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07/04/2008

SENTIERI ROSSI NELLA METROPOLI

Per una storia delle brigate rosse a Milano

di Andrea Saccoman (Ed. CUEM)

Sintesi di una conversazione tenuta alla Casa della Cultura di Milano fra Giorgio Galli, Aldo Giannuli, Giovanni Scirocco e Andrea Saccoman.

A cura di Ferruccio Capelli.

SCIROCCO

Una ricostruzione della vicenda delle Brigate Rosse non è certo esente da difficoltà, specie se si vogliono evitare interpretazioni ideologiche. La principale di tali difficoltà consiste nella mancanza di fonti, al di là degli archivi dell’arma dei Carabinieri, e al di là dei testi delle sentenze giudiziarie. Per cui, meglio attenersi ai fatti:

    1.    le BR nascono a Milano, e non a Trento nella Facoltà di Sociologia, o in altri luoghi;

  1. anche se l’ex militante Peci dice il contrario, non possiedono nessuna strategia, né politica, né militare, anzi, fondano le loro azioni su un’analisi politico-sociale del tutto errata;
  2. hanno una struttura organizzativa non monolitica (tanto è vero che subiscono la scissione della colonna milanese “Walter Alasia”);
  3. si basano su un numero esiguo di militanti (alla Fiat, per esempio, sono in 10)
  4. in un certo modo si auto sconfiggono, commettendo errori clamorosi (compiono omicidi assurdi, e non colgono il mutato clima, eccetera).

GALLI

Su un terreno così scottante come quello della lotta armata a cavallo degli anni Settanta-Ottanta si può e si deve rimanere sospettosi e diffidenti, poiché non tutto è chiaro e forse non tutto è stato detto. Intanto, in questa materia è necessario tener conto dell’ambiguità dell’Arma dei Carabinieri. E d’altra parte, un’osservazione in merito a questo libro si impone: in esso manca un soggetto, vale a dire la Polizia.  Nel libro scritto dal figlio del brigatista Morlacchi si sostiene – certo, con una piegatura forzata, ma il fatto è vero – che le BR avevano tenuto a Milano dei comizi pubblici (per esempio in Piazza Tirana), protetti da Militanti armati, senza alcun intervento della polizia. Intorno a tale non-intervento c’è da sollevare perlomeno qualche interrogativo.

Dubbi anche sulla suddetta esiguità del numero di militanti: alcune ricostruzioni, infatti, calcolano 4-5000 militanti reali e circa 15.000 simpatizzanti. E’ vero che l’impreparazione militare di queste persone era stupefacente, come modesto era il loro armamento (solo un paio di bazooka forniti dai palestinesi, che comunque non sapevano usare). Ma questo conferma anche l’ambiguità della polizia. Peraltro, l’arma che ha sparato con grande precisione in Via Fani, durante il rapimento di Aldo Moro, non è mai stata trovata, e neppure il tiratore scelto è stato mai individuato.

C’è anche da notare un altro dato sorprendente: per il rapimento del giudice Sossi scendono in campo 35 persone, per quello di Moro solo 12. La sproporzione è evidente. Perciò è inconsistente la tesi sostenuta dallo storico Vladimiro Satta, ovvero che tutto sia chiaro nel rapimento Moro. Al contrario: sussistono parecchi punti oscuri. E’ sbagliata anche la tesi di Giorgio Bocca, che vedeva un consenso alle BR solo tra “i contadini in braghe di tela”. Invece, era proprio sulla combattività storica del riformismo e del sindacalismo milanese che contavano le BR, equivocando clamorosamente.

Tornando al comizio di Piazza Tirana, una cosa appare evidente: è stato volutamente permesso alle BR di organizzarsi e operare (in particolare dietro impulso del commissario della polizia Amato).

GIANNULI

Intorno alla vicenda delle BR è come se ruotassero due specie di partiti: quello dei dietrologi e quello degli avantologi. Meglio sarebbe, invece, mantenere il dubbio e il sospetto come elementi di metodo. Mantenere il sospetto, ad esempio, su quella vulgata che vede le BR solo come un strumento manovrato contro il celebre “compromesso storico” tra PCI e DC. Niente di più errato: le BR sono un fenomeno reale, e non possono essere confuse né con “autonomia operaia”, né con “avanguardia operaia”, né con altri gruppuscoli o piccoli partiti degli anni Settanta.       

Se un gruppo mostra di saper durare, il meccanismo che si produce è pressappoco il seguente:

  1. i servizi interni lo infiltrano, quasi sempre riuscendoci;
  2. anche i servizi esteri si introducono nel gioco, come il Mossad israeliano nel caso delle BR;
  3. il gruppo comunque cerca alleati nei servizi esteri;
  4. si produce un cono d’ombra, perché tutti (BR, servizi interni e servizi esteri) hanno interesse a tacere e a schermare la verità.

Allora, cosa si può fare per delineare un profilo storico non viziato da ideologie e preconcetti? Prima di tutto non si deve fornire interpretazioni inadeguate e poco raffinate, come quelle che sostengono la morte di Moro fosse già decisa fin dall’inizio. E’ piuttosto da chiedersi se nei 55 giorni della prigionia di Moro non sia successo nulla. E’ poi da chiedersi se sia plausibile la tesi che le BR non avevano una strategia. Intanto, ci sono altre ipotesi sul numero dei militanti, che indicano in 8-10000 gli “operativi” e in circa 100.000 i simpatizzanti.
Ma poi, cosa volevano le BR? Certo, volevano la rivoluzione, e naturalmente si ispiravano a Mao (il quale parlava della “scintilla che da fuoco alla potenza”), ma soprattutto avevano come modello i GAP (Gruppi di Azione Patriottica) della Resistenza. Avevano di mira, infatti, quella corrente interna/esterna che considerava la base del PCI “tradita” dal partito, e quindi da “risvegliare”. D’altra parte, cos’erano i GAP? Erano uomini della Resistenza, soprattutto comunisti ma anche socialisti, che avevano spezzato l’”attendismo” del CLN ed erano passati all’azione senza indugio. Le BR pensavano che fosse possibile la stessa cosa nei confronti del “compromesso storico”. Avevano quest’idea, ma intanto rimanevano stupiti di fronte alle manifestazioni di massa a favore di Moro: non capivano che la DC non era un regime ma un partito democratico, pur con tutti i suoi limiti e anche molte nefandezze. Dopo, le BR sono cambiate, e si può dire che Moro sia stato ucciso per il precipitare degli eventi politici.   
L’autore di questo libro è probabilmente da annoverare tra gli “avantologi”, corrente dei perplessi, che non considera i fatti inesistenti se non comprovati da documenti, al contrario di come fa lo storico Melograni, che rigetta la tesi dei finanziamenti industriali al fascismo negli anni Venti in quanto..non esistono ricevute di pagamento. Le carte vanno interpretate ricorrendo anche a deduzioni logiche. Per esempio, i documenti che comprovano l’uccisione di Trotsky per ordine di Stalin sono venuti alla luce nel 1994, ma certo qualche sospetto c’era anche prima...Si deve sempre tenere conto che il giudice e lo storico sono ben diversi: il primo giudica solo sulla base di certezze, il secondo anche sulla base di ipotesi. Insomma, lo storico spesso procede per deduzioni e formula ipotesi, e quest’ultime vanno chiamate come tali.

SACCOMAN

Le tesi di Galli e di Giannuli sono certamente da accogliere. Infatti, se alcuni vecchi studi personali, basati su molti documenti, possono considerarsi soddisfacenti, quanto alle Brigate Rosse, più si studia, meno si capisce. Anzi, nascono forti dubbi, forti perplessità, anche dopo la pubblicazione degli Atti della Commissione Parlamentare. Anche su piccoli particolari apparentemente insignificanti. Tipico esempio, la doccia del bagno di Via Gradoli, quella che ha permesso di “scoprire” il covo: era posta in alto, nel suo alloggiamento, o in basso, in prossimità di una fessura del muro in modo che l’acqua filtrasse nell’appartamento sottostante? Si è sostenuto che la doccia era nel suo alloggiamento, e che il filtraggio dell’acqua era qualcosa di non voluto. Ergo: la scoperta del covo è stata casuale. Ma in verità l’ufficiale dei pompieri che entra per primo in bagno dichiara di aver lui stesso, con gesto automatico, rimesso la doccia nel suo alloggiamento.
Passando ai cosiddetti “covi” delle BR, essi erano scelti per lo più in quartieri proletari per i loro costi bassi. Però non bisogna fare troppo affidamento sulle memorie dei personaggi implicati, perché esse – come diceva Primo Levi – sono spesso fallaci. Quanto al tema dell’armamento Br, sappiamo, grazie all’unico episodio documentato, di quella già indicata fornitura di bazooka. Però si trattava solo dei proiettili senza le relative canne di lancio. Quanto all’infiltrazione dei servizi, è molto probabile che ci fosse stata, ma di essa non c’è documentazione (certo appositamente distrutta).

Infine due parole sul “caso” Moro, con particolare riguardo all’unica arma che ha sparato in via Fani. Qui si può avanzare un’ipotesi fondata (ma che può certamente essere messa in crisi dalla eventuale “scoperta di altre fonti”): è stato Morucci ha sparare 49 colpi con un vecchio mitra FNA 43. Non bisogna dimenticare che Morucci è esperto di armi fin da bambino. Certo che poi, nei 55 giorni del sequestro Moro, sono successe molte altre cose.   

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