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“Mar Nero” (regia di Federico Bondi)

Mar-nero

La città fluviale

di Pino Varchetta

Da qualche anno il cinema italiano sia di produzione da parte di major, sia di produzione indipendente, è sensibile alle problematiche cross-culture, nel tentativo di affrontare i temi del multiculturalismo rispecchiando in questo quel profondo, autentico cambiamento che la società civile italiana ed europea stanno vivendo in questo ultimo decennio, con un ritmo quanti-qualitativo probabilmente non previsto e che pone non pochi problemi sia dal punto di vista politico che dal punto di vista educativo e culturale in generale. Si possono ricordare a questo proposito i film di Carlo Mazzacurati da “Il toro” a “Vesna va veloce”, da “L’estate di Davide” a “La giusta distanza”, il film di Dritti “Il vento fa il suo giro”, quello di  Munzi “Il resto della notte” e, per finire, pur senz’altro esaurire il panorama produttivo italiano in quest’area di interesse tematico, il film “Apnea” di Dordit.
“Mar Nero”, se da una parte ricalca i temi dell’incontro tra culture diverse – in questo caso un’anziana signora toscana e una giovane romena – ha una sua peculiarità, una sorta di unicità nella circostanza dell’accostare al centro del conflitto culturale due donne, la badante giovane romena e la signora toscana bisognosa di aiuto, lontanissime per cultura e con un vistoso distacco generazionale.Gemma, la signora toscana anziana, cammina a fatica, ha perso la voglia di vivere e vive un rapporto paranoico con la realtà che la circonda, risposta quasi obbligata a una inattesa solitudine.

Le si avvicina Angela, da una parte disponibile, sodale, orientata autenticamente alla cura di Gemma, dall’altra depressa per una diffusa melanconia di casa e per la mancanza dell’uomo che ha dovuto abbandonare per venire a lavorare in Italia. Lo scontro affettivo, generazionale, culturale, se si sviluppa nell’asfittico appartamento toscano, ha un contenitore insperato nel viaggio – una sorta di viaggio della speranza – che le due donne compiono insieme per consentire alla giovane Angela di riprendere dominio della propria situazione affettiva e familiare. Gemma, che attraverso la cura ricevuta da Angela, ha recuperato la capacità di curare se stessa – e questo è l’autentico miracolo che il film presenta, frutto dell’incontro sodale tra due femminilità – decide di accompagnare Angela in Romania e navigano sul Danubio, che non è certo l’Arno, e in questo mistero paesaggistico, così nuovo per Gemma e così ritrovato per Angela, le due anime femminili cominciano a dialogare e a costruire un terzo spazio, un luogo intermedio, nel quale sapranno ricollocare le proprie vite, destinate peraltro a seguire ritmi diversi. Angela, forte della propria cultura di origine, sa tutto questo; Gemma verrà a scoprirlo insieme, ma contemporaneamente ritroverà una nuova Gemma, capace di un’autonomia impensabile fino a qualche tempo fa, prima dell’incontro con la giovane Angela. Un piccolo gioiello questo film, fatto con poco, con dentro una straordinaria Ilaria Occhini, capace di dare a Gemma contemporaneamente un senso di morte imminente e una rinnovata capacità di cogliere un io ritrovato, capace di un’energia rinnovatrice del sé e degli altri.