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Pino Varchetta: La classe (regia di Laurent Cantet)

La classe è un contenitore fisico, chiuso da quattro mura, una porta e qualche finestra. E al suo interno ribolle il mondo. In quella classe di scuola media inferiore vi è tutta la nostra modernità, il nostro tempo attraversato da conflitti generazionali, sociali, culturali, etnici. E al centro si erge il maestro, insieme contenitore e contenuto, con tracce di non risoluzione di un travaglio antico, attraverso il quale sarebbe dovuto diventare nella primissima infanzia contenitore di se stesso.

Ma è un buon maestro, anche se cade spesso in atteggiamenti eccessivamente rigidi, nutriti da quell’ideale illuminista della cultura francese così duro a flettersi e così, per molti aspetti, lontano dallo spirito del nostro tempo. Non molla mai, il maestro, vuole andare in fondo ad ogni tema, ad ogni svolta dialettica, convinto sempre che quella che si sta agendo sia l’ultima occasione per lui e per i suoi ragazzi. Non intuisce quel maestro che un vero rapporto tra maestro e allievi segna oggi il passo e la possibilità di un rapporto autentico con la vita tutta. Le categorie del potere e del dominio che Maurizio Iacono ha così sapientemente sviluppato sono utilissime per una comprensione florida di questo racconto scolastico. Il maestro solo col suo ritrarsi potrebbe uscire da una condizione di dominio, per passare con tutta la classe a una condizione di potere, all’interno della quale ogni singola ragazza, ogni singolo ragazzo, abbiano la possibilità di potersi esprimere e di essere riconosciuti. Cura non è solo infatti una pratica dettata dalla solidarietà e dall’attenzione verso l’altro, ma è anche, prima di tutto, ontologia dell’esserci dell’essere; in altre parole, le donne e gli uomini gettati nel mondo hanno nella cura del sé e degli altri la condizione esistenziale fondamentale. Ed essendo cura, le donne e gli uomini, per poter diventare dei possibili, necessitano di uno spazio, quello creato, donato dal leader, dal maestro che contrae se stesso, creando uno spazio per gli altri. Il regista non giudica, narra, e la sua macchina da presa segue ossessivamente ogni volto, ogni particolare, quasi mai fotografando figure umane intere, a parte qualche volta il maestro, ma proponendo sullo schermo una sorta di composizione vivente, continuamente mutante, di volti di ragazze e ragazzi, quasi un’anagrafe fotografica in perenne conflitto e confronto. A volte lo spettatore ha la sensazione precisa, e come tale opprimente, disturbante, che in quell’aula sia come confluita la lotta sociale esterna e che tutto il quartiere vuoto e attonito guardi quell’acquario che è la classe, dove le ragazze e i ragazzi giocano una partita che è anche degli adulti: il tentativo di essere donne e uomini, cioè individui portatori di un’autonomia vera, nutrita di giudizi che nascono dal dentro di ognuno e trovano libero confronto con gli equivalenti giudizi degli altri. La ragazza, quella con l’apparecchio dentale per la cura di una dentatura geneticamente disarticolata, ha letto La Repubblica di Platone e l’ha compresa, sorprendendo il maestro che non ha della sua allieva un’immagine equivalente e che, conseguentemente, non sa raccogliere coerentemente, incapace di un vero stupore, la bellezza di quell’evento. Il ragazzo ribelle che ha compiuto un gesto di violenza inconsulta e che è figlio di una etnia extracomunitaria, sarà espulso dalla scuola. I due episodi sembrano essere “più” e come tali ricadono nel vuoto, come se la classe, allievi e maestro, fossero presi in contropiede e incapaci di raccoglierli e di dare loro risposte vere. Come spesso accade fuori, nel quartiere, e nella vita di tutti i giorni.