La vita sugli schermi: il rientro nella cornice. Parte seconda
di Cristina Marelli
La rete contribuisce alla
smaterializzazione, ma rappresenta una soluzione a vari altri problemi. Il
rientro nello schermo riduce le dimensioni della visione, ma riguadagna terreno
nel tempo perché può conservare la serie infinita delle schermate nella sua
memoria. E’ un curioso uso dello spazio per un mezzo che è volto principalmente
a manipolare (fluidificare) il tempo nel flusso. La superficie visibile è
limitata, ma la profondità invisibile, e ripetibile, è infinita.
Dal punto di vista strettamente
visivo vi è una dimensione interattiva, che permette la permanenza di una
singola immagine o schermata per un tempo stabilito dal fruitore. La velocità
ottimale non è quella del tempo reale, ma quella che, avendo a disposizione
tutte le informazioni in tempo reale e con un’estensione massima, si presta
meglio alla reperibilità e quindi alla presentazione a comando, ovvero alla
presentificazione interattiva. Quindi qui internet sfrutta alcuni requisiti del
videoregistratore, cioè la possibilità del rinvio del tempo reale a un tempo
posteriore, ma più comodo per la fruizione.
Non a caso gli ipertesti meno
maneggevoli sono quelli in cui è incorporato il movimento, anzi un movimento
autonomo che il fruitore non può né rallentare né accelerare. Da un lato quindi
lo schermo del computer recupera la contemplazione dell’oggetto estetico, fisso
entro una cornice, ma ha il vantaggio o il problema di doverlo combinare con la
parola scritta. La parola scritta a sua volta ha un retaggio estetico non
visivo, ma letterario, e non solo letterario, bensì saggistico o referenziale.
L’impaginazione dei libri, che ha
certamente un valore estetico, dimostra il legame tra l’estetica tipografica e
il suo valore pratico per rendere più agevole la lettura stessa. Quindi, in tal
caso, l’estetica della disposizione tipografica viene colta come tale solo in
un pubblico ristretto, quale quello dei bibliofili, ma subliminalmente opera
sempre a partire dal suo posizionamento nelle vetrine dei librai. Quindi vi è
un’estetica pratica per vendere il bell’oggetto, un’estetica d’uso per
facilitare la lettura, un’estetica semiotica nella poesia e in particolare
nella poesia concreta.
Tutti questi gradi si ripropongono
nell’ipertesto, che nasce di per sé come oggetto pratico non estetico. L’ipertesto
in sostanza è prima di tutto un significante, come lo sono le lettere
dell’alfabeto, la carta dei libri, la pellicola cinematografica. Il
significante ha una più stretta affinità con il dispositivo tecnologico, cioè
con il mezzo, che non col significato, che infatti è, nei linguaggi non
iconici, arbitrario. Naturalmente nell’arte il sensibile si coniuga
all’intelligibile; gli assi paradigmatico e sintagmatico si sovrappongono l’uno
sull’altro, entrambi e non solo quello paradigmatico su quello sintagmatico
o viceversa. Nell’ipertesto non creativo (intendendo per questo quello con una
funzione non esclusivamente estetica) la funzione estetica è presente ma non
dominante, il che è ovvio, ma sembra meno ovvio che quindi sono altre le
funzioni che occorre curare, in sostanza quelle relative all’efficacia
comunicativa.
La confusione su queste questioni
nasce dall’immissione delle immagini. Si può partire dai siti dei giornali che
come i giornali stessi contengono delle foto. Anche i giornali sono di diverso
tipo, più o meno illustrati. L’esito finale dell’illustrazione è il fumetto o
il fotoromanzo, che però, stranamente, appartengono ai generi creativi. Si
potrebbe concepire un giornale informativo con testi non di parole, ma con
testi di fumetto. I giornali come Novella 3000 (esiste ancora?) sono fatti
prevalentemente di immagini e quindi potrebbero servire da modello, ma
l’immagine prevale perché il lettore, per la scarsità di tasso informativo
concettuale, viene appagato da un’abbondanza di informazione visiva. Dire che
l’attore X è sentimentalmente legato all’attrice Y è informativamente una
notizia povera, che però contiene delle potenzialità narrative, relative al
loro comportamento sentimentale e sessuale, che viene più facilmente raccontato
tramite immagini. In tal caso l’immagine non dice molto di più che la parola, e
tuttavia agisce maggiormente sulla fantasia del lettore, che probabilmente si
costruisce, attraverso il suggerimento della foto, una sorta di film erotico,
fantastico, vippistico e simili. Infatti il vecchio detto che un’immagine dice
molto di più di mille parole è vera e falsa allo stesso tempo. Dice molto di
più delle parole su aspetti che, in determinate circostanze, le parole non sono
interessate a dire, o dice più delle parole per una fascia di fruitori che non
sono in grado di capire a fondo le parole. Resta il fatto che parole e immagini
dicono in parte cose diverse e non si pongono necessariamente in concorrenza:
quindi solo per fini parziali l’emittente e il destinatario le pongono in
alternativa.
Il giornalismo illustrato ha anche
una parte nobile, o un’origine nobile, quella dei grandi fotografi di reportage
a partire da Cartier Bresson. Si pensi alla fotografia storica dei marines
americani che innalzano la bandiera ad Okinawa. In questo caso l’immagine
documenta la storia e diviene storia essa stessa, anche se poi si è scoperto
che è stata una messa in scena più “estetica” a posteriori, che comunque
“migliorava” una base di realtà. Luca Canali, in quella che ritengo ancora la
sua opera migliore, Il sorriso di Giulia, usa una serie di autentiche
fotografie di famiglia come parte e pretesto di un romanzo, come guida,
struttura, trama. In realtà l’immagine come storia e come documentazione non
può prescindere dalla parola: persino i documentari hanno un commento parlato.
Occorre anche riflettere sul fatto
che le parole possono creare immagini mentali, mentre si fa più fatica a
tradurre le immagini in parole, per cui l’immagine richiede più spesso un
supporto verbale, per quanto minimo. Semioticamente parlando, la parola
significa, l’immagine invece rappresenta. Se diciamo che un’immagine significa,
usiamo il verbo “significare” in senso traslato e non in senso proprio. La
significazione della parola dipende infatti dall’arbitrarietà del rapporto tra
significato e significante; invece l’immagine comunica solo in senso traslato,
perché il rapporto tra immagine e referente non è arbitrario bensì iconico,
cioè si fonda sulla somiglianza. L’imprescindibilità dalla parola scritta è ciò
che distingue l’ipertesto dalla televisione: se a un ipertesto si tolgono i
testi diventa automaticamente televisione o galleria fotografica. Il ritorno
nello schermo non è necessariamente un ritorno alla separazione tra estetico e
non estetico, anche se questo è previsto, ma è un ritorno ad un materiale
gestibile in modo più o meno interattivo, ridotto cioè di nuovo ad una
dimensione maneggevole. Sarà questa una delle motivazioni del successo del
computer? La varietà di contenuti è dovuta alla somma delle funzioni di molti
macchinari, compreso cinema, televisione, radio, registratore, libro ecc., che
prima agivano separatamente. Il rientro nello schermo si accompagna alla
compressione dell’informazione, e quindi all’infinita estensione dei materiali
e dei luoghi accessibili. Questo è un dato quantitativo, che però modifica i
comportamenti.
Resta il limite della percepibilità
visiva umana che verrà superata. Problemi della realtà virtuale e dei
videogiochi nei confronti dell’ipertesto. La realtà virtuale e l’ipertesto
sembrano superare lo schermo, ma forse è il fruitore che viene miniaturizzato
ed entra nella schermata, che di conseguenza gli appare come un limite.
Videogiochi in cui si guida un’automobile. L’antenato della realtà virtuale
sono i tunnel della paura nei luna park.
| > CONDIVIDI |
|
||||||||||||||||||||||||||














Commenti