La Zenobia di Davide Fantone
Testo a cura di Adriana Maria Quaglia
Tagore sosteneva che molti uomini perdessero il sentimento di mistero che è alla radice di ogni nostro piacere, quando in mezzo alla varietà della natura scoprono l’uniformità delle sue leggi. E’ come se le conquiste del sapere e il progresso dissipassero l’originario e privato rapporto che abbiamo con la natura. Una parte di noi si adegua alla visione collettiva del mondo. Quasi tutte le nostre città ne sono lo specchio. L’altra parte si rinchiude nell’atto protettivo di conservare la propria identità, la cui singolarità sente essere minacciata. Zenobia è l’Ipse Dixit di queste città.
Imperatrice e madre di ogni organizzazione, la Zenobia di Davide sorge vivace ed eclettica, quale ricco crocevia delle acque d’Oriente. Un’oasi di pace e di piacere che si appresta a diventare signora di un Nuovo Impero sino a quando la sua stessa potenza e la sua sete di conquista globale l’avvolgono nel manto purpureo dell’arroganza narcisistica, costringendola a restare prigioniera dei suoi sogni vanagloriosi.
Il mare si fa deserto, ma gli abitanti di Zenobia restano sospesi tra terra e cielo. Appesi al ricordo di quello che poteva essere e mai fu e radicati ad un presente intollerabile. I frutti della creatività di Zenobia si ritorcono contro di lei. Paradossale questione questa… Far sopravvivere la fantasia, l’immaginazione e il sentimento in una società dove in condizioni di benessere diffuso rischiamo di privarci della capacità di mutare forma alle cose del mondo.
E’ come se la Zenobia di Davide ci ricordasse che se non trasformiamo i luoghi abitati, essi stessi trasformeranno noi!
Come scrive Calvino: “E’ inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.
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