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La sottile iperbole di Ersilia, di Luciano Canova

La sfida proposta da Marco Minghetti nelle Aziende Invisibili mi ha da subito affascinato come tutte le sfide difficili. Per un amante della letteratura calviniana, oltretutto, sul punto di pubblicare una raccolta di storie in cui le relazioni nascoste tra racconti e il rapporto tra lettore e scrittore si sviluppano attraverso codici multipli di interpretazione, le combinazioni erano davvero troppe per rinunciare a coglierla.6a00d8341d0dd353ef00e54f01e0f588336

Come scrittore, sono sempre stato attento, quasi in senso ossessivo, all’analisi delle dicotomie: realtà / finzione, lettore / scrittore, significante / significato. La mia letteratura osserva il quotidiano e ne cerca un punto di vista inconsueto, attraverso il quale sviluppare paradossalmente e con metodo iterativo uno spunto che sbocci come storia. Come economista (ecco un’altra interessante dicotomia…), d’altra parte, la teoria dei giochi riveste all’interno del mio lavoro un ruolo fondamentale nell’analisi dell’interazione strategica tra agenti e delle possibili evoluzioni degli stati del mondo.

Quasi per deformazione, dunque, sia artistica sia professionale, ho trovato il progetto delle Aziende Invisibili fortemente innovativo. Quello che, più di tutto, trovo originale dell’impianto dell’opera, al di là dell’idea brillante della cover letteraria delle Città invisibili che riconosce nell’impresa un nuovo centro di azione sociale, al di là di qualsiasi giudizio sulle relazioni che in essa si sviluppano, è senz’altro un’evoluzione del concetto di paternità dell’opera.

Altra dicotomia: individualismo dell’artista / scrittura multipla.

Le aziende invisibili propongono un nuovo modo di produrre scrittura, frutto non semplicemente di un’aggregazione di interventi, ma di una personalità mutante e unica che nasce dalle singole voci che la compongono. È qualcosa di molto simile allo sviluppo delle nuove piattaforme Linux: un codice condiviso che si arricchisce con il contributo unico di tutti e diventa sistema. Le aziende invisibili, dunque, è un romanzo in freeware che pone una questione dirompente: nel mondo della rete globale, della società liquida che si trasforma in modo proteiforme, della memoria che ha ormai una funzione misurabile in giga, non esistono alternative all’individualità del processo creativo?

Non è possibile, insomma, sfruttare tutte le potenzialità messe a disposizione dalla società della comunicazione e dell’informazione, per abbattere le barriere di genere fino ad adesso concepite e suggerire un nuovo percorso letterario?

Credo che Le aziende invisibili vada in questa direzione, con una contaminazione di stili, linguaggi, codici, know-how (per usare appunto il lessico di impresa) che suggeriscono spalancandone il portale un nuovo modo di descrivere il mondo.

Per scrivere la mia Ersilia, il profumo era un po’ quello delle pagine dell’Hofstadter di GEB e del dialogo tra Achille e la tartaruga: il paradosso, appunto, l’iperbole per iterazione che porta al non-sense dell’esagerazione. L’uroburo dell’inizio che contiene già la sua fine, per altro in splendida sintonia con l’illustrazione scelta da Luigi Serafini.

Mi piaceva riadattare la città dei fili ad un contesto aziendale di comunicazione sempre più diffusa e dispersa, imperniata sulla relazione che diventa anche altro di sé. E questo è il libro de Le aziende invisibili: come scriveva Borges, “non un ente chiuso alla comunicazione: è una relazione. È un asse di innumerevoli relazioni”

Commenti

Dici una grande verità

Non è possibile, insomma, sfruttare tutte le potenzialità messe a disposizione dalla società della comunicazione e dell’informazione, per abbattere le barriere di genere fino ad adesso concepite e suggerire un nuovo percorso letterario?

Credo che Le aziende invisibili vada in questa direzione, con una contaminazione di stili, linguaggi, codici, know-how (per usare appunto il lessico di impresa) che suggeriscono spalancandone il portale un nuovo modo di descrivere il mondo.

Per scrivere la mia Ersilia, il profumo era un po’ quello delle pagine dell’Hofstadter di GEB e del dialogo tra Achille e la tartaruga: il paradosso, appunto, l’iperbole per iterazione che porta al non-sense dell’esagerazione.

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