblioteca della sua cittadina. E non sapendo a cosa andava incontro - perché quell’idea catturò tutta la sua vita e la sua ambizione - si ripromise di dimostrarlo. Ci riuscì ad oltre 40 anni, un’età da matusalemme per un genio matematico che normalmente raggiunge il culmine non oltre i 25 anni, e che dimostra come, nella matematica quanto in azienda, non si debba mai rinunciare ai talenti maturi perché la creatività, oggi più che mai, non ha età.

Chi non ama la matematica, o perché non l’ha mai conosciuta davvero o perché teme le sfide in primis intellettuali (difetto che sarebbe assai deteriore per chi pretende di gestire uomini e imprese), non si spaventi però del libro di Singh, perché non si tratta di un saggio per iniziati, ma di letteratura, di cronache di vite da romanzo.

Come quella da eroe tragico di Evariste Galois, genio assoluto dell’algebra moderna, morto appena ventenne nel 1832, in un duello alla pistola contro un “gentiluomo” senza altro merito che di saper sparare bene. Un duello causato dalla militanza politica repubblicana di Galois, ma camuffato dai suoi nemici come una questione di donne e d’onore. “Muoio vittima di un’infame civetta … Ed è per una miserabile calunnia che pongo fine alla mia vita … Perché morire per qualcosa di così piccolo e spregevole?”. Scrisse con impressionante lucidità la vigilia del duello, prima della sua ultima notte di vita trascorsa a scrivere appunti che rivoluzioneranno la teoria delle equazioni e che saranno pienamente compresi solo 14 anni dopo.

O come quella epica di Srinivasa Ramanujian, classe 1888, prima bambino con scarsa istruzione scolastica nel suo villaggio di Kumbakonam nell’India meridionale, capace però di grandi intuizioni matematiche che sfuggivano ai soloni occidentali e poi, a soli 31 anni, eletto membro dell’esclusiva Royal Society britannica. O come quella scioccante del giapponese Yutaka Taniyama, genio precocissimo che nel 1958 a soli 31 anni, dopo aver dato contributi fondamentali alla matematica moderna, si suicidava senza dare ragioni. Tutti tasselli sulla lunga strada che dalla folgorante congettura di Fermat hanno condotto alla complicatissima dimostrazione di Wiles.

Vite da metafora da studiare (anche se non da imitare in contesti ben diversi), per capire cosa significhi inseguire un obiettivo e mettere tutta la propria forza per centrarlo. Il che non vuol dire che in una impresa un manager debba giocarsi tutto per i fini e i tornaconti aziendali. Perché quelle vite insegnano proprio il contrario: senza l’entusiasmo in ciò che si fa e senza l’autonomia e originalità del proprio pensiero e volontà si diventa schiavi delle richieste e dei disegni altrui. E così si perde anche la bellezza e l’avventura del lavoro. Proprio come nella matematica, poco amata da chi non ne conosce l’armonia e il sex appeal intellettuale.

Enzo Riboni

 

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