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Malamud

9788806161033gIstantanee, racconti fulminei che gelano il cuore e intrappolano la mente oltre l’Eden di un’America USA&getta: sono i “Racconti” di Bernard Malamud, oggi finalmente riproposti dopo anni di oblio da Einaudi (pp. 365, euro 20) in un’edizione antologica curata e introdotta da Eraldo Affinati. Sembrerebbero gli inferni domestici descritti nelle sue “short stories” da Raymond Carver o certe inquadrature magistrali di Robert Altman. Sembrerebbero perché questi racconti Malamud li ha scritti 30 anni prima. Già questo basterebbe per decifrare la grandezza di uno scrittore sempre vissuto ai margini dell’assenza: amato da Philip Roth (“Tra i migliori racconti che abbia mai letto”), divorato da Flannery O’ Condor (“Un autore di racconti che è il migliore in assoluto, migliore anche di me”), Malamud in Italia non ha mai riscosso l’attenzione critica e il successo di lettori che meriterebbe. Mettete da parte i tanti epigoni, dimenticate i tanti “radical flop” italiani che tentano invano la via del racconto breve e riscoprite questo poeta dell’assoluto, questo maestro dalla scrittura asciutta e implacabile.

Entrate nella sua New York: non quella in technicolor alla Doris Day degli anni ’50, non quella dell’ american dream, non quella dei tanti proiettili d’inchiostro sparati a salve dai noiristi, ma un’altra città: una metropoli cupa e torva dove anche i sogni sono ridotti nella cenere dei vicoli ciechi della nostra esistenza. Sono racconti minimi, non minimalisti: racconti grandiosi in cui si respira Kafka, dove gli esseri umani sono insetti che tentano di aggrapparsi ad uno sky line che tramonta sin dal buongiorno delle convenzioni. Leggete “Il cliente fisso”: da solo, in poco meno di sei pagine, vi farà rendere conto della crudeltà dell’essere (umano). Critica antropologica, senza i deliri dell’accademia, e critica sociale, senza i deliri desertici di un Baudrillard. Qui siamo alle vette della narrativa che diventa letteratura: una letteratura che rimane. Impressa anche a libro chiuso, impigliata nel nostro vivere, nel nostro reiterato e rateizzato quotidiano obliterato. Malamud ha anticipato le nostre vite al pixel, ha messo definitivamente nero su bianco il nostro inutile e infantile vagare alla ricerca di un senso che non esiste. Nessun nichilismo, solo un realismo che diventa neon-realismo tra quelle tanto decantate mille luci di New York che hanno inglobato la luce della nostra stessa vita.

Gian Paolo Serino