Un nuovo viaggio di Claudio Visentin.
La “città invisibile” di Despina si raggiunge per nave o per cammello, e si presenta differente a chi viene da terra e a chi dal mare: “Il cammelliere che vede spuntare all’orizzonte dell’altipiano i pinnacoli dei gratatcieli, le antenne radar, sbattere le maniche a vento bianche e rosse, buttare fumo i fumaioli, pensa a una nave... Nella foschia della costa il marinaio distingue la forma d’una gobba di cammello, d’una sella ricamata di frange luccicanti tra due gobbe chiazzate che avanzano dondolando, sa che è una città ma la pensa come un cammello... Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone.”
Ma a quale città del mondo corrisponde Despina? Per me senza dubbio Timbuctu. Curiosa città: tutti ne conoscono il nome, ma quasi nessuno è in grado di collocarla su una carta geografica, e qualcuno pensa addirittura che sia un luogo di fantasia... Invece esiste, eccome, nel Mali orientale, distante e appartata rispetto alla capitale Bamako, oggi la città più importante del Paese. Ma certo prima che un luogo reale, Timbuctu è un affascinante simbolo di lontananza. Questa immagine di Timbuctu si è formata all’inizio dell’Ottocento, quando la città era effettivamente difficile da raggiungere, e cominciò a risvegliare le ambizioni degli esploratori, pungolati dai premi favolosi, oltre alla gloria, promessi dalla società geografiche inglesi, francesi e tedesche. Per alcuni divenne quasi un ossessione, come René Caillié, che dopo infinite peripezie finalmente la raggiunse nel 1828, travestito da arabo, e riuscì a tornare e raccontarla.