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09/05/2008

Dove va il reportage? 1

Un'inchiesta di Matteo Acmè.

Come si fa a raccontare una realtà molteplice e prismatica come quella in cui stiamo vivendo? Come si possono sintetizzare in poche pagine culture, esperienze, vite vissute ai quattro angoli di un mondo sempre in evoluzione e in movimento? Reporter e giornalisti di viaggio vedono aprirsi nuove frontiere e scomparire vecchi punti fermi. Ecco quindi la necessità di un viaggio lungo quattro interviste per provare a capire dove stia andando il reportage.

Il primo intervistato è Marco Moretti. Torinese di cinquantaquattro anni scrive dei suoi viaggi da quando ha finito il liceo scientifico. È un giornalista freelance e collabora con numerosi quotidiani e riviste fra cui La Stampa, Corriere della Sera Magazine, Bell’Europa, Elle, Donna Moderna e Men’s Health. Scrive anche pezzi originali per il sito web de La Stampa e, nonostante che abbia iniziato come semplice giornalista, lavora anche come fotoreporter e vende le sue fotografie, per una questione di “sopravvivenza”, afferma, dal momento che il mercato paga molto meglio le foto che lo scritto. Negli ultimi mesi ha viaggiato nell’isola di Socotra, in Svezia, in India, in Sudan ed Eritrea.

- Sono posti molto diversi uno dall’altro…

Sì, uno dei vantaggi di questo lavoro è che non esiste la routine.

- Quali sono gli ingredienti di un reportage di successo?

“Oggi sta cambiando talmente tanto il mondo dell’informazione che non mi sento di dare una ricetta.

Il mio lavoro si basa soprattutto su una grande documentazione: letture filologiche, siti web per reperire i dati aggiornati dello Stato che sto per visitare, mi informo ad esempio sui dati macroeconomici, i problemi legali, i traffici e i commerci, i dati demografici, le religioni e composizione etnica. L’obbiettivo è arrivare nel paese del mio viaggio attrezzato culturalmente. È molto importante come si conduce il viaggio, la capacità di osservazione, gli incontri che si hanno, le interviste realizzate. Bisogna soffermarsi anche sugli aspetti più quotidiani come la gastronomia o la spesa nei supermercati. Il mio reportage nasce dal succo di questi due elementi, preparazione e attenzione durante il viaggio.”

- Quali sono le maggiori difficoltà del suo lavoro?

“Le maggiori difficoltà non sono quelle operative ma quelle commerciali. È il momento in cui il sogno incontra la realtà e deve mediare con una realtà che è molto cambiata: prima scrivevo reportage da venti pagine dove si poteva entrare in profondità in un paese, oggi anche a seguito all’avvento di internet, siamo giunti ad una estrema parcellizzazione dell’informazione: le notizie diventano via via più brevi, richiedono sempre meno tempo per essere lette e i reportage vanno scomparendo. Ma l’informazione è lo specchio della nostra società che ha fretta ed è sempre più superficiale pur diventando al tempo stesso più materiale. Oggi poche persone vogliono gli approfondimenti, la maggioranza vuole informazione e intrattenimento, di conseguenza il giornalismo si trasforma. Il Web ha accelerato questo processo che è iniziato prima all’inizio degli anni ‘80. In Europa questa trasformazione è arrivata con Femme Actuelle (Donna Moderna in Italia). Le ragioni sono essenzialmente commerciali: chi finisce un articolo tendenzialmente ricompra quel giornale, se l’articolo è corto è più facile da completare. L’editoria è un settore commerciale oltre che culturale.

Ci sono poi alcune difficoltà tecniche, ad esempio trovare il materiale narrativo per la storia che si vuole raccontare, che si superano con un po’ di mestiere, e difficoltà oggettive che dipendono dal paese in cui si va e dal coordinamento con editori ed enti del Turismo. Oltre a questo c’è il discorso della fatica fisica del viaggio che comunque non è trascurabile.”

- Com’è cambiato il lavoro da quando ha iniziato? Si sente in continuità con i grandi giornalisti di viaggio del passato?

“Il mondo è sempre in evoluzione. Sinceramente però ho difficoltà a vedere elementi positivi nell’evoluzione intrapresa dal mondo dell’informazione e dalla società di cui è specchio: tutto è diventato più precario. C’è inoltre una spaventosa tendenza all’assimilazione culturale dovuta alla globalizzazione, il mondo è sempre più uguale a sé stesso e io mi chiedo se ha ancora senso continuare a viaggiare per raccontare culture sempre più simili fra loro. Ho iniziato questo lavoro per poter viaggiare e incontrare la diversità : oggi questo elemento rimane ma le differenze vanno assottigliandosi. Forse però il reportage può essere visto come la testimonianza di come era una piccola parte di una cultura in un dato momento.”

- Esiste un’etica del giornalista di viaggio?

“Esiste un codice deontologico per i freelance. Il vero problema etico per chi fa questa professione sta nel rapporto con l’industria del turismo: si lavora per un settore che vive di pubblicità e viaggi pagati da tour operator o enti turistici. Se nell’articolo si ha una certa libertà nello scrivere ciò che vuole, nel box che racchiude la parte pratica con i consigli di viaggio bisogna scrivere quello che vogliono loro. Per questo il termine etica mi sembra sproporzionato in questo campo. È un ambiente che vive secondo regole commerciali perché diversamente non sopravvivrebbe, con tutto quello che l’aspetto commerciale si porta dietro.

Occorre quindi essere ben consci dei limiti di questo lavoro, in qualche modo smitizzare quegli aspetti che da fuori sembrano favole. In questo lavoro non ci sono eroi, solo artigiani di buon livello.”

- Ha ancora senso il lavoro del giornalista di viaggio in un mondo in cui tutti viaggiano?

Vedi domanda “Com’è cambiato il lavoro da quando hai iniziato?”

- Ha ancora senso scrivere reportage in un mondo (web) in cui tutti scrivono e pochi leggono?

“Il momento è difficile e la domanda emblematica. Credo che abbia senso scrivere perché al di là del lavoro uno ha comunque la possibilità di riflettere e comunicare ad altri il suo pensiero. In effetti se il mondo diventa sempre più superficiale non è il caso che lo diventiamo anche noi, è una sorta di resistenza, per cercare, in un mondo di informazione di basso livello di scrivere qualcosa di più profondo e di qualità. Un’alternativa praticabile è spostarsi sui libri per cercare uno spazio che non c’è più nell’editoria periodica.”

- Qual è stato il suo reportage di maggior successo? E quello nel quale si identifica di più?

“Dopo pochi anni che facevo questo lavoro ho scritto un reportage su Lisbona che ha vinto un premio internazionale. Secondo me quella città rifletteva l’inquietudine del viaggiatore: chi viaggia tanto non trova mai riposo né trova mai quello che cerca: Lisbona era una città che sentivo molto mia, era questo sentimento di inquietudine, di impossibilità a rimanere fermi in un posto trasferito in una città.

Un altro reportage che mi ha dato grande soddisfazione l’ho scritto dalla Tasmania all’inizio degli anni ‘90: la Tasmania in quel periodo era un luogo simbolo dell’ecologia. Vinse il premio per il miglior servizio sull’ambiente pubblicato in Oceania. Anche in questo caso la soddisfazione derivava dal fatto che era un lavoro che sentivo molto mio.

Una volta invece ho passato due settimane in Irlanda per scrivere un reportage sul popolo irlandese realizzando una serie di interviste con personaggi emblematici di quella cultura: oggi queste idee vengono soppiantate da idee più velleitarie e facili da realizzare, per quei lavori ci volevano tempo spazio e soldi che oggi non ci sono più.”

- Qual è il reportage che vorrebbe ancora scrivere?

“Storie se ne possono ancora scrivere tante. Una vita non è abbastanza per scrivere tutto quello che si potrebbe scrivere. C’è sempre qualcosa che ancora non si è visto né raccontato. Penso che una buona scrittura debba essere incalzante, solo un’esperienza incalzante si tramuta in uno scritto efficace. È un ritmo di vita inquieto e frenetico che da la forza a ciò che scrive.”

L’incontro culturale

- Quali sono i Paesi che conosce  meglio? Quelli dove si sente quasi a casa?

“In Portogallo mi è capitato di identificarmi completamente con Lisbona e questa è una cosa piuttosto rara.”

- Quanto è importante conoscere la lingua del luogo?

“È importantissimo, non credo che si possa fare questo lavoro senza conoscere le lingue e conoscerne non una ma molte. Anche perché più lingue si sanno più è facile impararne altre. Non è sempre necessario imparare bene una lingua, ma è quasi obbligatorio imparare quelle poche parole che ti mettono in contatto con le persone, con cui magari poi parli in inglese. È la lingua ti permette di entrare dentro al cuore di un paese.”

- Quanto pesa essere occidentale nel suo lavoro? È un’opportunità di paragone o è un limite?

“Questo mondo sempre più globalizzato si amalgama sempre più velocemente. Il mondo occidentale per il momento domina ma tentenna culturalmente. Ad esempio un paese come l’India può ormai  confrontarsi alla pari con la cultura occidentale e anche influenzarla. La crisi dell’occidente si manifesta anche attraverso il calo delle nascite e l’abnorme consumo di stupefacenti.. Il fatto che non ci riproduciamo e siamo soggetti a forti flussi migratori dai paesi del terzo mondo porterà a doverci confrontare con le istanze culturali di queste popolazioni, ci porterà a mutare in qualche maniera. Il problema grosso portato dalla globalizzazione è quello identitario, siamo frutto di una civiltà multiculturale già da decenni mutuata all’interno dell’occidente: vivere a Sidney, Milano, New York o Rio de Janeiro fa ben poca differenza, cambiano gli elementi economici e di vita quotidiana ma i valori chiave e gli strumenti culturali sono esattamente gli stessi.”

- Che rapporto ha con gli altri viaggiatori durante il viaggio? Collaborazione, isolamento, aiuto, indifferenza…

“Io sono molto socievole e soprattutto all’inizio del mio lavoro l’incontro con gli altri era una componente fondamentale. Sono anche molto curioso di capire cosa pensano gli altri della stessa realtà che affronto io. Sono convinto che sia dal confronto che nascono le idee.”

- Nell’incontro con altre culture tende a immedesimarsi o rafforza la sua identità?

“Cerco di fondermi al posto dove vado, cerco di lasciare  a casa il più possibile della mia cultura e  cerco di calarmi il più possibile nel paese in cui sono perché credo sia questo il modo per capirlo. Bisogna evitare il rischio di arroganza nel confrontare la nostra cultura con quello degli altri che è sempre molto pericoloso. Un buon reporter sa anche sacrificarsi, non ha bisogno di grandi confort: si adatta a vivere come i popoli che incontra, condivide la loro vita per poter entrare nel loro cuore, nella loro anima, per provare a capire. Un reporter non può farsi fermare da cattive condizioni igieniche o altro, essere pulito non è la soluzione del problemi del mondo, anzi la pulizia è a volte sinonimo di asetticità, di perdita dell’anima.

Robert Stevenson disse che «cambiare la fede di un popolo è peggio che bombardarlo». Si riferiva al fatto che non si possono imporre i propri standard a chi non li condivide: se si bombardano delle persone se ne uccide un certo numero, ma se si cambia a forza la loro cultura si distrugge il loro passato e chi non ha passato non può avere futuro.”

- Che effetto le fa il ritorno a casa dopo un lungo viaggio?

“Non è sempre uguale. La cosa che più determina il malessere o il benessere al ritorno è il clima. Se si torna con il sole o d’estate ci si abitua presto, il sole aiuta a riprendere i ritmi di casa. Se si torna d’inverno da paesi in altre stagioni si cade in uno stato di confusione, si dorme male, si prova forte stanchezza. Il sole invece aiuta a ristabilire l’equilibrio fisico.”

CATEGORIE: Cultura , Viaggi

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