Quando cambia il linguaggio
di Ferruccio Capelli, Direttore Casa della Cultura di Milano
Annotiamo alcuni titoli apparsi sui giornali questa domenica: “Obama studia un piano per creare 2.500.000 posti di lavoro”, “Il piano dell’Unione Europea”, “Intervento per salvare Citygroup”, “Sostegno per i consumatori italiani”, “Allarme per i fondi pensione” .
Non occorre allungare l’elenco: su tutti i media, senza eccezione alcuna, ritornano a campeggiare, dopo una lunga eclisse, parole come piano, intervento, sostegno, regole, ruolo dello stato e dei poteri pubblici. Si tratta di un mutamento a 180 gradi rispetto al linguaggio che dominava fino a poche settimane addietro nel quale imperversavano espressioni come autoregolamentazione, liberalizzazione, privatizzazione, fiducia nei mercati. Potremmo continuare a lungo: flessibilità e innovazione sono di colpo meno gettonate di precarietà, insicurezza e via dicendo.
La lingua è un termometro sensibile quant’altri mai ai grandi cambiamenti della nostra vita: le parole che in essa prevalgono segnalano con limpidezza umori e valori che stanno emergendo e che tendono a plasmare la società. In questo caso ciò che colpisce è la rapidità del cambiamento: in due, al massimo tre mesi, si è realizzato uno stacco profondissimo. In un volgere di tempo assai breve i medesimi organi di stampa, perfino le medesime firme giornalistiche hanno cambiato bruscamente i toni, i concetti, le parole che usano quotidianamente. A memoria personale, non è dato rintracciare nel passato recente un’altra fase di cambiamento altrettanto veloce e radicale.
In realtà è proprio lo scenario generale che è cambiato bruscamente. La crisi finanziaria e quella economica stanno ridisegnando l’agenda dei problemi e l’ordine delle priorità. Si scopre così che le ricette liberiste cui ci era affidati per circa trent’anni appaiono improvvisamente logore e inutilizzabili. Si cerca affannosamente qualche ipotesi sostitutiva e si fruga nella cassetta degli attrezzi del passato. Ricompaiono le parole chiave del keynesismo: deficit di bilancio e piani per il lavoro vengono riscoperti e gettati nella discussione pubblica. I più avvertiti cominciano a ragionare su un ipotetico e vagheggiato ritorno a Bretton Woods, ovvero sul rifacimento e sul ripristino della funzione originaria delle fondamentali istituzioni keynesiane: la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.
In realtà oggi il clima è segnato da confusione e da preoccupazione: il linguaggio con la sua brusca evoluzione accompagna una ricerca incerta, convulsa, che si sviluppa con scarti bruschi e con ritmi insolitamente accelerati.
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